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“Miele” di Valeria Golino: un fantasma o un personaggio?

Ci sono storie di cui, magari sbagliando, ci sembra di riuscire a intuire l’origine. Per esempio, chi ha avuto in casa un malato molto grave che ha chiesto di morire – specie in un paese in cui l’eutanasia è illegale – può aver sognato che apparisse un’entità simile a quella di un angelo, che procurasse al congiunto una morte indolore e poi sparisse senza lasciare traccia di sé.

Valeria Golino, nel suo primo film da regista – si intitola “Miele” ed è tratto da un romanzo di Mauro Covavich – ha voluto dare corpo a questo fantasma (inteso come prodotto della fantasia). L’ho paragonato a un angelo. E infatti la protagonista del suo film ha un corpo androgino; nel momento in cui entra in azione ha modi dolci, almeno apparentemente pietosi; ma allo stesso tempo è inalterabilmente distante dai malati e dai loro parenti (perché si sa che gli angeli e gli esseri umani appartengono a sfere incommensurabili tra loro).

La visualizzazione di tale fantasma nel film è coerente ed efficace. Ma il problema che la regista ha dovuto affrontare è stato trasformare il fantasma in un personaggio realistico. Il fantasma vive nella testa di chi lo immagina, dei suoi sentimenti e dei suoi desideri. Un personaggio “a tutto tondo” dovrebbe avere invece pensieri, sentimenti e desideri suoi propri. E per inventarli, l’autore non ha altro mezzo che immedesimarsi in lui, consentendo poi così la stessa immedesimazione agli spettatori del film.

Ora, tale trasformazione è riuscita (o del tutto riuscita) all’autrice del film? La Golino non ha potuto trascurare che il suo “angelo” opera nell’illegalità. E se dunque è animato dalle migliori intenzioni, si trova poi ad agire come una singolare specie di killer: appartiene a una rete criminale, acquista clandestinamente in Messico i barbiturici necessari per far morire i suoi clienti, deve tenere accuratamente nascosto al suo fidanzato e ai genitori il mestiere che fa, e riceve un congruo pagamento per i suoi servizi comunque criminali.

In effetti, se mi è consentito un paradosso, tra un angelo e un killer un tratto in comune c’è: si muovono tra gli uomini comuni, come senza farne parte. È lo stesso segreto che custodisce dentro di sé che rende il killer (mi riferisco allo stereotipo cinematografico, più che ai killer reali) che lo rende intimamente distante dal suo prossimo. E forse l’efficienza nel momento di aiutare a morire, il nostro personaggio la ottiene al prezzo di una perdita dell’empatia con gli altri esseri umani.

Si capisce che tale caratteristica del personaggio, piuttosto che favorire l’immedesimazione, lo rende ancora di più distante ed estraneo. Ma un incontro imprevisto, scioglie la corazza caratteriale che la ragazza si è costruita per adempiere meglio la propria missione. Nell’illegalità, nessuna autorità stabilita decide se i malati da aiutare a morire siano davvero malati senza speranza e se siano davvero malati.

Così è evidentemente soltanto per profitto che alla ragazza viene sottoposto il caso di un ingegnere che vuole uccidersi soltanto perché soffre di depressione. Scoperta la vera natura del suo male, la ragazza si rifiuta di aiutarlo a morire. E per scongiurare un suicidio di cui si riterrebbe responsabile, per confortarlo, vincendo la scontrosità dell’uomo entra in confidenza con lui. Tra i due non si sviluppa una vera storia d’amore, come si poteva prevedere. Ma questo contatto comunque intimo con un’altra persona – un’esperienza che la ragazza aveva come dimenticato – le impedirà da quel momento di assistere altri malati nel suicidio.

Beninteso: lei non prende moralisticamente le distanze dal proprio operato, non si condanna per quanto ha fatto. Ma lo strazio, che aveva represso dentro di sé e che, al momento dell’estroversione, affiora, aveva raggiunto una tale misura che le impedirà di continuare. È dunque soltanto nell’ultima parte del film che il fantasma si umanizza: diventa, per così dire, un vero personaggio. L’opera prima della Golino è, sotto tanti aspetti, interessante e pregevole. Ma, va detto, il personaggio della protagonista ha il fiato un po’ corto.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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