di FRANCESCA SCOPELLITI – Consenta, signor presidente Berlusconi, che sia io a ricordare a lei Enzo Tortora e a farlo proprio oggi,  nel 25º anniversario della sua morte.

Enzo viene arrestato all’alba del 17 giugno 1983, un arresto spettacolare per supportare accuse infondate, infamanti e assurde: appartenenza alla camorra, traffico di droga e, inchiesta facendo, altre “minuzie”. Ad accusarlo un manipolo di delinquenti che, con il nobile quanto inappropriato titolo di “collaboratori della giustizia”, viene assunto al servizio della procura di Napoli dai procuratori Felice Di Persia e Lucio Di Pietro.

Le farneticanti dichiarazioni di 17 gaglioffi e il libero convincimento di quei magistrati, tengono Enzo in galera (tra Regina Coeli e Bergamo) per sette mesi  e altrettanti agli arresti domiciliari, in via Dei Piatti a Milano. Non uno straccio di prova, non un riscontro, non un’indagine alla ricerca della verità, ma solo menzogne, calunnie, false accuse precostituite e  propagandate da giornalisti complici e asserviti alla procura. Perché? Perché Tortora doveva essere colpevole. Colpevole di essere innocente, ma colpevole.

Così il 17 settembre del 1985 Luigi Sansone, presidente della decima sezione del tribunale di Napoli, accogliendo la richiesta del pubblico ministero Diego Marmo, condanna Enzo a 10 anni di galera: una sentenza che vede i giornalisti (qualcuno è costretto a tagliarsi i baffi per aver perso una scommessa!) brindare con i magistrati e i gaglioffi festeggiare nella caserma Pastrengo con donnine e champagne. In Appello la sentenza viene ribaltata, assoluzione con formula piena, confermata poi in Cassazione, ma il danno è fatto e il male ha già preso il corpo di Enzo.

Un male che ha dominato fino alla fine perché Enzo aveva alcuni appuntamenti irrinunciabili: ottenere il pieno riconoscimento della sua innocenza, uscire a testa alta da quella vergognosa inchiesta napoletana, ritornare al suo pubblico e un venerdì sera su Rai Due dire “dunque, dove eravamo rimasti”. Enzo doveva mantenere una promessa fatta ai suoi compagni di cella e ai tanti detenuti conosciuti durante le sue visite negli istituti penitenziari: parlare per loro conto della inciviltà delle carceri italiane e della barbarie della carcerazione preventiva. Doveva, tenendo fede ad un impegno preso con i suoi tanti elettori, avviare nelle sedi istituzionali la battaglia per la giustizia giusta: lo ha fatto da parlamentare europeo, lo ha fatto anche e soprattutto con la rinuncia dell’immunità parlamentare prima e con le dimissioni, poi, per riconsegnarsi ai suoi giudici (e che giudici!) e ritornare per altri nove mesi agli arresti domiciliari.

Insieme a Marco Pannella, da Presidente del Partito Radicale, doveva infine portare a termine la campagna per il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati: un referendum vinto nel 1987 con una stragrande maggioranza ma tradito poi da una legge tanto inadeguata, quanto inapplicata. Tradimento che Enzo non ha vissuto: il 18 maggio 1988 è arrivato prima.

Questo è Enzo Tortora dopo che una assurda accusa lo trasforma da grande giornalista a grande spacciatore di droga, da uomo di cultura a uomo di malavita: un errore giudiziario per il quale nessuno ha pagato. Anzi i suoi “carnefici” hanno fatto tutti carriera. Una storia che avrebbe dovuto far pensare e invece pare non abbia insegnato nulla: nessuno, nemmeno lei Presidente, ha saputo assumere il maxi-processo napoletano come un vero e proprio “caso clinico” capace di ispirare  riforme vere, in nome anche di quella rivoluzione liberale che lei aveva promesso nel 1994, al momento della sua discesa in campo.

Oggi Tortora è diventato un assioma e per un imputato dire “io come Tortora” è molto più efficace che dire “io sono innocente”. Lo hanno detto in tanti, forse troppi,  e questa volta anche lei. “Io sono innocente, spero dal profondo del cuore, lo siate anche voi” ha recitato dal palco di Brescia, citando Tortora ma pensando alla Boccassini. Pensa al suo processo, anche se pare ricordare Enzo. E peccato che lo ricordi soltanto adesso: lei ha avuto circa vent’anni per farlo, per fare tesoro di una inchiesta giudiziaria che ancora oggi grida vendetta, per realizzare quelle riforme necessarie alle giustizia italiana. Riforme per tutti, non per pochi.

Ha fatto invece della tormentata e allucinante storia processuale di Tortora una sorta di giustificazione ideologica delle leggi ad personam. Ha illuso e poi deluso quanti – me compresa – pensavano che la battaglia per una giustizia giusta e uguale diventasse proposta di governo e non l’alibi per soluzioni d’emergenza legate alle vicende processuali di qualche decina di imputati eccellenti.

Come capo del governo avrebbe potuto correggere le disfunzioni del nostro sistema giudiziario e invece ha saputo attuare solo piccole riforme dettate in primo luogo dall’interesse suo e di qualche altro imputato a lei vicino, che non so nemmeno quanto in effetti vi abbiano giovato, e non ha saputo guardare più lontano. Non  ha saputo nemmeno approvare la riforma del Codice Penale messa a punto da Carlo Nordio, un magistrato di sua fiducia incaricato dal suo governo a questo compito. Non ha saputo volare alto.

Non so quali siano le sue personali responsabilità penali e non voglio – in questo contesto – entrarci. Ma so bene quali sono le sue responsabilità politiche, per quello che ha fatto e quello che non ha fatto. Non ha saputo dialogare con la magistratura sulle riforme da condividere, ma l’ha attaccata in maniera esagerata, a volte sguaiata, ponendo una pietra tombale su qualsiasi ipotesi riformista. Non è stato il padre della giustizia giusta, ma il padrino di chi necessitava dell’immunità parlamentare, del legittimo impedimento. E anche questo ha reso ancora più difficile qualsiasi dialogo con le toghe.

Woody Allen, riferendosi all’America, diceva che i “politici sono o incapaci o disonesti e a volte tutti e due”. Una ipotesi, la seconda, che in questi ultimi anni sembra appartenere alla classe politica italiana, con personaggi – fatte le dovute eccezioni – che sembrano preferire l’interesse personale all’interesse pubblico, che invece di mettersi al servizio dell’elettorato sembrano chiedere all’elettorato una sorta di legittimazione a tutto. Ma per quanto questi politici siano degni di “attenzione” giudiziaria,  mi pare anche eccessiva la moltiplicazione di inchieste in tale direzione. Non c’è procura  che non abbia un fascicolo ad hoc e allora, ripensando ad Enzo Tortora, Ottaviano del Turco e ai tanti poveri disgraziati vittime di errori giudiziari,  il mio garantismo ritrova applicazione anche per chi – forse – non se lo merita

“Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione. Un politico cerca il successo del suo partito, uno statista quello del Paese”, diceva Alcide De Gasperi. E, oggi, avrei voluto che fosse lei, presidente Berlusconi, a riprendere quell’eredità morale e politica, avrei voluto che fosse lei a ridare al nostro Paese l’etichetta di stato di diritto. Nel ricordo di Enzo Tortora, guardando ai nostri figli, ai nostri nipoti. Non l’ha fatto e ha perso un’occasione d’oro per se stesso e per tutti.