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Noi che fummo Futuristi Liberali, a torto o a ragione – Quarta puntata

– Il link alla terza puntata

– Di Mirabello e della sua festa annuale io non avevo mai sentito parlare prima dell’estate del 2010. Eppure la “Festa del Tricolore” si tiene dal 1982, ritrovo annuale dell’MSI prima, di AN poi e del PdL nel biennio 2008-2009. Fu dal palco di Mirabello che nel 1987 Giorgio Almirante designò suo delfino il trentacinquenne Gianfranco Fini, che da allora considera quel paesotto del ferrarese come un suo talismano. In un pomeriggio di settembre il caldo della pianura emiliana è asfissiante, ma di sera la temperatura è piacevole e la prospettiva dell’autunno alle porte ti fa eccedere a tavola, anche perché il vino è buono, i cappelletti preparati per mesi dai volontari sono eccellenti e il sottofondo dell’orchestra di liscio concilia l’appetito e il buon umore. Il patron della festa di Mirabello, fin dalla prima edizione, è un imprenditore locale, Vittorio Lodi, ormai amico personale di Gianfranco Fini. Il programma politico della sei giorni era stato invece affidato ad Enzo Raisi e a Luca Bellotti, bolognese il primo e rodigino il secondo (nota a margine: Bellotti avrebbe lasciato FLI nel febbraio del 2011 e sarebbe stato poi nominato a maggio sottosegretario del governo Berlusconi).

Parlando con Lodi – la sera del 4 settembre 2010, alla vigilia del discorso del presidente della Camera – compresi meglio quanto un certo mondo di destra fosse stato persuaso dei “salti” politici e culturali finiani essenzialmente dalla fiducia nel leader, dalla credibilità che gli riconoscevano. Forse per l’entusiasmo da stato nascente, forse per la convinzione che la portata di quel che stavamo facendo era troppo grande, consideravamo le vestigia del vecchio mondo missino di cui erano addobbati gli stand di Mirabello come dei vezzi. A quale festa dell’Unità, d’altronde, non trovi cimeli comunisti? A cena con gli amici di Farefuturo e di Libertiamo, forzavamo volutamente e scherzosamente i percorsi storico-culturali della destra, cercando nel testo assimilazionista di Faccetta Nera – in quel “sarai romana” – i prodromi della proposta sullo ius soli temperato di Fabio Granata.

I volti che incontravo a Mirabello li avrei rivisti a Bastia Umbria a novembre, poi mai più. Dopo il 14 dicembre 2010 (la tentata sfiducia a Berlusconi), ma soprattutto dopo il congresso di Rho di marzo 2011, Futuro e Libertà avrebbe subito una mutazione genetica che l’avrebbe portata inesorabilmente all’estinzione. Ma lì, a Mirabello, erano spontaneamente accorse da tutta Italia molte migliaia di persone sinceramente speranzose che dal discorso di Fini potesse prendere il là un centrodestra nuovo, riformatore, plurale, onesto e deberlusconizzato. C’era gente che non aveva mai partecipato ad alcuna organizzazione politica, curiosi di ogni provenienza. Ancora oggi, tra i mille rivoli delle organizzazioni di ispirazione liberale, ritrovo casualmente persone che all’epoca vennero a Mirabello o che seguirono a distanza, ma con interesse, il discorso di Fini.

Il termine “futuristi liberali” mi frullava dalla testa dal primo agosto di quell’anno, grazie ad un articolo di Alessandro De Nicola (poi tra i fondatori di Fermare il Declino, due anni dopo) sul Sole 24 Ore, con il quale venivano poste domande esplicite sulle posizioni di politica economica del neonato movimento: “pur nell’auspicio che il lavoro rimanga in Italia, ritiene anche Fini che Fiat abbia diritto di produrre dove è più conveniente? Il contratto unico nazionale ha ancora senso?”; “È d’accordo il presidente Fini che è necessaria una riduzione generalizzata delle aliquote (ivi comprese quelle per i redditi più alti) e delle tasse?”. L’articolo si chiudeva così: “Fare domande non equivale ad avere diritto a risposte ma, soprattutto ai lettori di questo giornale, le idee economiche dei Futuristi Liberali potrebbero interessare molto. Vedremo”. Era un’apertura di credito. De Nicola ci confessò che con quell’articolo sperava di dare man forte a Della Vedova e a Baldassarri nel tentativo di “occupare” con le proprie posizioni la proposta economica del nuovo mondo finiano. Ed oggettivamente, i discorsi che sentivi in giro per gli stand di Mirabello confortavano e non poco sulla ricettività a quelle posizioni del coacervo di persone che lì si era riunito.

Poco prima dell’intervento di Gianfranco Fini, programmato per le 18 del 5 settembre, la piazza era gremita all’inverosimile. La scena che più mi divertì fu vedere Mirko Tremaglia passare in mezzo alle bandiere di GayLib. Tremaglia stava con Fini per quel che era stato, GayLib stava con Fini per quel che era in quel momento e per quel che sarebbe dovuto essere in futuro: c’era una coerenza in tutto questo, o almeno ci sarebbe stato se Fini fosse stato nei mesi successivi meno accondiscendente con le derive nostalgiche e destrorse di dirigenti politici ben più giovani di Tremaglia. A differenza di quanto avvenne un anno dopo (quando alcuni dirigenti del partito trovarono “sconveniente” uno striscione dell’associazione di centrodestra per i diritti degli omosessuali), quella volta le bandiere colorate del gruppo capeggiato da Enrico Oliari, Daniele Priori, Michele Beozzo e Luca Maggioni sventolavano indisturbate e pienamente legittimate in quella piazza.

Non si torna nel PdL, semplicemente perché non si può tornare in qualcosa che non esiste più. Il Pdl come lo avevamo immaginato e conosciuto non esiste più, è finito il 29 luglio”. A questa parole di Fini, ci fu un boato in piazza. Certo, non si abbandonava la maggioranza di governo, ma si ponevano paletti e condizioni: “Cercheremo di dar vita a quello che è stato chiamato un patto di legislatura per arrivare al termine dei 5 anni e riempire di fatti concreti gli anni che separano dal voto. Un nuovo patto di legislatura che non sia un tavolo a due gambe. Dov’è finito quel punto del programma – domanda – dove si prevedeva l’abolizione delle province? E quello che riguardava la privatizzazione e liberalizzazione delle municipalizzate?”. Si riconosceva il diritto di Berlusconi a governare, ma non a stravolgere lo stato di diritto con leggi ad personam infilate nei meandri dei decreti-legge da qualche emendamento del “dottor Stranamore Ghedini”. Sulla giustizia, “tutti vogliono che i processi si concludano in tempi brevi, ma la cosa inaccettabile è che una volta definiti i tempi congrui, li si renda retroattivi, lasciando così le parti lese e le vittime con un pugno di mosche in mano”. E si diceva apertamente quello che molti italiani avevano pensato, guardando le immagini di Berlusconi che accoglieva Gheddafi a Roma con sorrisi e salamelecchi: “uno spettacolo poco decoroso quello con cui è stato accolto un personaggio che non può insegnare nulla né del rispetto delle donne né della dignità della persona”.

Fu un successo, milioni di italiani colsero in quell’intervento il tentativo di un leader politico di affrancarsi dal peso di un’alleanza con Berlusconi necessaria all’inizio della Seconda Repubblica, obbligata e difficile poi, ma ormai insostenibile. Eppure, c’era un problema. Mentre nei gruppi parlamentari c’erano “falchi” e “colombe”, era ormai chiaro che la neonata “base” futurista non si sarebbe accontentata di nient’altro che di un divorzio totale con il Cavaliere e il suo governo. E Fini, che a Mirabello non volle arrivare a tanto, cedette alla posizione più dirompente negli ultimi minuti dell’intervento di Bastia Umbra.

Dì così: “caro presidente Berlusconi, non sarò io l’alibi del tuo insuccesso”, tieni il punto ma non lasciamo la maggioranza”, gli consigliò tra gli altri Della Vedova quel 7 novembre alla fiera perugina. Ed anche Adolfo Urso – che con Antonio Buonfiglio, Roberto Menia e Andrea Ronchi si era appena dimesso dal governo – spingeva per questa soluzione. Ma dopo un intervento che in buona parte ricalcava quello di Mirabello, a Bastia Umbra il presidente della Camera compì lo strappo finale. La folla radunata nel padiglione fieristico esultò, ebbi i brividi in quel momento. Ero con Carmelo Palma e Sofia Ventura, in piedi alla destra del palco: “Ha avuto ragione Filippo Rossi – era molto colpito Carmelo, raccontandomi che aveva scommesso col direttore di Ffwebmagazine che Fini alla fine non avrebbe ceduto ai falchi – è andato fino in fondo”. Sembrava la cosa giusta, si rivelò una scelta fatale.

 (Prossima puntata giovedì 24 maggio)


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

4 Responses to “Noi che fummo Futuristi Liberali, a torto o a ragione – Quarta puntata”

  1. Sofia Ventura scrive:

    No, non sembrò la cosa giusta, e io lo dissi subito :-)

  2. Alvaro scrive:

    Fini? Un “mezzo” leader, tra l’altro perdente, che e’ riuscito nell’impresa di distruggere la “destra” italiana. Un mediocre politico, che da arrivista quale era, e’, finalmente, arrivato al suo capolinea politico. Almirante si sta’ ancora rivoltando nella tomba per l’errore clamoroso commesso in quel di Mirabello tanti anni orsono. Politico mediocre, che ha’ approfittato spudoratamente del suo potere, uomo men che mediocre che si porta ancora dietro, fra i nostalgici, il soprannome di “cappuccino”, ma cosa ancora piu’ grave “uomo senza parola”, la parola data per questo signore era un “optional” con il quale giocare. Alvaro.
    P.S.Caput imperare, non pedes.

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