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Noi che fummo Futuristi Liberali, a torto o a ragione – Terza puntata

– Il link alla seconda puntata

A Torino c’era un circolo di Generazione Italia chiamato “Circolo Cavour”. Il suo coordinatore – il giovane imprenditore Andrea Mariscotti – si convinse ad aderire a GI dopo aver assistito in tv alla direzione nazionale del PdL del 22 aprile, quella del dito alzato per intendersi. Ora, un circolo dedicato al conte di Cavour rende abbastanza l’idea dello spirito e della cultura di riferimento di chi lo aveva fondato. Se parli con un altro del gruppo piemontese, Mauro Martini, lui ti racconterà la biografia di qualche deputato del Regno d’Italia appartenente alla cosiddetta Destra Storica. Dal vivo, Marescotti e Martini hanno l’aspetto di due elettori repubblicani californiani, laici e libertari dagli abiti fino al midollo. In giro per l’Italia ne trovavi tanti così, altro che nostalgici fascisti. A Lecco Luca Cesana, un ex radicale che aveva partecipato con Benedetto e Carmelo all’esperienza dei Riformatori Liberali, aveva aperto il suo circolo ed era attivissimo sul web. A Roma prese forma il circolo “Falcone e Borsellino” con Massimiliano Tancioni, insieme ad un coacervo di attivisti (mi piace ricordare, tra gli altri, Peppe Trudu poi detto “Peppe FLI” e le sorelle Maregotto) dalla provenienza culturale e politica disparata, uniti dall’idea di un centrodestra nuovo, modernizzatore, legalitario, liberale e orgogliosamente italiano. Sempre ai due giudici era intitolato il circolo di Cagliari, promosso da Riccardo Lo Monaco, un trentenne che – dopo qualche anno di distacco dalla politica attiva, a causa di un centrodestra che vedeva troppo conservatore sui temi civili – aveva trovato nelle parole recenti di Gianfranco Fini una nuova scintilla d’interesse. A Reggio Calabria era attivissimo Cosimo Caridi, un dirigente pubblico di quelli di cui il Sud avrebbe molto bisogno, insieme alla deputata Angela Napoli, paladina della lotta alla criminalità organizzata, sempre meno a suo agio nel PdL di Cosentino.

Ma accanto a queste luci, c’erano molte ombre, di cui mi capitava spesso di discutere con gli amici di Farefuturo. Eravamo consapevoli dell’ambiguità di fondo di Generazione Italia, tra la primavera e l’estate del 2010: l’entusiasmo era tuttavia tale, che ad avanzare dubbi si veniva additati come detrattori. Se la territorializzazione dell’iniziativa finiana fosse stata guidata da Farefuturo e da Adolfo Urso, probabilmente si sarebbe preservata una spinta ideale e ci sarebbe stato un filtro di merito e di metodo all’adesione dei singoli in giro per l’Italia. L’obiettivo non sarebbe stato affatto “elitario”, ma di coerenza con il percorso politico-culturale compiuto dai Fini negli ultimi anni. Invece, Italo Bocchino – il suo staff campano, la falange siciliana di Carmelo Briguglio e quella pugliese di Tatarella – operarono per imbarcare chiunque, a cominciare da quanti erano rimasti fuori dal PdL perché troppo “spostato al centro” per continuare con esponenti politici locali interessati più ad avere un pennacchio che al merito del “finismo”. Lo scopo di Bocchino era avere le truppe per la guerriglia interna (come ci saremmo accorti durante la nefasta stagione congressuale del 2011), ciò che queste persone pensassero era indifferente. La bolla dell’ambiguità si gonfiava e si affermava il principio secondo il quale la creazione del PdL sarebbe stato un errore in sé e non, come fino ad allora Fini aveva detto, una cosa opportuna distrutta dalle persone sbagliate.

L’accelerazione impressa dai fatti di luglio – l’espulsione di fatto di Fini dal PdL – cristallizzò la situazione. Bisognava che i parlamentari finiani si “contassero” e c’era da cercare un nome per il nuovo gruppo parlamentare. Mentre La Russa mostrava al Cavaliere i suoi conteggi al ribasso (“Non saranno più di dieci o dodici…“), Fini poteva già contare sulla firma di 36 deputati e 10 senatori. Sul nome del nuovo gruppo fioccarono le proposte: nel giorno della sua costituzione, facevano capolino sulle agenzie stampa le ipotesi più disparate. Telefonavo compulsivamente a Benedetto per sapere se c’erano novità. Ricordo che mi disse: “A me va bene tutto, purché ci mettano la parola “libertà”…“. Ad un certo punto sembrava prendere quota “Area Nazionale” (i nostalgici dell’acronimo An erano all’opera…), poi Fini optò per una rivisitazione del titolo del suo ultimo libro: “Il futuro della libertà”. Luca Barbareschi rivendicava di averlo suggerito lui al presidente della Camera, ad ogni modo la genesi del nome rassicurò noi liberali: se la lettera aperta di Fini ai giovani nati nel 1989 era lo spunto per il nome del nuovo gruppo, potevamo sperare che le ambiguità culturali fossero risolte. Che illusione!

“Futuro e Libertà” era un bel nome, il problema era un altro: tranne Della Vedova e Chiara Moroni (che avrebbe ufficialmente aderito qualche settimana dopo), il resto degli aderenti ai gruppi parlamentari di Camera e Senato era composto esclusivamente da ex-An o da parlamentari di prima nomina indicati “in quota Fini”. Che questo fosse un handicap era consapevole fin da subito lo stesso presidente della Camera, che pure nei due anni precedenti aveva raccolto intorno alle sue posizioni parlamentari esponenti di ogni anima del PdL. Al momento dello strappo, nessuno di questi aveva accettato il salto nel vuoto.

La sera che precedette la conferenza stampa di Gianfranco Fini con la quale si annunciava la nascita dei gruppi parlamentari di Futuro e Libertà, molti dei finiani ricevettero telefonate allettanti. Qualsiasi cosa sia accaduto dopo, in un Paese che si accanisce con gli sconfitti, bisognerebbe sempre ricordare che quei parlamentari rifiutarono laute offerte per tornare sui propri passi e restare nell’alveo berlusconiano. A scissione avvenuta, scoppiò il caso della casa di Montecarlo. Ma non sta a me raccontarvelo. A settembre ci sarebbe stato l’incontro di Mirabello.

– Il link alla quarta puntata


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

3 Responses to “Noi che fummo Futuristi Liberali, a torto o a ragione – Terza puntata”

  1. Alì il chimico scrive:

    io ci sono.Per un centrodestra nuovo,legalitario,liberale, meritocratico e aconfessionale.

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