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La possibile chiusura del Catalogo online e la necessità di ripensare il Servizio bibliotecario nazionale

– Uno dei servizi più importanti offerti dal panorama bibliotecario italiano, ossia il Catalogo nazionale on line delle Biblioteche italiane (OPAC-SBN) rischia di chiudere per i soliti motivi: assenza di fondi, mancanza di programmazione, scelte fatte in passato rivelatesi sbagliate.

Proprio ieri su queste colonne parlavamo di come le biblioteche dovessero reinventare sé stesse come luoghi di attrazione del pubblico e di nuova fruizione della cultura, pur di non morire. Manco a farlo apposta, oggi affrontiamo l’altra parte del problema che affligge tutta l’area della gestione della cultura nel nostro Paese. Due settimane fa, c’è stato il primo comunicato da parte dell’Istituto Centrale per il Catalogo Unico (ICCU), che paventava il rischio della chiusura del Catalogo OPAC-SBN, grazie al quale è possibile rintracciare libri o altri materiali informativi presenti in oltre 5.000 biblioteche italiane.

Tre giorni dopo, la direttrice Rosa Caffo rincara la dose: “Come già illustrato e ribadito più volte l’Istituto ha subito tagli finanziari per molti anni di seguito, tanto che ormai il bilancio dell’ICCU è quasi dimezzato e si prevedono ulteriori tagli per l’anno prossimo. La cifra assegnata non è sufficiente a garantire la continuità della manutenzione di SBN, essendo state già effettuate all’interno dell’Istituto tutte le economie possibili“, tramite riduzione del servizio, ricerca di nuovi finanziatori e, soprattutto, riduzione del personale. Che, a sua volta, risponde con un proprio comunicato in cui si invita a non interrompere il servizio.

Inutile dire che la chiusura dell’OPAC ci farebbe tornare indietro di almeno una ventina d’anni e che, a cascata, avrebbe dure ripercussioni anche sulle singole biblioteche che hanno aderito al network e che, ormai, hanno ripensato anche i propri cataloghi per poterli integrare con il sistema OPAC. C’è un patrimonio librario nelle piccole biblioteche locali che, in questo modo, tornerebbe nuovamente nell’oscurità, a tutto discapito delle migliaia di studenti impegnati nelle ricerche per la tesi e di tutti gli altri che, per studio, lavoro o semplice curiosità, si appoggiano al servizio.

La notizia è rimbalzata su Twitter, dove sono stati lanciati gli hashtag #salvateSBN e #nuovoSBN. Purtroppo, non è possibile ignorare come questa situazione sia dovuta anche alla sempre peggiore gestione da parte dell’ICCU, che porta serie responsabilità nella progressiva decadenza di un servizio che, a trent’anni dalla sua fondazione, copre ancora oggi meno della metà delle biblioteche italiane (5.000 su più di 12.000).

Un piccolo cahier de doléances è racchiuso in questo post di Enrico Francese, bibliotecario presso l’Università di Torino, che elenca a grandi linee gli errori commessi lungo gli ultimi anni: si va dalla scarsa assistenza tecnica e professionalità alle decisioni di passare a nuovi metodi di catalogazione, senza però adeguare i software di gestione. In più, il sistema resta “isolato” rispetto ai suoi omologhi stranieri, essendo la tipologia di dati utilizzata non compatibile con il formato utilizzato all’estero, il che rende difficile la “comunicazione” fra i “nostri” database e gli “altri” – anche considerando il fatto che, in trent’anni, non è mai stato deciso un URL stabile (e soprattutto breve) per le schede interne, necessario per facilitare la consultazione da siti esterni.

Non parliamo poi della possibilità di riutilizzo dei dati: mentre all’estero si sta riflettendo su come adattare il database degli equivalenti del SBN e renderlo più “Internet-friendly” e su come affrontare in maniera efficiente la vicenda dei linked open data, l’ICCU in tutti questi anni non ha mai rilasciato un dataset completo, né ha mai dato indicazioni chiare sul potenziale riutilizzo dei dati. Secondo la dott.ssa Antonella De Robbio, anche ai dati dell’ICCU si dovrebbe applicare il principio dell’open by default, in base al quale i dati vanno considerati disponibili in modo trasparente e aperto in assenza di comunicazioni in senso contrario – ma il condizionale resta d’obbligo.

Si potrebbe dire che tutti i nodi sono finalmente giunti al pettine e che adesso è arrivato il momento di decidere: chiudere il SBN sarebbe una follia indegna, ma è necessario ripensare tutta la struttura (sia del servizio che dell’ente che lo fornisce) per cancellare il ritardo che accusiamo nei confronti dei nostri pari grado all’estero, utilizzando – e se necessario, rimpinguando – i pochi fondi a disposizione per riordinare tutto e formare una generazione di bibliotecari capace di affrontare le nuove sfide.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

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