Il PdL non fa i miracoli, ma li pretende. Meglio il realismo di Letta

di FEDERICO BRUSADELLI – Non è tempo di incantesimi, dice in sostanza il Presidente del Consiglio Enrico Letta, alla vigilia del Consiglio dei ministri che, se nelle intenzioni dei più ferventi berlusconiani avrebbe dovuto trasformare in realtà le mirabolanti promesse elettorali del Cav (abolizione e restituzione dell’Imu sulla prima casa), segnerà invece un primo, prudente passo verso una più ampia riforma del sistema fiscale italiano. “Il decreto – ha spiegato il premier da Varsavia – non sarà il decreto dei miracoli, ma un decreto che contiene alcune scelte che ci danno 100 giorni di tempo per potere fare delle riforme”. E non solo lo slittamento della tanto odiata tassa sulla casa: all’ordine del giorno c’è anche il rifinanziamento per la cig in deroga, 700-800 milioni di euro, ormai indispensabile.

Non scelte prudenti ma palliativi timidi e insufficienti, li definiscono i detrattori del “realismo lettiano”. I quali, più che tra le file di un’opposizione grillina ancora incastrata, passati tre mesi dal voto, in un dibattito interno su stipendi, diarie e rimborsi che sfiora ormai il ridicolo, si annidano (non è una sorpresa né una novità) nei meandri della “strana maggioranza” politica del nuovo premier. A partire dai falchi pidiellini, capitanati da Renato Brunetta, galvanizzato dal suo nuovo ruolo di comando e convinto di non poter lasciar passare un giorno senza dettare l’agenda all’esecutivo o minacciarne la fine anticipata.

“Entro agosto – ha detto l’ex ministro della Pubblica amministrazione dal salotto di Porta a porta – bisogna fare la riforma complessiva della tassazione degli immobili, compresi i capannoni, altrimenti cadrà il governo Letta”. Nulla di nuovo, sotto il cielo del PdL: un ottimismo programmatico sconsiderato, un miracolismo propagandistico poco assistito, diciamo, dal senso di concretezza e di responsabilità, una politica d’attacco che i miracoli li chiede, anzi li pretende, ma ovviamente non li realizza e alla fine ricicla la stessa frustrazione che il fallimento diffonde in un’opinione pubblica spaventata.

È la stessa “spina da staccare”, insomma, già agitata nei confronti del governo Monti (finché non fu poi effettivamente staccata nel dicembre dello scorso anno), che torna in scena oggi anche quando il tema non sono le tasse ma la giustizia, o meglio i guai giudiziari di Berlusconi (questione sulla quale il capo del centrodestra può peraltro contare sempre sull’aiuto di chi ne rivendica l’ineleggibilità, irrobustendone la rappresentazione vittimista e la vocazione al martirio, caratteristiche sempre premiate da ampie fette di elettorato italiano).

Il Cavaliere è però assai più prudente e politicamente intelligente di molti suoi alfieri (e anche questa non è una sorpresa né una novità), e intende sfruttare fino in fondo le opportunità che la stagione delle convergenze può riservargli. Suona quasi come una mezza smentita dell’affondo di Brunetta, infatti, il miele sparso in serata da Berlusconi sul governo Letta: «C’è una forte possibilità che possa andare avanti ed è un momento che consideriamo epocale», ha confidato il leader del Pdl intervenendo nel corso di una cena romana a sostegno di Gianni Alemanno.

Non basteranno, però, a spegnere gli animi dei falchi. Né è intenzione del Cavaliere farlo: la pistola contro il governo è sempre lì sul tavolo, le elezioni sono sempre a portata di mano. E arrivarci mantenendo un profilo “alto”, lasciando ai suoi fedelissimi l’onore di sporcarsi le mani, potrebbe fare la differenza dal punto di vista del consenso. Per questo Enrico Letta fa certamente bene a indossare la corazza della prudenza, e a ricordare agli italiani che dai miracoli della campagna elettorale si è ora passati alla dura realtà del governo delle cose e della gestione della crisi.

Ma farebbe bene anche a seguire il consiglio di chi, come Michele Salvati, dalle colonne del Corriere della Sera, chiede che a mettere la pistola sul tavolo sia anche il premier. Perché “il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica – scrive l’editorialista, tracciando un parallelo tra la fine della Prima Repubblica e quest’agonia della Seconda, tra il governo Amato e quello Letta, tra Scalfaro e il Napolitano Secondo – agendo in tandem e con decisione, dispongono di un’arma potente per costringere i due ex poli riottosi a comportarsi come richiede l’interesse nazionale: una minaccia credibile di dimissioni”. Le dimissioni del presidente della Repubblica, soprattutto, “riaprirebbero i giochi e Berlusconi, cui molte cose possono essere rimproverate, ma non la mancanza di intelligenza politica, capirebbe subito che le cose possono andare assai diversamente da come sono andate la volta scorsa”.

E capirebbe anche che va bene il trionfalismo di chi doveva essere stracciato, anzi smacchiato, dagli avversari e invece è arrivato quasi al traguardo. Ma insomma le elezioni Silvio Berlusconi e il suo partito le hanno perse, così come hanno perso i voti di molti milioni di elettori, delusi dal centrodestra. Ed è difficile pensare che possano essere le minacce di Brunetta, gli show di Daniela Santanchè da Santoro e una nuova stagione di promesse da sogno a riportarli a casa e a restituire a Berlusconi il monopolio dell’Italia “moderata”.


Autore: Federico Brusadelli

Nato a Roma trenta anni fa, si laurea in Lingue e civiltà orientali presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 2009 al 2011 lavora presso la Fondazione Farefuturo, occupandosi del webmagazine diretto da Filippo Rossi, con il quale in seguito collabora alla nascita del quotidiano Il Futurista. Giornalista professionista, dal 2013 è dottorando in Studi Asiatici presso l’Università di Napoli “L’Orientale”.

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