Quote per gli immigrati? Servono ricette liberali, non ricette di sinistra

In Italia purtroppo il centro-destra è, il più delle volte, restio a prendere l’iniziativa sui temi legati alle nuove dinamiche sociali e civili. Nei fatti, sulle problematiche dell’integrazione degli immigrati, come su altre tematiche – dall’emancipazione femminile ai diritti degli omosessuali – è in genere da sinistra che viene più spesso il tentativo di rispondere a questioni che bene o male impattano la vita di molte persone.

A destra c’è sovente disinteresse e quando certi argomenti comunque sul tavolo ci finiscono, i partiti moderati oscillano tra riflessi puramente conservatori ed un sostanziale recepimento degli schemi politici della sinistra. Il primo atteggiamento è più frequente sui temi dell’immigrazione e dell’omosessualità; il secondo sulle cosiddette “pari opportunità”. In ogni caso, il centro-destra muove sempre per secondo e non pare avere la forza di articolare in chiave positiva una propria elaborazione politica.

Per queste ragioni, non è infrequente che quei liberali che maggiormente credono nell’importanza di un modello di società aperta e plurale si trovino a guardare a sinistra, per lo meno sui temi dei diritti civili. Di fronte alla chiusura pregiudiziale che su certe tematiche spesso si trova a destra, c’è talora l’impressione che a sinistra ci sia per lo meno una maggiore sensibilità, anche umana, a loro riguardo.

In realtà, il fatto che a sinistra si parli di certe questioni, non vuol dire affatto che se ne parli nei termini corretti. Del resto a sinistra si parla da sempre anche di lavoro, ma questo non rende giuste le ricette di Fassina o della CGIL. In questo senso, il ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge pone certamente questioni importanti – questioni che un paese come il nostro non può permettersi di eludere. Al tempo stesso non è detto che le ponga nei termini più sensati ed appropriati.

Al di là del dibattito sullo ius soli che ha tenuto banco nei giorni scorsi, il ministro si è spinto ad auspicare un modello di affirmative actions a favore degli immigrati con l’attribuzione di quote di posti nella pubblica amministrazione.

Si tratta di una posizione molto discutibile. In primo luogo, l’idea di azioni positive a favore degli immigrati può avere un effetto negativo sulla qualità della nostra immigrazione, in quanto favorisce il concetto di un’immigrazione non come incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro, bensì fondamentalmente come accaparramento: “vengo in Italia e acquisisco un diritto politico e sociale alla spartizione della torta”.

In secondo luogo, le quote preferenziali generano un modello di società balcanizzata lungo linee etniche ed accrescono, inevitabilmente, la conflittualità e il risentimento da parte di persone che si troveranno scavalcate, perché appartenenti alla “razza” sbagliata. Allo ius sanguinis nel diritto di cittadinanza, la Kyenge finirebbe per sostituire uno ius sanguinium – una “legge dei sangui” – nella vita sociale ed economica.

Infine, simili politiche delineano un modello di società a tavolino dove le componenti sociali demografiche riconosciute dallo Stato (in primis sulla base del sesso, dell’etnia, magari in futuro dell’orientamento sessuale) dovranno essere ponderate e rappresentate nei vari ambiti delle istituzioni, della burocrazia e dell’economia. Uno scenario che comprimerebbe notevolmente la libertà contrattuale e i margini di discrezionalità individuale, rendendo sindacabile qualsiasi scelta di nomina, assunzione, promozione, in definitiva attribuendo un fondamentale potere politico discrezionale ai controllori.

Non può essere, evidentemente, questo l’approccio che come liberali possiamo adottare. Serve invece provare a prefigurare ricette politiche alternative, che siano ispirate ai princìpi della libertà individuale, del merito e del libero mercato. Occorre rivolgersi, certo, con attenzione e rispetto alle istanze degli immigrati e dei loro figli e predisporre dei percorsi che consentano, nei modi opportuni, una loro progressiva integrazione – guardando in primo luogo alle esperienze dei paesi che hanno trovato il miglior bilanciamento tra apertura alla società globale e selezione qualitativa degli ingressi.

Un punto su cui, però, è indispensabile distinguersi dalla sinistra è l’idea che le differenze sociali tra “italiani etnici” e loro discendenti da un lato ed immigrati e loro discendenti dall’altro rappresentino un “fallimento del mercato” e una “stortura da correggere”. Nei fatti è assolutamente prevedibile che in termini medi gli immigrati possano restare più poveri degli italiani etnici anche per molte generazioni, ma le differenze sociali si tramandano anch’esse in molti casi per generazioni anche tra gli “italiani etnici”.

Il fatto che nostro nonno fosse un banchiere, un notaio, un impiegato delle poste, un operaio o un bracciante è per tutti noi un buon predittore del nostro livello sociale di oggi. La mobilità sociale la si garantisce con un mercato aperto e, in qualche misura, con strumenti di welfare individuale, non certo imponendo che il CdA della FIAT sia formato al 30% da figli di operai di Mirafiori e che il 20% dei posti di notaio sia attribuito a figli di bidelli delle scuole.

Insomma, anche sulle questioni dei diritti civili, non possiamo permetterci di riciclare le classiche posizioni progressiste, ma dobbiamo provare a predisporre delle policies liberali, con l’ambizione magari di colmare nel medio periodo il deficit di elaborazione delle forze di centro-destra.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

5 Responses to “Quote per gli immigrati? Servono ricette liberali, non ricette di sinistra”

  1. lodovico scrive:

    Per i liberali il diritto si forma con le pretese degli individui. Queste nuove pretese, nel tempo modificano il diritto. La Legge interviene dopo,codificando queste pretese in diritto. Per gli individui stranieri, ad esempio, si concedono al nord mense con cibi diversi, festività diverse da quelle in uso nel nostro paese, permessi per il lutto più lunghi. Al nord si è trovato un equilibrio per cui questi comportamenti stanno diventando, in certi ambienti, norma. Nello stato si entra per concorso non per diritto di sangue:sbaglia il ministro.

  2. gli affermative action sono una stupidata anche perchè spesso si entra nelle istituzioni per voto o per cooptazione di potenti. e più il gruppo è grande più si viene votati o cooptati quindi è un processo naturale anche senza quote.

    per assicurare una buona mobilità sociale basta una buona scuola PUBBLICA (ahite faraci ;-) ) con parecchie borse di studio per i meritevoli poveri.

  3. Sarah scrive:

    “le quote preferenziali generano un modello di società balcanizzata … ed accrescono … la conflittualità e il risentimento da parte di persone che si troveranno scavalcate.

    L’autore pensa la stessa cosa sulle quote rosa?

  4. carlo maria scrive:

    Siamo consapevoli dei problemi dell’immigrazione e delle difficili risoluzioni, ingenuità o paure del centrodestra comprese..però, laicamente, non facciamo passare per diritti civili cose che non lo sono. I presunti diritti civili, come gli ultimi orientamenti della psichiatria insegnano,sono solo dei rifiuti della propria identità ontologica,matrimonio fondato sul disagio? da liberale dico stiamo attento

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