di DANIELE VENANZI – Un governo che volesse intervenire sulle politiche e sul mercato dell’energia di questo paese avrebbe l’imbarazzo della scelta sul da farsi. Potrebbe cominciare – ad esempio – con un piano di liberalizzazioni che introducano competizione e liberino risorse per la crescita in un settore particolarmente atrofico e monopolizzato. Per Enrico Letta – al contrario – la priorità in tema di energia in Italia spetta alle fonti rinnovabili.

Passa dunque in secondo piano la questione del costo dell’energia – in Italia più esoso che altrove in Europa – nonché uno dei principali impedimenti all’afflusso di investimenti stranieri nello stivale e zavorra per le nostre stesse imprese. O forse, sarebbe più corretto dire che, nell’idea che il premier sembra essersi fatto delle fonti rinnovabili, un piano di incentivi per il loro sviluppo basterebbe a risolvere le disfunzioni strutturali che gravano sul settore energetico e sulle bollette di imprese e cittadini.

Dopo tutto, non è la prima volta che il governo di larghe e apparenti intese si trovi a dare la precedenza – almeno nelle dichiarazioni di intenti – a questioni del tutto marginali ai fini della ripresa economica e della solidità del bilancio pubblico ma che – tuttavia – riscuotono indiscutibile successo tra gli elettori. È il caso – per citarne uno – della querelle sui costi della politica e degli emolumenti dei ministri che ha visto come protagonisti lo stesso Enrico Letta e Beppe Grillo. D’altronde, l’approccio ecologista alle questioni energetiche rispecchia in pieno l’attitudine di fondo dell’esecutivo, palesata in quel discorso d’insediamento tutto spesa e niente tagli, intriso di buoni sentimenti ma scarsa determinazione riformatrice.

Posto che alla base del governo d’intese vi è l’ingovernabilità del paese in condizioni di emergenza economica, la sua funzione principale – da buon amministratore di transizione – dovrebbe essere quella di ripristinare un certo grado di stabilità, optando per provvedimenti di efficacia garantita nel più breve tempo possibile. Per quanto riguarda gli incentivi alle rinnovabili, al contrario, oltre al fatto che i precedenti (si pensi a tutte le aziende nate, pasciute e fallite con i sussidi di Obama, o al recente caso di bancarotta di Suntech – colosso cinese del fotovoltaico – o allo scandalo italiano del re dell’eolico Vito Nicastri) sono del tutto sconfortanti, la loro dubbia e ipotetica efficacia potrebbe palesarsi non prima di vent’anni. Nel frattempo, nel breve periodo, ci ritroveremmo soltanto con una nuova voce di spesa infruttuosa, ad ingrassare il già imponente calderone dei sussidi a pioggia erogati dal pubblico leviatano.

Tuttavia, al netto delle considerazioni particolari sulle fonti rinnovabili, il dato politico che emerge dalla dichiarazione del Presidente del Consiglio è l’ormai sottaciuta, ma evidente volontà di fondare l’agenda di governo sulla vulgata di un paese che naufraga sempre più verso il baratro dell’egemonia culturale grillina – non a caso sostenitrice ai limiti del fanatismo dei modelli di sviluppo energetico rinnovabili. A questo punto, si è giunti decisamente oltre la semplice emulazione della strategia comunicativa ed elettorale del comico genovese – come nel caso del ritiro in pullman a Sarteano). Piuttosto, si è deciso di incarnare sempre e comunque il luogo comune più in voga sulla piazza, farsi portavoce, agenti passivi senza filtro né mediazione degli istinti più bassi e autodistruttivi della volontà generale del “popolo minuto”.

Non si tratta soltanto di cedere alla tentazione dello tsunami grillino, ma di abbracciare in pieno quell’atteggiamento ideologico rousseauiano e giacobino, che eleva “la Gente” – qui volutamente con la G maiuscola – a categoria sociale e ne asseconda pulsioni e passioni. Avrebbe potuto scandire un qualsiasi altro slogan di presa facile Enrico Letta: “ripartiamo dai giovani”, “la crescita la facciamo con l’istruzione e la ricerca”, “per le donne priorità alle quote rosa”, e via discorrendo per un elenco che potrebbe essere interminabile. Il punto non è la singola questione, ma l’attitudine a governare in filo diretto con le masse (nel senso più degrado del termine) anziché porsi in un sano atteggiamento di dialogo leader-elettori.

D’altronde, per governare con il consenso e senza mostrare il fianco all’idiocrazia imperante delle folle servono forza e responsabilità, ma come potrebbero questi attributi contraddistinguere le élite in un paese in cui non se ne trova traccia tra la popolazione?