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Lo storico accordo fra Ankara e il PKK non risolve il problema del Kurdistan

Il processo di pace nel Kurdistan turco è iniziato lo scorso 21 marzo all’insegna della massima discrezione. Un accordo fra Abdullah Ocalan (noto in Italia per la sua brevissima presenza nel Belpaese nel 1998) e il governo islamico di Recep Tayyip Erdogan ha deciso un passo fondamentale: il ritiro del Pkk, il Partito dei Lavoratori Curdi, dal Paese.

Il ripiegamento doveva iniziare il 25 aprile, è stato rinviato alla prima settimana di maggio, ma è stato verificato e osservato direttamente da agenzie stampa internazionali solo nei giorni scorsi. Ma dove si ritirano? In Iraq, nella regione autonoma curda, semi-indipendente e già base delle milizie di Ocalan. E in Iraq, il governo di Baghdad teme che l’ingresso di un così gran numero di guerriglieri, circa 2000, possa far degenerare la già precaria sicurezza nazionale.

I guerriglieri del Pkk nel Nord Iraq sono 2500. Con l’arrivo dei loro compatrioti in Turchia, raddoppierebbero. Già il problema è forte, perché il Pkk, negli anni scorsi ha svolto un ruolo destabilizzante con le sue incursioni e attentati a cavallo fra Iraq e Turchia. Ora Baghdad pensa che, nel prossimo futuro, possa far degenerare, non solo i rapporti con Ankara, ma anche quelli fra il Kurdistan iracheno e le altre regioni arabe, sia sunnite che sciite. Per Baghdad si tratta di “una flagrante violazione della sicurezza, sovranità e indipendenza dell’Iraq”. La protesta, formalizzata, verrà presentata in Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Ci troviamo di fronte a un problema in cui la pace in una regione comporta un conflitto potenziale in quella confinante. Perché il Kurdistan è spalmato in cinque Stati. La questione curda non nasce adesso, ovviamente, ma affonda le sue radici nella Prima Guerra Mondiale. Tutto il Kurdistan era una regione dell’Impero Ottomano prima del 1918. I curdi parteciparono al conflitto al fianco dell’Impero. Nella pagina più buia della loro storia, nel 1915 e 1916, collaborarono attivamente al genocidio degli armeni, a cui contendevano le stesse terre.

Nonostante questo peccato originale molto grave, il Trattato di Sèvres, alla fine della guerra, diede ai curdi una patria indipendente. Fu una breve e sanguinosa storia: non solo i clan curdi lottarono fra loro, ma riprese lo scontro con gli armeni, che nel frattempo erano diventati indipendenti. Poi, la vittoria definitiva dei nazionalisti turchi e l’affermazione dei bolscevichi nel Caucaso, portarono a una nuova spartizione fra i due nuovi “imperi” e posero brutalmente fine al conflitto: i curdi furono spartiti fra le nuove nazioni di Turchia, Siria (allora sotto mandato francese), Iraq (sotto mandato britannico) e Persia (di fatto, un protettorato britannico), oltre a un piccolo spicchio annesso all’Unione Sovietica (oggi: Armenia). Entro la metà degli anni ’20, tutto fu sommerso da questa pace cimiteriale. La logica imperiale delle annessioni, però, non ha mai contribuito a risolvere i problemi nazionali. Il Kurdistan ha sempre rivendicato la sua indipendenza, contrapponendosi a tutti e cinque i governi che ne occupavano il territorio.

Quello del Kurdistan turco, dunque, è solo un quinto del problema. Aggravato dal fatto che in quel quinto di territorio curdo è sorto un movimento fortemente ideologico, marxista-leninista, appoggiato dall’Unione Sovietica, nemica della Turchia per tutta la Guerra Fredda: il Pkk. Se rappresentanti curdi sono sempre stati eletti nel parlamento di Ankara e hanno potuto perorare la loro causa con gli strumenti della democrazia (negata da tutti gli altri regimi che si erano spartiti il Kurdistan), il Pkk, per contro, sposando la via della lotta armata contro la Turchia, ha sempre distrutto il dialogo. Dall’altra parte, i nazionalisti turchi hanno trovato, nel Pkk, il pretesto per bollare tutta la questione curda come “terrorismo” e non concedere alcun margine di autonomia (tantomeno di autodeterminazione) al Kurdistan.

Ora, però, le carte in tavola sono cambiate col cambiare delle ideologie. Dal 1991 l’Urss non c’è più e il Pkk è tuttora alla ricerca di una sua nuova ideologia fondante, cercandola nell’autodeterminazione dei popoli e nell’ecologismo radicale. Non ha ancora trovato una sua collocazione precisa nella galassia dei movimenti ribelli. Dal 2002, in Turchia, non ci sono più al governo i nazionalisti, ma islamici democratici, una strana creatura uscita dall’Akp di Erdogan, unica nel suo genere in tutto il mondo musulmano.

Fra Akp e Pkk è stata guerra. Ma non più un conflitto inconciliabile: le ideologie delle due parti non prevedevano la distruzione l’una dell’altra. Negli altri Stati coinvolti è cambiato tutto. I confini tracciati dagli imperi, dopo la Prima Guerra Mondiale, sono in discussione. E le ideologie della decolonizzazione, affermatesi dopo la Seconda Guerra Mondiale, sono agonizzanti: il panarabismo della Siria è in crisi e lotta per la sopravvivenza in una lunga guerra civile; il panarabismo dell’Iraq è morto con la cacciata di Saddam Hussein, da parte degli anglo-americani, nel 2003. L’islamismo dell’Iran è in palese crisi di legittimità.

Per i curdi pare giunto il momento giusto per l’indipendenza. Lo spostamento delle milizie del Pkk dalla Turchia all’Iraq può essere determinante, da un punto di vista strategico. Un Kurdistan indipendente nascerebbe dal distacco del Nord dell’Iraq, già semi-indipendente dal 2003: un debole governo a Baghdad difficilmente glielo può impedire. Avrebbe una concreta possibilità di unirsi al Kurdistan della Siria, dove la guerra civile ha portato alla disintegrazione dello Stato centrale. In un futuro non troppo lontano, in un’eventuale crisi del regime iraniano, può aggregarsi anche quel Kurdistan inglobato a suo tempo dalla Persia. Ecco perché, al di là dello scetticismo che regna in Turchia (dove la gente non crede ancora che la guerra col Pkk sia finita), il problema, da Ankara, viene spostato a Baghdad e Damasco, potenzialmente anche a Teheran.

Per ora va bene a Erdogan (che si libera fisicamente di un problema) e ad Ocalan (che può gettare le basi di un nuovo Stato). Ma in futuro, se il sogno indipendentista curdo dovesse realizzarsi davvero, è difficile che la Turchia, chiunque la governi, lo permetta. Sarebbe un catalizzatore potentissimo per l’indipendenza del Kurdistan turco, che a questo punto avrebbe tutto l’interesse ad aggregarsi ai connazionali già liberi. Il conflitto, dunque, non appare affatto finito. Ma solo rimandato. Anzi: spostato più a Sud.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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