Basta tifoserie sui processi del Cav.. Garantismo e legalità sono la stessa cosa

Non ne posso davvero più dei dibattiti televisivi di questi giorni sui processi di Berlusconi e sulle argomentazioni delle due parti contrapposte. Mi chiedo: di fronte alla crisi economica e sociale in atto, così come alla deflagrazione delle culture politiche tradizionali e alla fine delle vecchie appartenenze, davanti alla necessità di cercare di avviare un auspicabile nuovo processo costituente, cosa interessa alle persone delle interminabili discussioni televisive sui processi del Cav (e questo anche a quelli come me i quali, sia ben chiaro, contestano e contrastano Berlusconi per questioni più importanti di quelle giudiziarie e che sono di natura politica, estetica e culturale)?

Me ne viene uno scoramento e un disgusto per le argomentazioni e i personaggi che quotidianamente ne disquisiscono che tendo quasi sempre a rifugiarmi tra i miei libri e il mio immaginario. Tutto mi appare così surreale, che non capisco come nessuno degli attori in campo provi minimamente a ristabilire i veri termini della questione.  A Berlusconi vengono contestati alcuni reati? E allora? Se ne difenda in tribunale come fanno e farebbero tutti gli altri cittadini: siamo in un assetto costituzionale e garantista in cui sino al terzo grado di giudizio nessuno ha niente da temere. Che senso hanno trasmissioni tv o articoli che fanno invece il verso ai processi, cercando di accrescerne il senso politico, oppure manifestazioni “politiche”, anche di piazza, in difesa di un imputato, chiunque esso sia?

D’altronde, di processi più o meno “politici” in questo paese ce ne sono stati nel passato, eccome… Da quelli, anche ripetuti, sulla ricostituzione del partito fascista e al golpe Borghese sino al “7 aprile”, dal caso Braibanti a quello di Appignani, dalla vicenda giudiziaria di Enzo Tortora a quella di Adriano Sofri, da Walter Chiari a Franco Califano, da Andreotti a Craxi, sino ai processi (spesso indiziari) sulle stragi.  Eppure, neanche in uno di questi casi qualcuno ha mai messo in discussione la separazione dei poteri e la legittimità formale dei processi, che sono stati tutti risolti all’interno delle aule di tribunale. Non ci sono stati forse accanimenti anche in alcune di queste vicende? Eppure, la negazione della separazione dei poteri e la presunta supremazia della legittimità elettorale su quella istituzionale non sono mai stati neanche pensati, figuriamoci utilizzati come polemica mediatica…

Correlata a questa deriva c’è poi la confusione terminologica e lo scempio che si compie del termine di “legalità”, che ormai non rimanda più a quello che per tanti anni evocarono Marco Pannella e i radicali denunciando la “strage di legalità (e di giustizia)” in Italia. Adesso, con il falso e fuorviante bipolarismo tra presunti “legalitari” e presunti “garantisti”, tutto s’è appannato e il vocabolo “legalità” è diventato in realtà il travestimento dello slogan “ordine e disciplina” (per le destre) e del vecchio istituzionalismo statalista di matrice togliattiana (per le sinistre). Paradossalmente il termine legalità, che in tutto il mondo si delinea come il perno della tutela del singolo dagli abusi del potere, in Italia è diventato sinonimo di una visione “sbirresca” e “questurina” della prassi politica e istituzionale.

Oltretutto, il rovesciamento semantico del termine (e del concetto) di “legalità” che la retorica politica italiana dell’ultimo ventennio ha imposto al linguaggio dei media è proprio il peggiore portato dell’equivoca transizione avviatasi con la fine traumatica della Prima Repubblica. Oggi infatti il vocabolo viene utilizzato, come abbiamo detto, come una sorta di feticcio politicista e pseudo-rivoluzionario da soggetti che si appellano a una visione neo-giacobina e giustizialista del confronto politico in cui, con uno scarto ingiustificato, si ritiene che il cambiamento possa (e debba) determinarsi soprattutto attraverso la “cultura del sospetto” e la messa in stato d’accusa di una classe politica in termini giudiziari, auspicando quindi il primato del potere dei magistrati su quello esecutivo e legislativo. Cosa che, a guardare bene, è proprio l’esatto opposto di una visione fondata sulla “legalità costituzionale” la quale, storicamente, è nata proprio sulla tripartizione e tri-articolazione dei poteri e sulle garanzie costituzionali a favore del singolo di fronte a qualsiasi abuso del potere.

Come a dire: un ideale e un termine nato con funzioni garantiste ha finito nell’anomalia italiana per rovesciarsi in una contraddittoria accezione giacobina (e quindi sostanzialmente illiberale) della prassi politica. E ciò che s’impose storicamente a tutela degli abusi ha finito per caratterizzare una spinta verso un abuso, magari coperto da pulsioni etiche. Già nel 1815 Benjamin Constant annotava: “Siccome la costituzione è la garanzia della libertà di un popolo, tutto quello che pertiene alla libertà è costituzionale, laddove non c’è niente di costituzionale in quel che non le pertiene”.

Lo scopo di un assetto civile autenticamente fondato sulla legalità potrebbe infatti essere espresso e sintetizzato, stando almeno agli Elementi di teoria politica di Giovanni Sartori, da una sola e inequivocabile parola: “garantismo”. Cioè a dire che, in tutto l’Occidente, i popoli in un processo lungo di secoli chiedevano una legalità costituzionale proprio perché avevano bisogno di una legge fondamentale, o una serie di principi fondamentali, con lo scopo di “delimitare il potere arbitrario e assicurare un governo limitato”. E in ogni caso l’intento e la ragion d’essere di una legalità costituzionale non sono altro che quelli di assicurare che i cittadini, ogni singolo cittadino, siano protetti e “garantiti” dall’abuso di potere.

pubblicato su Segnavia


Autore: Luciano Lanna

Nato nel 1960 a Valmontone, laureato in filosofia, giornalista e scrittore, è stato direttore responsabile del Secolo d'Italia, vicedirettore de L'Indipendente e caporedattore del bimestrale Ideazione. Ha collaborato con quotidiani, riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive. Ha scritto con Filippo Rossi Fascisti immaginari (2003). Il suo ultimo libro è Il fascista libertario (2011)

One Response to “Basta tifoserie sui processi del Cav.. Garantismo e legalità sono la stessa cosa”

  1. Antonino scrive:

    Dimentica una cosa signor Lanna: Berlusconi e’ stato ed e’ un leader politico che pretende di essere il salvatore della Patria (con l’aggravante di voler creare una giustizia a sua immagine e somiglianza). Sicuramente i pettegolezzi processuali e le infinite trasmissioni televisive a riguardo sono stucchevoli, come stucchevoli possono essere tutti reportage ossessivi sui fatti di cronaca; tuttavia non si possono considerare i processi di Berlusconi alla stessa stregua di altri “processi politici”, poiche’ lo stesso cavaliere li usa come arma per la sua infinita campagna elettorale. Diciamo che il tutto fa parte di quella realta’ surreale del nostro maltrattato Bel Paese, che per sfuggire la quale occorre veramente rifugiarsi nell’immaginario, o andar via dall’Italia (come il sottoscritto).

    Cordiali saluti

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