di LUCA MARTINELLI – Siete solo voi contro molte persone, perderete“. Poche parole, ferme, chiare, che sintetizzano quanto successo molto meglio di mille editoriali. Le ha pronunciate Ingrid Loyau-Kennett, tassista 48enne e madre di due figli, che ha avuto il coraggio di affrontare e parlare ai due squilibrati che hanno ucciso e decapitato un giovane soldato di 25 anni a Londra.

Un gesto che ha sconvolto sia per la brutalità dell’esecuzione, quanto per la lucida follia dei due giovani responsabili, che volevano essere visti, volevano compiere un gesto eclatante, volevano che il mondo sapesse che loro erano entrati in guerra con l’Occidente. “Mi scuso che le vostre donne abbiano dovuto assistere a questo – ha affermato Michael Adebolajo, 28 anni, uno dei due killer – ma nella nostra terra le nostre donne lo vedono ogni giorno. Non sarete mai al sicuro. Rovesciate il governo. Non gli importa di voi“.

Eppure, la loro sicurezza si è sciolta proprio di fronte alla reazione di una donna, madre di famiglia, che ha avuto il coraggio di affrontarli, di arrivare a dire che quelle armi “era meglio che fossero puntate verso una persona come me piuttosto che verso chiunque altro, in un momento in cui i bambini cominciavano ad uscire da scuola“. Poi l’arrivo dei poliziotti, lo scontro a fuoco e il loro arresto. E l’accusa di “terrorismo” subito espressa dal primo ministro Cameron.

Il punto è che questo terrorismo sta all’Islam come i cavoli a merenda. È vero, si tratta di due giovani, figli di immigrati nigeriani, cristiani convertitisi all’Islam e progressivamente radicalizzatisi, fino ad aderire a un gruppo estremista recentemente messo fuori legge nel Regno Unito. Due ragazzi messi sotto controllo dai servizi segreti, ma derubricati a semplici “fanatici”. Quanto basta per cominciare la solita tiritera dello scontro di civiltà o della impossibilità di integrarci con “loro”, della necessità di “rispedirli a casa loro”. Ma rispedirli dove, visto che sono nati e cresciuti in Occidente?

La verità è che il terrorismo islamico conosciuto dodici anni fa è mutato. L’11 settembre 2001, la sfida è stata lanciata su scala globale. L’obbiettivo era colpire ovunque i simboli dell’Occidente, colpire ovunque i suoi valori, perché trionfasse il “califfato mondiale”, un totalitarismo teocratico, basato su una fede islamica fraintesa, che andava a pescare nel risentimento e nella povertà. Una sfida globale a cui, a torto o a ragione, gli Stati Uniti risposero su scala globale con la guerra al terrorismo, con la dottrina del neo-conservatorismo, con l’esportazione forzata della democrazia.

Col tempo, però, al-Qaida ha perso la sua sfida. La sua forza risiedeva nel suo essere una rete di cellule separate, ognuna attivabile indipendentemente. Tuttavia, questo “federalismo del terrore” è degenerato in una sempre maggiore autonomia delle singole cellule, che ha fatto perdere l’obbiettivo iniziale del califfato islamico mondiale e ha trasformato le azioni dei singoli aderenti in azioni mediaticamente distruttive, ma slegate fra loro. In sostanza, piccole eruzioni di violenza, come le bombe di Boston o l’uccisione di due giorni fa, impossibili da ricondurre a un più grande disegno di destabilizzazione dell’Occidente.

Allo stesso modo, l’Occidente stesso ha scelto di percorrere la pericolosa via di cedere libertà in cambio di sicurezza, aumentando il senso di insicurezza dei cittadini e la loro indiretta sorveglianza. Gli islamici sono stati considerati “persi”, impossibili da integrare nel nostro sistema democratico, perché troppo “diversi”. Non si è voluta intraprendere la strada più difficile, quella della conquista dei cuori degli immigrati di seconda generazione, quella dell’integrazione degli emarginati, della ridefinizione condivisa dell’identità occidentale.

Lo scontro fra due visioni del mondo completamente contrapposte – una tollerante e aperta, l’altra intollerante e violenta – si è svuotato di ogni senso, acutizzando ancora di più l’orrore e il disorientamento che si prova di fronte a questi atti. Perché, in fondo, percepiamo che la motivazione non è un ideale, ma solo odio, rabbia, follia. Che si tratti della casta o dell’Occidente, le percepiamo inconsciamente come scuse per un dolore più profondo, per un disagio che individua un nemico perché ha bisogno di individuarlo per potersi sfogare, e non per altro.

Di fronte a questa degenerazione nichilistica, è inutile continuare a replicare tutto l’armamentario retorico e legislativo di dodici anni fa. La violenza ha ormai altre origini, di tipo economico e sociale, come pure gli scontri in Svezia testimoniano. La religione e l’origine territoriale sono dati secondari, non più dirimenti. La risposta principale però, quella che l’Occidente non ha voluto percorrere fino in fondo, resta sempre la stessa: riscoprire la lezione di Karl Popper sulla società aperta, sulla tolleranza e sui nemici della tolleranza.

L’Occidente deve mantenere il suo tratto distintivo di apertura e integrazione verso il mondo, nonostante la crisi. tenendo sempre in conto che, come diceva il filosofo austriaco, “se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti, e la tolleranza con essi“.