Perché Berlusconi non somiglia a Tortora. Né come imputato, né come politico

di CARMELO PALMA – Tra l’imputato Tortora e l’imputato Berlusconi ci sono poche somiglianze. In primo luogo, certamente, un’antipatia diffusa e un pregiudizio tenace per la fortuna e il successo, di cui la condanna avrebbe dovuto per entrambi fare definitivamente (e impropriamente) giustizia. L’ostilità ideologica per i potenti consegna in Italia alla “magistratura democratica” compiti rivoluzionari.

Per milioni di italiani, Tortora e Berlusconi erano già colpevoli, prima di sedere alla sbarra, e lo sarebbero dovuti rimanere, a maggiore ragione, dopo. Per entrambi, popolo e chierici (soprattutto, ma non solo, di sinistra) hanno resuscitato la teoria della colpa d’autore, adattandola alle caratteristiche dei personaggi e delle loro presunte debolezze.

L’altra somiglianza tra la storia processuale inventata di Tortora e quelle, assai meno incredibili e casuali, di Berlusconi è che la politicizzazione dello scontro giudiziario è stata – diciamo così – bilaterale. Non sono stati solo gli imputati, ma anche gli accusatori, a “buttarla in politica”. Il colpevolismo e l’innocentismo, insomma, come forme di militanza civile. Le somiglianze, però, si fermano qui e sono evidentemente estrinseche.

Ci sono poi le differenze, molto più autentiche e intrinseche. Tortora fu un imputato eccellente che, scoperto lo scandalo dell’ingiustizia comune, scelse di farsene testimone comune. Politicizzò non la propria difesa, ma la propria denuncia della “macelleria giudiziaria” e non pretese, bensì rifiutò garanzie politiche. Si dimise dal Parlamento europeo, tornò agli arresti, sfidò i suoi giudici (“Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi”) e la giustizia per “pentito dire”, non temendo, anche in questo, di mischiarsi a mafiosi più veri e verosimili di lui.

Berlusconi ha fatto l’esatto contrario. Ha usato “l’impedimento” politico e istituzionale, ha rivendicato il diritto all’eccezione, ha teorizzato la necessità democratica di un sistema penale à la carte, a seconda che il corso dei processi e il calendario delle udienze suggerisse ai suoi legali questa o quest’altra soluzione. E qui si giunge alla più profonda differenza tra Berlusconi e Tortora, quella politica.

Tortora è stato un etero-garantista intransigente (“Sono liberale perché ho studiato, sono radicale perché ho capito”), Berlusconi un ego-garantista peloso e riluttante ad imbarcarsi in spericolate battaglie di principio. Com’è stato scritto, il Cavaliere ha realizzato il “patto tra il partito dell’impunità e il partito della forca”, tra le esigenze del suo collegio difensivo e quelle della sua bottega politica. Così mentre ritagliava eccezioni “di servizio” nella legislazione penale, faceva della galera e dell’ideologia della galera il passepartout per il successo e imponeva un’idea censuaria e sostanzialmente classista dei diritti e delle garanzie.

Le sue leggi – paradigmaticamente la Cirielli – non hanno reso la giustizia meno ingiusta, ma più disuguale e bifronte. Una “buona” per gli imputati per bene, un’altra “cattiva” per gli imputati per male. Tortora si sentiva uno dei tanti pesci imprigionati nelle tonnare della giustizia all’ingrosso. Berlusconi si sente e si pretende diverso. Spatuzza può “fare giustizia”. Ma non per lui. Tanti lo vogliono in galera, con un accanimento speciale, solo perché è Berlusconi. Che è la stessa ragione, per cui egli rivendica e appronta per sé, quando ne ha modo, il diritto a una giustizia su misura.

La patologica inclinazione a mettere “democraticamente” ai voti l’innocenza o la colpevolezza del Cav. è ciò che davvero unisce Berlusconi e i suoi nemici. E a loro, alla fine, lo fa assomigliare. Non a Enzo Tortora.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

6 Responses to “Perché Berlusconi non somiglia a Tortora. Né come imputato, né come politico”

  1. lodovico scrive:

    Il 17 giugno 1984, dall’arresto di Tortora sono passati esattamente dodici mesi: Tortora viene eletto con 415 mila voti eurodeputato nelle fila del partito radicale. “Giulio Andreotti allora aveva una rubrica sull’Europeo che si chiamava Block Notes – ricorda Silvia – e scrisse una cosa odiosissima: ‘alcuni detenuti evadono con la lima, altri con la scheda elettorale”.
    Tortora nel frattempo continua la sua attività di eurodeputato a Strasburgo. La doccia fredda arriva puntuale il 17 settembre 1985: Enzo Tortora e’ condannato a 10 anni di reclusione.
    29 dicembre 1985 con una decisione coerente, ma per certi versi sconcertante nel paese in cui un ex presidente del consiglio scappava in una villa in un paese esotico per sfuggire alla giustizia, Enzo Tortora si dimette dal Parlamento Europeo e si consegna alla magistratura, poi in secondo grado viene assolto per non aver commesso il fatto.

    Anche Coppola, quello dei furbetti, (tanto odiati) viene condannato a 6 anni in primo grado e assolto in secondo grado per non aver commesso il fatto: un caso simile a Tortora? Tortora fu incastrato da pentiti, Coppola da intercettazioni. Volete mettere: le intercettazioni sono oro colato rispetto ai pentiti!
    E Berlusconi un altro caso ancora. La giustizia per essere buona giustizia deve interpretare la legge e valutare le prove dell’accusa e quelle della difesa: gli errori dipendono da quest’ultima.

  2. Rob scrive:

    Ottimo articolo di Carmelo Palma, per moltissimi versi condivisibile, tuttavia, mi permetto di “affondare la lama” nell’analisi con questo mio personale contributo scritto e con il video allegato che ricostruisce (a futura memoria), il “mio” Enzo Tortora: http://www.robertomancuso.net/node/170

  3. JimMomo scrive:

    Un altro piccolo (ma a mio avviso non trascurabile) aspetto di NON somiglianza, che nell’articolo non viene menzionato, è che la vicenda giudiziaria di Tortora è durata 3 (TRE) anni, quella di Berlusconi…

  4. Zamax scrive:

    Ma alla fine tutti questi sono discorsi capziosi. E’ come se per un tacito accordo i non-berlusconiani/non-antiberlusconiani facessero finta di non capire cosa c’è in ballo. Come diceva Nolte, se una parte del paese vuole la guerra civile non c’è niente che possa impedirlo. La sinistra è psicologicamente sul’orlo della guerra civile dalla fine della seconda guerra mondiale. Nei confronti di Berlusconi la sinistra l’ha appaltata ai magistrati: un terzo livello, quello politico, che in questo caso non aveva neanche bisogno di ordini. Bastava lasciar fare, riservandosi la libertà di incassare i dividendi di quest’azione nel momento e nel modo più adatto. Berlusconi è andato à la guerre comme à la guerre. Cosa doveva fare? Fare l’agnellino? Giocare pulitissimo? Farsi processare senza menare pugni sotto la cintola? In quel caso magari lo avrebbero pure assolto, alla maniera di Andreotti, uscito “assolto” e “mascariato” dal processo. Tanto, a quel punto, di acqua ne sarebbe passata sotto i ponti, Berlusconi out, il Pdl liquidato tranne quello “legittimato” da Repubblica e compari. Ma Berlusconi non rappresenta soltanto se stesso, rappresenta una parte del paese, e quindi pure la democrazia italiana. NEI FATTI. La demonizzazione del ventennio berlusconiano è solo l’ultima delle demonizzazioni che ci accompagnano da settant’anni. E così il paese resta diviso tra una parte del paese che vuole la guerra civile e un’altra che è costretta al primum vivere. Ma se cancelli il primum vivere cancelli tutto. Non spunta fuori la “destra per bene”. Se abbatti la “resistenza” berlusconiana, l’altra Italia non cambierà mai. Qui non siamo tra due opposti estremismi.

  5. Carmelo Palma scrive:

    Gli opposti estremismi ci sono eccome. Da una parte una lettura criminologica del fenomeno Berlusconi e dall’altra una lettura provvidenzialistica – come la tua – della “guerra di resistenza” del Caimano. Insomma, il Cav. come uno Stalin che, brutto o bello, nella guerra contro l’hitlerismo cripto-comunista o accoppa o finisce accoppato. Quindi, o si sta coi comunisti di Arcore, o si sta con i nazisti delle Procure. Tutto il resto è retorica, giusto?
    In questa retorica però c’è pure il garantismo e un’idea civile e umana del processo penale. Io preferisco stare (con Tortora) in questa retorica – che mi consente pure di difendere il Cav. e perfino Dell’Utri dalla giustizia all’ingrosso – piuttosto che in questa guerra inventata, che non è di civiltà, ma banalmente di potere. Una guerra, peraltro, che Berlusconi perderà per una ragione che non concepisce e quindi non comprende, cioè che la storia non coincide mai con una biografia, per quanto eccezionale.

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  1. […] È evidente che non si può chiedere e neppure sperare che i giudici di Berlusconi (a questo punto, in Cassazione) siano “sensibili” a questo conflitto. È però altrettanto evidente che una soluzione politica generale (come fu quella dell’immunità parlamentare, rottamata forse troppo frettolosamente agli albori di Tangentopoli) è resa in via di principio inammissibile dal fatto che a beneficiarne sarebbe il Caimano, che delle regole generali avverte non il senso ma l’ingombro e semmai rivendica un personale diritto all’eccezione. […]