Repubblica dimostra che la democrazia (e il sesso) ci rendono cattivi

Ho letto un articolo che, con una logica abbastanza demenziale, ha dimostrato implicitamente che la democrazia produce degenerazione morale, come anche il sesso, le pubblicazioni accademiche e le classifiche sportive. L’articolo è di Repubblica e dà conto dell’esperimento condotto da Armin Falk, economista dell’università di Bonn su un gruppo di volontari chiamati a decidere sulla sorte di alcuni topolini da laboratorio.

Il risultato: il denaro corrompe moralmente l’uomo. Gli uomini, chiamati a decidere  se i topolini “a fine carriera” debbano andare in pensione o essere soppressi, diventano decisamente più disponibili ad accopparli se ne traggono un vantaggio economico. In caso contrario, se non c’è di mezzo il denaro, rimangono molto empatici con il destino degli anziani roditori e scelgono per il loro pensionamento.

Molto grave, ma non vi preoccupate: la tesi è falsa e lo rimane anche se “l’esperimento” è applicato ad altri fattori di presunta corruzione morale, come ho provato a fare in una sorta di reductio ad absurdum (non molto distante dall’assurdità dell’originale) che leggerete di seguito. Che questa assurdità suoni persuasiva e passi come se niente fosse sui giornali più pretenziosi dimostra semmai, sia nell’ipotesi base dell’articolo che nella mia reductio ad absurdum, l’inadeguatezza culturale del nostro Paese. La nostra “cultura” (perché le assurdità ideologiche spopolano innanzitutto nelle élite) non ci fornisce gli strumenti per capire il mondo.

Per scherzo ho riscritto l’articolo parola per parola, cambiando solo il tema in discussione: ho immaginato un anarchico che scrive un articolo contro la democrazia usando la stessa logica dell’articolo di Repubblica. Il risultato è altrettanto valido, cioè per nulla, ma tocca un feticcio culturale italiano, la politica, anziché il mercato, che invece è considerato qualcosa di orribile.

“(TITOLO) La democrazia è fatta per gente cattiva e ce lo dimostra un test coi topolini

(SOTTOTITOLO) Esperimento di un politologo antartico. Senza un premio in voti tutte le persone hanno detto no a uccidere dei vecchi topolini di laboratorio e sì a far tutto per farli vivere più a lungo. Quando alla soppressione è stato aggiunto un premio elettorale i dettami della morale sono passati in secondo piano e il 76% dei topolini è stato sacrificato.

Il lavoro minorile è uno scandalo, lo sfruttamento degli operai cinesi un’ingiustizia, la morte di mille persone nel crollo del palazzo di Dacca grida vendetta. Eppure, immersi nella democrazia, tutti noi dimentichiamo i nostri standard morali. Non è una considerazione a freddo, ma il frutto di un esperimento. Un test crudo, perché condotto sulla pelle di alcuni topolini di laboratorio, ma disarmante nella sua evidenza.

I volontari selezionati da Jacques de la Palice, politologo dell’università di Udontsay, sono infatti persone uguali a ciascuno di noi. Gli hanno domandato se fosse giusto o sbagliato lasciar vivere dei topolini di laboratorio, e tutti hanno risposto “ovviamente sì”. Hanno poi inserito gli animali in un sistema elettorale, in cui la sopravvivenza delle cavie avrebbe comportato il costo di una decina di voti, e i volontari hanno iniziato a dire di no. La vita di animali tutto sommato insignificanti poteva benissimo essere sacrificata. Il consenso, per la quasi totalità dei volontari, era diventato in breve tempo la variabile indipendente delle proprie scelte.

La democrazia uccide l’etica. Il voto rende tutti più cattivi. “Chi opera in un contesto politico viola continuamente i propri standard morali” è la conclusione di de la Palice. A queste considerazioni – ovvie, ma forti della dimostrazione pratica – giunge oggi uno studio pubblicato su Science. Il “gioco di ruolo” di de la Palice ricorda in parte l’esperimento della prigione di Stanford del 1971 (al quale si è ispirato il film, sempre tedesco, The Experiment) in cui un gruppo di studenti fu diviso in prigionieri e carcerieri e i secondi si calarono così bene nel loro ruolo da infliggere vari tipi di torture psicologiche ai primi.

Per studiare la tenuta dei nostri valori morali abbiamo cercato di capire quanto gli individui sono disposti a danneggiare gli altri in cambio di un ritorno elettorale“, spiega de la Palice. La prima fase del gioco di ruolo si è svolta senza elezioni. I partecipanti – 800 volontari – dovevano decidere se alcuni topolini di laboratorio usati per la ricerca ma ormai anziani dovessero trascorrere la loro “pensione” assistiti di tutto punto. Tutti hanno risposto di sì.

Queste decisioni, scevre da ogni considerazione politica, sono poi state messe a confronto con la seconda e la terza tappa del gioco di ruolo. Quando ai volontari è stato chiesto semplicemente se uccidere il topolino in cambio di 10 voti fosse giusto, solo la metà dei volontari ha accettato di violare così apertamente i propri standard morali. Ma quando le transazioni politiche hanno iniziato a coinvolgere più persone e a farsi più complesse, la sorte della cavia si è mescolata con mille altre considerazioni sul valore dello scambio. I dettami della morale sono passati in secondo piano rispetto al vantaggio elettorale, e il 76% dei topolini è stato sacrificato in cambio di un vantaggio medio di 10 voti.

“Nelle situazioni politiche più complesse – spiega de la Palice – entrano in gioco vari fattori che contribuiscono ad abbassare i sentimenti di colpa e responsabilità”. La molteplicità degli attori diluisce l’importanza del singolo individuo. La consapevolezza che rinunciare a un’opportunità permetterebbe ad altri di approfittarne permette di pacificare il proprio foro interiore. Il senso di competizione che la competizione elettorale con molti attori è in grado di scatenare anche nel più mansueto degli individui fa il resto. Nessuno di noi, in fondo, vuole rinunciare ad una pensione a spese dei giovani, soffrire la concorrenza degli stranieri, o rifiutare un privilegio legale in cambio di un beneficio per i consumatori. E i topolini di Udontsay non sono i soli a dimostrarlo. Lo gridano da sotto alle macerie anche i mille operai morti nel palazzo crollato di Dacca.”

Sia l’originale che la versione farsesca dell’argomento, dal punto di vista logico, non hanno valore. Gli uomini hanno un sistema di preferenze (implicito, almeno) attraverso cui scelgono tra le opzioni che hanno di fronte: andare contro la propria coscienza ha un costo, che dipende dalla persona e dall’entità dell’ingiustizia. Tutte le scelte quindi hanno benefici o costi morali, e hanno altri benefici o costi: soldi, fama (sportiva, accademica), voti, sesso, etc. etc. … Ognuno si trova a fare scelte di compromesso come mangiare cibi più saporiti o sentirsi in colpa di fronte allo specchio, incolpare una persona innocente o perdere consensi politici, lottare per qualcosa che si ritiene giusto o optare per una vita tranquilla.

Se ai volontari dell’università di Udontsay avessero promesso sesso in cambio della soppressione dei topolini, avrebbero reagito più prontamente. E se ai volontari dell’Università di Bonn avessero dato voti migliori a scuola, i topolini sarebbero morti comunque.

Tutto ciò non ha niente a che fare con il mercato o la democrazia, con la scuola o il sesso, con lo sport o la ricerca. Nell’alchimia mentale che ci consente di prendere decisioni, tutti i costi e i benefici, compresi quelli morali, vengono comparati: è inevitabile che alcune persone scelgano di sacrificare gli interessi di milioni per vincere le elezioni, falsifichino i dati per pubblicare un lavoro scientifico, commettano un fallo perché l’arbitro è girato altrove, o paghino una mazzetta per vincere un appalto: la coscienza è solo uno dei determinanti delle proprie scelte, rendendo alcune decisioni più costose e altre meno. È anche naturale quindi che si usino argomenti privi di merito per mandare avanti posizioni ideologiche altrettanto infondate: il declino, infatti, ce lo meritiamo.

Twitter @pietrom79


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

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