– Il caso Eluana certo, come ha raccontato Piercamillo Falasca. Ma noi, noi del “Secolo” delle sintonie tra Benedetto della Vedova e Gianfranco Fini ce n’eravamo accorti già un po’ prima.

Al congresso fondativo del Pdl, Fini aveva stupito tutti qualificando la sua posizione all’interno del nuovo soggetto in modo molto diverso da quello che si aspettavano gli ex-An: non il capo della componte “di destra”, ma il punto di riferimento di una idea laica ed “europea” del centrodestra, pronto a mettere in discussione i tabù della sua area di provenienza per cercare sintonie trasversali, capaci di spezzare i recinti delle appartenenze.

Sui diritti aveva fatto già strappi significativi ai tempi della procreazione assistita. Da vicepremier (era il 2005) si era espresso per tre sì ai referendum abrogativi, polemizzando duramente contro chi invitava all’astensione: “Voglio che la mia motivata decisione non si confonda con l’ignavia di chi non ha opinione, o di chi non vota perchè rinuncia ad esercitare la cittadinanza attiva. Viviamo in uno Stato laico e come cittadini non siamo chiamati ad un atto di fede“. Dentro An era successo un putiferio, quasi tutto il partito era schierato per l’astensione o i quattro no, ed è lì che si verificò la prima importante lacerazione tra Fini e i suoi Colonnelli.

Tre anni più tardi, da presidente della Camera, Fini ricomincia a dire e fare cose “bizzarre” sui diritti, la legalità, l’integrazione, la bioetica, la libertà della Rete (uno dei suoi primi atti, senza precedenti in Italia, è ricevere una delegazione delle associazioni gay a Montecitorio). Quasi sempre i suoi amici tacciono, quasi sempre l’Ansa “batte” una dichiarazione di sostegno di Benedetto della Vedova. Quasi sempre noi del “Secolo” la riportiamo, e cominciamo a incuriosirci di questa inedita sintonia. Il mondo degli ex-An è basito.So soltanto io quanto ho faticato per tenere buona la base per far digerire le frasi di Fini“, racconterà Ignazio La Russa a Bruno Vespa (“Il cuore e la spada”). E Alemanno: “Su immigrazione, bioetica, coppie di fatto, Fini ha assunto posizioni inconciliabili con le mie“.

Al “Secolo”, intanto, sta cambiando tutto. Ad amministrare il giornale è arrivato Enzo Raisi, che ha avviato una profonda ristrutturazione legata al nuovo progetto editoriale di Luciano Lanna e mio: fare dell’ex organo di An un quotidiano che esca dalla categoria del bollettino di partito e sia capace di fare opinione. Chiediamo articoli a Benedetto della Vedova. In ultima pagina piazziamo una serie di rubriche “lunghe” su ecologia, diritti, donne, coinvolgendo firme eterodosse: Carmelo Palma e Daniele Priori per “Noi Libertari”, Fiorello Cortiana (poi grande sponsor di Pisapia e Ambrosoli a Milano) sui temi dell’ecologia, Roberta Tatafiore su donne e femminismo.

C’è qualche mugugno dei Colonnelli, ma intanto si crea una sinergia “istintiva” con Libertiamo, la fondazione Fare Futuro e il suo webmagazine diretto da Filippo Rossi. È un piccolissimo network, fatto da poche persone, che però diventa all’improvviso visibilissimo all’esterno. Io mi stupisco dell’empatia che Piercamillo, Carmelo, Lucio e gli altri trovano di primo acchitto con alcuni miei vecchissimi amici: Peppe Nanni, Monica Centanni, Umberto Croppi. C’è un clima di “stato nascente” che non avevo mai sperimentato prima e per noi – “noi di destra”, intendo dire – l’intensità emotiva è importante, così come i legami personali che (incredibilmente) si creano.

Arriverà poi la fase divisiva, fatta di impuntature ideologiche e di ritorno alle rispettive “case”, i liberali da una parte e i “fascisti” dall’altra, a guardarsi in cagnesco e a sgambettarsi, come sempre succede quando lo spazio vitale si restringe (e, in politica, quando le prospettive elettorali si riducono). L’alleanza con Casini depotenzia il “Fini laico”. La perdita del “Secolo”, di Fare Futuro e del web magazine inaridiscono il dibattito. I temi economici diventano preponderanti nel dibattito pubblico proprio mentre all’interno di Fli ciascuno è ormai tornato a chiudersi nel suo recinto, a marcare le distanze nel nome delle rispettive tradizioni culturali e si è persa ogni voglia di confronto e di sintesi.

Noi che fummo futuristi liberali, a torto o a ragione“, ha titolato Piercamillo. Vi dico come vi ho visti io, che liberale non sono mai stata: persone abbastanza coraggiose da attraversare il confine almeno per un attimo, e al momento giusto, il che in politica è tutto o quasi tutto. Per qualche mese, “movimentisti vostro malgrado”. Voi così ordinati, competenti, rigorosi, scientifici, trascinati in un’avventura caotica e – chissà perché – improvvisamente solidali per istintiva simpatia dell’ala più antropologicamente e politicamente lontana da voi: la sottoscritta, Filippo, Umberto, Peppe, e tanti altri che con il liberismo, davvero, avevano poco a che spartire. Oggi che è tutto finito mi incuriosisce soprattutto questo. Perché è questo sentimento di vicinanza, credo, che sopravviverà alla fine della storia di Fli.