Categorized | Il mondo e noi

Obama come e peggio di Nixon, ma stranamente nessuno lo attacca. Perché?

Con le immagini di devastazione che ci giungono dal dopo-tornado di Oklahoma, con i reporter stessi che si mettono a piangere in Tv e la conta dei morti che (per ora) ha superato i 10, ma sembra non finire più, è difficile pensare e parlare di qualcos’altro che riguardi gli Stati Uniti. Eppure a Washington DC stanno succedendo delle cose terribili. Politicamente terribili. Che non ricevono l’attenzione che meriterebbero.

Per la prima volta nella memoria di questa generazione di americani, pezzi di amministrazione hanno spiato giornalisti, discriminato e vessato un movimento politico, nascosto tutta la verità sull’uccisione di un ambasciatore degli Usa all’estero. Esagero? No. Non direi.

Partiamo dall’accusa più grave: un pezzo di amministrazione che spia i giornalisti. Quarant’anni fa, Richard Nixon, nello scandalo Watergate, non era arrivato a tanto: aveva fatto spiare rivali politici, non giornalisti. Non ci pensava nemmeno a mettere sotto controllo i reporter. Che poi lo hanno incastrato. Tuttora Nixon, per qualche microfono fatto piazzare nell’albergo dei Democratici, è visto dagli intellettuali americani come un mezzo tiranno. George W. Bush, con il suo Patriot Act (che ha sollevato proteste e paure in tutto il mondo) non aveva mai neppure concepito una simile strategia. Prescriveva maggiori controlli anti-terrorismo, ma mai avrebbe pensato di spiare giornalisti.

L’amministrazione Obama è riuscita a sommare le malefatte dell’uno e dell’altro. In particolar modo la Procura Generale (l’equivalente del ministero della Giustizia italiano), da quel che risulta, ha fatto spiare le telefonate dei giornalisti della Associated Press, per motivi di lotta anti-terrorismo. Per due mesi: aprile e maggio 2012. Si sarebbe trattato, in realtà, di una caccia alle streghe tutta interna all’amministrazione. Perché lo scopo dell’operazione di controllo era quello di trovare una “talpa” dell’amministrazione, rea di rivelare ai giornalisti troppi dettagli della caccia ai terroristi. Il presidente Barack Obama dichiara esplicitamente di “non dover chiedere scusa a nessuno”, perché “va bene la libertà di stampa, ma qui erano in gioco informazioni sulla sicurezza nazionale”. E va bene così. Fine della questione.

L’altra accusa: un movimento discriminato e vessato. C’è, eccome. È il Tea Party. I suoi militanti, così come quelli di altri movimenti conservatori, nel corso del 2012, denunciavano procedure assurde per chiedere esenzioni fiscali di cui avevano diritto. I funzionari dell’Irs (Internal Revenue Service) chiedevano loro liste di donatori, presenti, passati e previsti, statuti, elenchi di rappresentanti politici in contatto. I membri di questi movimenti ricevevano più spesso “visite” dei funzionari e persino della polizia. E la loro vita professionale, soprattutto per quanto riguardava il loro imponibile, veniva passata al setaccio. Più della metà di domande di esenzioni fiscali, è stata lasciata in attesa per tutto l’anno delle elezioni.

Quando i tea partiers denunciavano queste vessazioni, venivano tacciati di paranoia, o di far campagna elettorale. Solo in queste due settimane si è scoperto che era tutto vero. Lo ha rivelato un rapporto del dipartimento del Tesoro. Era vero che l’Irs avesse inserito le associazioni del Tea Party e affini in un database “speciale”, dirottandole su un binario morto burocratico. Il tutto nell’anno delle elezioni. Mirando specificamente ad associazioni contrarie a Obama. Il presidente dichiara di “non tollerare” questo comportamento della sua burocrazia, ha aperto un’indagine (ci penserà Eric Holder…) e, vedi sopra, non ne sa nulla. In un primo tempo ha detto di aver appreso della notizia solo dai telegiornali. Poi lo stesso portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, lunedì ha dichiarato alla stampa che la Casa Bianca fosse al corrente di un rapporto sull’Irs già da settimane. Quindi, anche in questo caso, non si capisce se Obama ci è o ci fa. Ma non si dice, non sta bene.

Su Bengasi si è detto molto. Qui è bene ricordare un solo aspetto della vicenda: l’insabbiamento. Ormai è palese che il Dipartimento di Stato (equivalente del nostro ministero degli Esteri), allora diretto da Hillary Clinton, abbia avuto in tempo informazioni corrette su quel che era successo. Eppure, per due settimane, sempre sotto elezioni, si era dato in pasto al pubblico una versione falsa di quegli eventi. Scaricando tutte le colpe della violenza in Libia e dell’assalto al consolato Usa, sul video girato da un privato egiziano copto (attualmente l’unico uomo in galera di tutta questa vicenda) e nascondendo deliberatamente le informazioni ricevute dalla Cia che parlavano esplicitamente di un attacco terroristico, oltre che di tutti i precedenti allarmi ricevuti e bellamente ignorati da Hillary Clinton. Dalle testimonianze alla Camera del Congresso emerge uno scenario fatto di sottovalutazione del pericolo, lassismo, ritardi burocratici, una gran voglia di scaricare il barile e insabbiare il tutto. Gli stessi testimoni, funzionari della diplomazia americana e uomini della sicurezza, dichiarano di aver subito svariate pressioni dall’alto affinché non parlassero.

Eppure il Washington Post rivela, con un sondaggio, che il consenso per Barack Obama sta tenendo alla grande. Che non è cambiato nulla. Che questi scandali non scalfiscono nemmeno la sua immagine. E il Post sbatte questa storia (del sondaggio) in primo piano. È come se stesse dicendo: “È il nostro presidente. Può fare qualsiasi cosa, può spiare noi giornalisti, vessare i tea partiers, nascondere gli errori della Clinton, ma è sempre il nostro presidente, che abbia torto o abbia ragione”. E la libertà in America scopre un nemico in più: quella dei media divenuti cane da cuccia della Casa Bianca. Chi sta facendo la guardia contro l’abuso di potere?


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

3 Responses to “Obama come e peggio di Nixon, ma stranamente nessuno lo attacca. Perché?”

  1. creonte scrive:

    è prima legge della politica: l’elettore è disposto barattare la propria libertà per la sicurezza economica. nel caso specifico sanità e istruzione

  2. Mino scrive:

    l’elettore americano deve essere particolarmente sciocco allora, perche; sta barattando liberta’ in cambio di nulla….

  3. Felice scrive:

    Perche’ ? E lei chiede perche’ ?
    Perche’ e’ democratico ! Perche’ e’ di sinistra !

Trackbacks/Pingbacks