Categorized | Capitale umano

Gli stadi italiani sono da farsi, senza deroghe agli strumenti urbanistici

– “Gli stadi sono quasi tutti di decenni fa, sono dentro il cuore della città, portano intasamento e smog. Dobbiamo fare dei cambiamenti, pensando di poter fare lavorare tanta gente intorno a questi investimenti, liberando i centri storici. Non si può rimanere sempre fermi per paura delle conseguenze”. Parole pronunciate al Senato alla fine di aprile dal Presidente del Consiglio Enrico Letta. Una fotografia del calcio italiano.

Di una legge per la costruzione degli stadi si parla dal 2007, dopo la morte di Raciti a Catania. Quando sembrava che a organizzare Euro 2012 sarebbe stata l’Italia. Il 6 aprile 2009, Rocco Crimi, allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega allo Sport, aveva assicurato un’accelerazione nell’approvazione della legge sugli stadi. Il via libera del Senato è arrivato nell’ottobre del 2009, ma tutto si è fermato alla Camera per le decine di emendamenti presentati. La legge, che non prevede spese pubbliche, imporrebbe ai Comuni di dare il proprio parere sui progetti di costruzione degli impianti.

Questo significa che diventerebbe possibile costruire, insieme allo stadio, anche l’area di competenza, per rendere compatibile l’investimento. Ma è stato proprio questo aspetto a frenare l’iter legislativo, in un dibattito sempre più acceso sulla questione dei vincoli ambientali. Il comma 2 dell’articolo 4 è la croce intorno la quale si sono sollevate la gran parte delle eccezioni. Poche parole, ma tali da far sospettare a Legambiente, come si legge nel dossier elaborato con l’Istituto Nazionale di Urbanistica e il Consiglio nazionale degli Architetti, che “questo provvedimento non è pensato per le squadre di calcio, ma per chi vuole realizzare speculazioni edilizie. Perché altrimenti prevedere che si possano realizzare case e alberghi, centri commerciali e uffici? E senza neanche una scadenza legata a un avvenimento sportivo, per cui varrà per sempre come procedura speciale, permettendo in pochi mesi di rendere edificabili terreni agricoli e persino, con alcune forzature, aree vincolate”. Un pasticcio, insomma. Così la legge si è arenata. Più di 4 anni buttati via.

Così, al momento, nella nostra serie A c’è un solo stadio di proprietà. Quello della Juventus, inaugurato nel settembre 2011. A parte questo caso isolato, lo stadio di San Siro a Milano e l’Olimpico a Torino, considerati di alto livello dall’Uefa, gli impianti italiani sono l’esemplificazione del degrado. Anche a causa dell’età media, di 63 anni circa. Uno di quelli usati per Italia 90, il Sant’Elia di Cagliari, è chiuso e in stato di abbandono.

Gli stadi italiani sono i peggiori d’Europa. Scomodi, obsoleti, anacronistici, non di rado troppo grandi in rapporto alla realtà televisiva. Cresciuta enormemente in questi ultimi anni. A partire dal 2005, quando è nato il digitale terrestre. L’allontanamento delle persone dal calcio visto dal vivo ha comportato un progressivo, costante, assottigliarsi dei ricavi. Scesi fino al 13%. Percentuale quasi insignificante rispetto a quella registrata nella Liga spagnola e nella Bundesliga, ad esempio.

Per ovviare a questo disastro, che potrebbe ingigantirsi nel 2015, quando verranno ridiscussi i contratti con le tv a pagamento, si rincorrono le idee, i progetti. Ma le difficoltà non mancano. Così solo l’Udinese è pronta, con il nuovo Friuli agibile per il 2014. La soluzione trovata dal patron Pozzo e dal sindaco Honsell è soddisfacente per entrambi le parti. Il club bianconero avrà la concessione del diritto di superficie sull’area dello stadio per i prossimi 99 anni. Non si può parlare di uno stadio di proprietà, ma nella realtà lo sarà. Con i 26 milioni di spesa di partenza più altri investimenti attorno alla struttura, l’Udinese si assicurerà un gioiellino da 25mila posti al coperto.

Ma ci sono anche altre novità. Forse. Come il probabile acquisto da parte del patron del Sassuolo, Squinzi, dello stadio “Giglio” di Reggio Emilia, “il primo stadio di proprietà” in Italia (della Reggiana nel 1995). Il costo dell’operazione per un impianto che ha bisogno solo di piccoli ammodernamenti, si aggira sui 4-5 milioni. Dietro a Udinese e Sassuolo non c’è molto altro. Sulla questione la situazione appare abbastanza bloccata. Palermo e Catania si sono mosse, contando sul ruolo propositivo della Regione. Il Catania Stadium a Librino dovrebbe avere al suo interno anche gli uffici comunali. Mentre l’impianto del Palermo dovrebbe (avrebbe dovuto?) sorgere allo Zen, con l’obiettivo di una riqualificazione urbanistica.

La Roma americana ha individuata l’area di Tor di Valle per il progetto dell’architetto Dan Meis. Il 2016 l’obiettivo per il termine dei lavori. Naturalmente, esclusi intoppi riguardanti permessi e valutazioni di vario tipo. La Lazio, che aveva iniziato per tempo a muoversi, può contare su un’unica certezza: il nome del suo impianto, lo “Stadio delle Aquile”. Il progetto della Fiorentina, che prevede un investimento di 150 milioni, è stato presentato ufficialmente dal sindaco Renzi e riguarderebbe l’area Mercafir, l’ex Mercato ortofrutticolo a Novoli. Un progetto che i Della Valle vorrebbe comprendente anche strutture commerciali e un parco a tema. Le milanesi ancora incerte. L’Inter deve ancora scegliere l’area, tra quella di San Donato e quella dell’Expo a Rho. Soprattutto manca un investitore che sia in grado di impegnare 250 milioni. Il Milan invece sembrerebbe interessato a rimanere al Meazza, rivisto e corretto.

C’è ovunque ancora molto da fare. L’Italia, il Paese che nel pallone resta ormai da tanto tempo e che con il pretesto del pallone dimentica molti dei suoi guai, non ha strutture adeguate. Un tema che merita la giusta attenzione. Senza che per risolverlo si deroghi a tutto il resto. Insomma che non si ritorni al vecchio testo di legge, mai approvato. Il perché lo si può trovare ancora nelle dichiarazioni rilasciate da Ermete Realacci, Roberto della Seta e Francesco Ferrante, dopo il via libera alla Camera nel luglio 2010: “questo testo è una nuova legge porcellum. Tagliato su misura sugli appetiti speculativi di pochi presidenti di società di calcio. Gli stadi sono solo un pretesto, la vera intenzione è realizzare volumetrie commerciali, residenziali, direzionali fuori dalle previsioni e dai limiti dei piani regolatori”. Il nuovo Governo saprà fare meglio dei precedenti?


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Gli stadi italiani sono da farsi, senza deroghe agli strumenti urbanistici”

  1. lodovico scrive:

    Bologna è all’AVANGUARDIA: lo stadio sarà riportato ai fasti di Roma imperiale e Fascista. Saranno rimossi gli ampliamenti per riportarlo a come era una volta e con vincoli delle Belle Arti. Un’opera perenne voluta da urbanisti ed architetti che credono nei valori storici di bellezza antica, anche, se un poco fascista. Noi programmiamo per l’eterno e a differenza dei russi che avevano piani quinquennali, per cui sbagliavano, i nostripiani non avranno mai fine perchè perfetti.

Trackbacks/Pingbacks