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Altro che gita a Spineto, servono provvedimenti concreti per vincere il grillismo

Organizzano un raduno fuori porta, vestiti casual, con tanto di pullman da gita scolastica per raggiungere la meta. Tutti in ritiro spirituale, “per fare spogliatoio”. Posta in questi termini, potrebbe trattarsi dell’escursione dei grillini a Tragliata, ma anche della due giorni all’abbazia di Spineto del governo Letta.

Poco importa: lo spirito è il medesimo, la strategia comunicativa idem. Quella di rincorrere Grillo sui temi a lui più cari è la linea politica che l’esecutivo sembra ormai deciso ad intraprendere. Si combatte, così, sul fronte del taglio degli emolumenti, sulla riduzione dei privilegi e del finanziamento ai partiti. Si pretende, insomma, di svuotare Grillo del suo consenso proponendone all’elettorato uno scimmiottamento moderato, affatto originale e per giunta interno al sistema partitocratico.

Anziché proporre un modello alternativo, Letta sembra convinto che a fare proprie le categorie grilline – finanche nella comunicazione – si renda un servizio al paese. Al contrario, se ne contribuisce alla grillizzazione, all’affermarsi di un’egemonia culturale serpeggiante nel dibattito pubblico, fondata su un idealismo naif e su un’erronea percezione della realtà che induce l’elettorato a individuare in questioni del tutto secondarie quei problemi che richiedono priorità d’intervento.

La due giorni all’abbazia di Spineto e il botta e risposta con Beppe Grillo sul braccio di ferro per il taglio dei costi della politica sono solo due esempi tra i più banali della corsa alla grillizzazione delle istituzioni. Quanto di più preoccupante, invero, è l’estendersi del processo di grillizzazione all’agenda di governo. Di fatti, le priorità dell’azione politica dei primi cento giorni di governo sembrano essere la legge elettorale e il finanziamento pubblico ai partiti. Due punti su cui si potrebbe facilmente convergere, se non fosse che questo paese – prima di tutto – avrebbe un disperato bisogno di riformare il fisco, il mercato del lavoro, il welfare, il sistema pensionistico, la giustizia, la burocrazia e pensare ad un piano di liberalizzazioni e tagli alla spesa volti all’abbattimento del debito pubblico.

Tutto questo – a giudicare dalla strategia che ha in mente il Presidente del Consiglio – può attendere: c’è da far concorrenza a Grillo sui suoi cavalli di battaglia, magari schierando il braccio destro di Berlusconi o qualche “zombie” (così li chiama il genovese) del “PD meno L”. Se è vero che un’ampia fetta della domanda elettorale va nella direzione del grillismo, quel che più di ogni altra cosa manca ad Enrico Letta è il coraggio di contribuire – con un’azione di governo concreta ed efficace – ad invertire la rotta.

Di fatti, se in un primo momento un governo dal piglio anticasta può godere di un’ottima immagine e di un elevato grado di legittimazione nel paese, nel lungo periodo, a fronte dell’inasprimento della crisi economica per mancanza di interventi mirati ed efficaci, finisce per alimentare la protesta e servire a Grillo la maggioranza e l’egemonia del dibattito pubblico su un piatto d’argento.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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