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Ambiente. La Liguria prova ad affidare i boschi ai privati

Il verde italiano è costantemente sotto assedio. A minacciare la sopravvivenza di grandi parti del territorio nazionale ancora coperte dai boschi, il consumo di suolo per la realizzazione di nuovi edifici, come anche il verificarsi di incendi. Più semplicemente, la sua “manutenzione”. Un impegno di risorse economiche e umane, gravoso. Spesso quasi insostenibile per molte Regioni. In questa ottica la Liguria ha deciso di avviare un esperimento: l’affidamento con un bando la gestione dei suoi 7mila ettari di boschi, querceti, castagneti, faggeti, abetaie e pini marittimi a soggetti privati.

Da anni l’Italia vive una certezza. Più l’estate si avvicina e più brucia. Lo scorso anno, come testimonia il rapporto di Legambiente “Ecomafia 2012. Le storie e i numeri della criminalità ambientale”, il Corpo Forestale dello Stato e quelli delle Regioni a statuto speciale hanno accertato 7.935 infrazioni, con un incremento del 63% rispetto al 2010, denunciato 605 persone, circa il 50% in più rispetto al 2010 e arrestate 14 contro le 10 dell’anno precedente.

Le conseguenze di questa escalation di fuoco sul patrimonio verde sono state pesantissime. Secondo i dati del Corpo forestale dello Stato, la superficie percorsa dalle fiamme è stata superiore ai 60mila ettari, di cui circa la metà boscati. E non è andato certo meglio nel 2012. Più di 34mila ettari distrutti dalle fiamme. Uno spazio enorme. Più del 100% rispetto al 2011. Gli ettari bruciati pari ad un territorio più grande dell’intera provincia di Monza e della Brianza. Da una ricerca effettuata dal Corpo forestale sul triennio 2007/2009 emerge che su 86 province battute dagli 007 del Corpo, il 75% degli incendi si concentra prevalentemente in 26. Le province più calde sono state Cosenza con 622 incendi, Salerno con 475, Avellino con 268, Catanzaro con 258, Reggio Calabria con 221.

Le conseguenze di questa devastazione sono impressionanti. L’Università di Padova nel 2007 ha studiato il fenomeno degli incendi boschivi in ottica economica e dai dati emerge che ogni anno, tra costi relativi al personale regolare, costi di manutenzione e usura dei mezzi di terra e degli elicotteri, quelli sostenuti per il ripristino della compagine boschiva, danni causati dalla diminuzione della produzione di sottobosco, si giunge a valutare un costo complessivo di oltre 500 milioni. È come se ogni anno tutti gli italiani, compresi i neonati, pagassero 9710 euro a testa a causa degli incendi.

Insomma una vera e propria emergenza nazionale. L’ennesima, si direbbe. Proprio per porre un freno a questo crescente fenomeno la Regione Liguria ha deciso provare una strada alternativa a quella tradizionale. Dopo più di 240 incendi registrati nel 2012, con una superficie complessiva pari a più di 1100 ettari, si tenta di non far ricadere sulle esangui casse regionali i costi che impone la tutela dei boschi. Una decisione che ha suscitato reazioni contrastanti tra gli ambientalisti. Con il Wwf contrario a quella che considera una “privatizzazione” a fini di profitto di un patrimonio affidato alla mano pubblica e Legambiente se non favorevole, certamente aperto ad un dialogo. D’altra parte il tema dovrebbe richiedere buon senso. Non ostracismi ideologici.

La Liguria è in proporzione la regione italiana più boscosa. Con il 70% del proprio territorio, pari a 375 mila ettari, coperto da foreste batte anche il Trentino. Il bosco è un presidio idrogeologico e un patrimonio paesaggistico. Ma richiede una manutenzione ormai sempre più rara. Poi, i boschi liguri, per la gran parte, non sono “originali”. Sono stati tagliati dall’uomo intensamente. Quindi non hanno più quell’equilibrio naturale che consentiva a una specie di autoregolarsi. Così tendono a diventare troppo “pesanti” fino a non avere più un effetto di consolidamento del terreno. L’indice di “necro massa”, cioè di alberi morti, è altissima. Il 18,8% contro il 7,55 dell’Appennino del Centro Nord e l’8,8% della media nazionale. In particolare a rientrare tra gli alberi morti sono i pini marittimi. Che con il loro legno secco diventano dei fiammiferi pronti ad accendersi.

Il bando sarà pronto per l’estate. Intanto l’assessore regionale competente in materia, Giovanni Barbagallo, si è dichiarato speranzoso che il caso ligure diventi l’apripista di un metodo d’intervento anche per altre amministrazioni. I termini del bando sono all’esame delle commissioni. Quel che sembra certo è che non verrà richiesto un canone per la concessione. L’idea-guida non è quella fare cassa affittando i boschi, ma riqualificarli rilanciando l’agricoltura, anche creando posti di lavoro. Sembrerebbe facile. Diversi problemi risolti in una volta sola. Ma a creare preoccupazione tra gli addetti ai lavori è la constatazione che la Liguria non è una Regione dalla morfologia “facile”. Insomma, polemiche ambientaliste a parte, alla fine, si troverà qualcuno pronto a lavorare nei suoi ripidissimi boschi?


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

2 Responses to “Ambiente. La Liguria prova ad affidare i boschi ai privati”

  1. lodovico scrive:

    Probabilmente la Costituzione italiana non ci aiuterà a risolvere i problemi che lei solleva. Non abbiamo una costituzione liberale che ci aiuta a disegnare politiche efficaci per indirizzare l’economia verso il successo. Con i limiti che la costituzione pone non riusciremo mai a comprendere perché certe economie prosperano ed altre no. I nostri riferimenti culturali sono la necessità della tutela del paesaggio esistente e la sua conservazione come “bene comune” già definito e non modificabile: questo non permette alla legge che influenza la politica economica del paese soluzioni diverse da quelle di un probabile bando che non risolverà il problema ma creerà, attraverso incentivi, nuovi privilegi.

  2. Francesco Marangi scrive:

    € 500 milioni : 51.493.305 abitanti = 9 euro e 71 centesimi.
    Il diavolo si annida nel dettaglio di qualche virgola?

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