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Il lobbismo non è il male, ma serve avere un quadro giuridico certo per esercitarlo

Negli ultimi giorni si è nuovamente tornato a parlare di lobbying come pratica deprecabile, distorsiva e ai limiti della legalità per i presunti scambi di favore tra parlamentari e responsabili dei rapporti con le istituzioni di grandi gruppi multinazionali. La questione del lobbismo all’italiana resta insoluta e problematica dal punto di vista giuridico ormai da troppo tempo.

L’Europa ci ha chiesto di contrastare le illegalità legate al mondo della rappresentanza d’interessi e il Governo Monti ha esaudito quanto previsto dalla Convenzione di Strasburgo del 1999, introducendo con la legge anti-corruzione il reato di traffico di influenze illecite (articolo 346-bis c.p.). Tale articolo sanziona il ruolo del mediatore nei processi corruttivi, cioè colui che “sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale o con un incaricato di un pubblico servizio, indebitamente fa dare o promettere, a sè o ad altri, denaro o altro vantaggio patrimoniale, come prezzo della propria mediazione illecita verso il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio ovvero per remunerarlo, in relazione al compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio o all’omissione o al ritardo di un atto del suo ufficio, è punito con la reclusione da uno a tre anni”.

L’idea era quella di contrastare le note figure dei cosiddetti “faccendieri”, che grazie alle loro relazioni con funzionari dello Stato e politici creavano le premesse per instaurare un rapporto corruttivo tra il privato ed il pubblico ufficiale grazie alla loro mediazione remunerata. Il problema che si presenta, a livello normativo, è legato al contenuto dei termini “indebitamente” ed “illecita”; se, infatti, non esiste in Italia alcuna forma di riconoscimento legale del lobbismo, chi ci assicura che l’azione penale non possa mettere gli occhi anche su coloro che esercitano, come in tutto il resto del mondo, l’attività di rappresentanza d’interessi senza dare luogo ad atti prodromici alla corruzione? I due termini sono vuoti, poiché non esiste un confine per stabilire quando il ruolo del rappresentante d’interesse sia lecito o meno e se non s’interverrà rapidamente i canoni di liceità delle attività lobbistiche saranno decise discrezionalmente dalla giurisprudenza.

Eppure la soluzione per definire quando l’attività di mediazione tra privati e pubblici ufficiali sia legale o meno basterebbe guardarsi intorno. Non c’è bisogno di risalire al Lobbying disclosure act e alla successiva legislazione americana per comprendere quanto sia semplice legalizzare le pratiche lobbistiche, ma basterebbe volgere gli occhi a Bruxelles dove esiste un registro dei lobbisti che garantisce legalità e trasparenza. In Italia, invece, si è preferito restare in una situazione di opacità e questo status quo normativo comporta enormi problemi applicativi sia della norma penale sia di istituzionalizzazione del lobbying.

Nel caso di faccendieri intenti a facilitare le pratiche corruttive, poi, la repressione dell’articolo 346-bis appare insufficiente e deficitaria. La pena è bassa e per questo non è possibile ricorrere alle intercettazioni telefoniche che, per reato di questo tipo, sono uno strumento d’indagine fondamentale. La norma è inoltre mal formulata e rischia di non essere mai applicata in quanto punisce solo atti preparatori alla corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio ed è probabile che, rebus sic stantibus, i pubblici ministeri scelgano incriminazioni più efficaci dal punto di vista processuale come la tentata corruzione o il millantato credito.

Nel caso in cui l’influenza illecita fosse praticata da un membro di qualche board societario, inoltre, l’articolo 346-bis non è previsto come reato presupposto ai fini della configurazione della responsabilità amministrativa degli enti (D.lgs 231/2001). La legislazione in materia di lobbying è dunque assolutamente carente e fallace. Da un lato manca una forma di legalizzazione delle pratiche lobbistiche come l’istituzione di un pubblico registro dei lobbisti, dall’altra abbiamo una norma penale che rischia di colpire anche chi esercita correttamente la professione del rappresentante d’interesse, senza però essere capace di punire incisivamente i casi in cui davvero vi sarebbe bisogno di un intervento penale. Buone regole, invece, permetterebbero invece maggiore efficienza, trasparenza e funzionalità nei rapporti tra mercato e regolatore che si manifestano nel gioco delle influenze creato dai fenomeni di lobbismo

Un intervento permetterebbe all’Italia di mettersi al passo delle liberal-democrazie moderne tanto dal punto di vista della trasparenza quanto dal punto di vista della repressione penale. Sarebbe importante che a partire da questa legislatura si riesca a legiferare in merito alla creazione del registro dei lobbisti e dall’altro lato ad intervenire sulla norma penalistica, per una migliore definizione tanto della fattispecie quanto della pena. Lo stato di cose presente danneggia la trasparenza, la professionalità, le istituzioni e le aziende stesse e fa del tema del lobbying un argomento non più rinviabile.


Autore: Lorenzo Castellani

Studia Giurisprudenza alla Luiss Guido Carli di Roma. Appassionato di diritto, politica e giornalismo. Ha diretto un giornale universitario e fondato il network studentesco LUISS APP, è promotore dell'associazione ZeroPositivo. Liberale e liberista, sogna un’Italia dinamica, aperta e competitiva. Tw:@LorenzoCast89

One Response to “Il lobbismo non è il male, ma serve avere un quadro giuridico certo per esercitarlo”

  1. Luca Alfieri scrive:

    Ottimo argomento di discussione.
    Aggiungo, se posso, che il problema è anche culturale. Purtroppo, in Italia, il termine Lobby assume una valenza oscura poiché viene accostato esclusivamente ai cosiddetti “poteri forti” o a quei soggetti che sono solitamente percepiti come “cattivi”, come le multinazionali del tabacco o le case farmaceutiche (e che comunque “cattivi” non sono)
    In realtà, fanno lobby anche i gruppi che godono di reputazione “positiva” di fronte al grande pubblico, come i sindacati, le associazioni dei consumatori, i gruppi ecologisti, le fondazioni caritatevoli.
    Insomma, fa lobby chiunque abbia un interesse a far sì che la società operi meglio (secondo il punto di vista del portatore di interesse, naturale).
    Cos’è questo se non il succo della democrazia? Diverse parti che concorrono, confrontandosi, al bene comune.
    A mio avviso, nel nostro Paese è ancora molto complicato regolamentare – sebbene ora qualcosa si muova – anche perché è ancora forte la spinta di chi trae vantaggio da questa situazione di ambiguità e nebulosità giuridica, ossia i faccendieri di cui parli e non ultimi alcuni decisori pubblici che hanno con essi forti legami.
    C’è da dire che, per fare un esempio, il Ministero delle Politiche Agricole ha fatto qualche passo pubblicando, sul proprio sito, l’elenco dei portatori di interesse, con nomi, cognomi, società e numeri di iscrizione.
    Link all’elenco: http://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/5940

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