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La spesa pubblica va tagliata subito, per evitare gli “scoppi d’IVA”

– Mentre in seno all’ampia maggioranza ci si confronta in una guerra di posizione sull’IMU che non sembra destinata a sfociare in una incisiva trasformazione dello status quo, i giorni passano e un’altra minaccia alle tasche degli Italiani si fa strada. Dal 1° luglio scatterà, infatti, l’aumento dell’IVA dal 21 al 22%.

È l’aliquota che, tolti alimentari e beni di lusso, si applica alla maggior parte dei beni: dalla benzina all’energia elettrica, dai vestiti ai servizi di riparazione dell’auto o della lavatrice. L’imposta è già aumentata di un punto percentuale, dal 20% al 21%, nel 2011 per effetto della legge 138/11. L’obiettivo: far incassare alle casse dello stato maggiori entrate per 700 milioni di euro nel 2011 e 4,2 miliardi per ciascuno degli anni successivi.

Nella stessa legge si è previsto che un ulteriore aumento sarebbe scattato dal 2013 se non si fossero conseguiti, con l’adozione di misure di riduzione della spesa pubblica, risparmi tali da produrre effetti equivalenti per l’erario. Da ultimo, la legge di stabilità ha rinviato l’applicazione dell’IVA al 22% al 1° luglio 2013, sempre prevedendo che lo stesso aumento non avrebbe avuto luogo nel caso fossero stati posti in essere tagli alla spesa pubblica e misure di razionalizzazione delle agevolazioni fiscali per 6,56 miliardi di euro.

Per tenere in salute i conti, o si aumentano le imposte, o si taglia la spesa: al Governo la scelta. Ma è così facile ed immediato nei suoi effetti premere la leva della già elevata pressione fiscale? Pare di no. Si dà il caso che nel 2012 i consumi siano diminuiti del 3,2%. Ciò si è tradotto in una flessione del gettito dell’1,9% (-2,2 miliardi di euro), nonostante l’aumento dell’aliquota IVA. Di certo molto ha pesato la crisi nel suo complesso, più che l’effetto depressivo dell’aumento dell’aliquota. Tuttavia, non si può non dubitare dell’efficacia di una misura che comprime ancor di più il potere d’acquisto delle famiglie e rischia di deprimere i consumi ulteriormente, tanto da non produrre nemmeno gli effetti di aumento del gettito ipotizzati.

Insomma, aumentare l’imposta sul valore aggiunto potrebbe equivalere ad attaccare una sanguisuga ad uno stoccafisso: spremi dove non c’è più niente da spremere. Di certo la copertura finanziaria che si imporrebbe per evitare l’aumento dell’IVA, visto il calo dei consumi, è più bassa di quanto previsto. In ogni caso, sarebbe opportuno, onde evitare un ulteriore incremento del debito pubblico a cui dobbiamo la gravità di questa crisi, aggredire una spesa pubblica che ha raggiunto il 51,2% del PIL, oltre 800 miliardi di euro.

Da un confronto tra la composizione della spesa pubblica italiana e degli altri paesi europei, si evidenziano alcune voci “sopra le righe”. Tra queste le spese per i servizi generali e in particolare i costi per gli organi di governo (i cosiddetti costi della politica) e affini (come il l’amministrazione degli affari esteri). Da qui si potrebbero risparmiare fino a 15 miliardi di euro.

Ma non si tratta soltanto di finanziamento ai partiti o di retribuzioni dei parlamentari. Ci sono istituti come la “legge mancia”, con cui i parlamentari dispongono di risorse da usare liberamente a favore di istituzioni più o meno benefiche e benemerite da premiare, spesso secondo criteri di affiliazione politica. Ci sono i fondi all’editoria di partito o i posti di sottogoverno. La spesa pubblica può essere ridotta anche fissando un tetto, pari a quello previsto per la singola retribuzione per i manager pubblici, al cumulo di compensi e vitalizi a carico della finanza pubblica che riceve chi copre o ha ricoperto un doppio incarico.

Non sono poi di immediata comprensione le finalità e le modalità con cui sono gestite risorse pubbliche da parte di enti come l’Arcus. Tra il 2000 e il 2010 la spesa pubblica è aumentata del 24,4%, di 141,7 miliardi di euro. Solo la spesa pensionistica non è aumentata, così come le spese per consumi intermedi e beni e servizi da destinare a terzi. Non c’è legge dell’etropia che tenga. Il percorso inverso, che ci riporti verso una situazione sostenibile, deve essere possibile. Non farlo ha un costo, che come sempre andrà a gravare sui contribuenti. Dall’aumento dell’IVA, la CGIA prevede derivi un esborso di 103 euro a famiglia. Sempre che non reagiscano riducendo drasticamente i propri consumi e il loro tenore di vita.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

2 Responses to “La spesa pubblica va tagliata subito, per evitare gli “scoppi d’IVA””

  1. marcello scrive:

    Se si approva una legge sulla corruzione con le opposizioni per impedire che ogni anno se ne vadano 60 miliardi(è ancora una repubblica parlamentare) il pacificatore Berlusconi fa cascare il governo?

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