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Noi che fummo Futuristi Liberali, a torto o a ragione – Seconda puntata

Il link alla prima puntata

Nel 2009 e nel 2010 Fare Futuro era una calamita, attraeva persone e idee. Adolfo Urso, Alessandro Campi e Mario Ciampi (rispettivamente segretario, direttore scientifico e direttore politico) reggevano una fondazione che provava a ispirarsi alle migliori esperienze europee, con un rapporto privilegiato con la tedesca Fondazione Adenauer e una costante attività convegnistica ed editoriale di qualità. Era nella sede di Farefuturo che si provava a “dirimere” la diatriba tra cattolici e laici sul tema del fine vita: il frutto di quei confronti, con parlamentari di opinione diversa seduti intorno ad un tavolo a discutere, sarebbe stato in seguito un emendamento condiviso Della Vedova-Buonfiglio (un laico e un cattolico) al ddl sul testamento biologico. Un tentativo di governare la pluralità e non di usarla a pretesto per la caciara perpetua.

Personalmente, fui coinvolto da Ciampi in un un gruppo di lavoro incaricato di elaborare proposte in materia di lavoro e welfare, con l’obiettivo di offrire al dibattito interno alla maggioranza di governo una piattaforma programmatica alternativa al conservatorismo che, di fatto, vedeva il ministro Sacconi dalla stessa parte della barricata dei sindacati. Retoricamente battagliavano, ma non si muoveva foglia.

L’anima pop di Farefuturo era una rivista online dal nome impronunciabile – Ffwebmagazine – diretta da Filippo Rossi, che in breve diventò lo strumento principale di polemica quotidiana della nascente “galassia finiana”. Il webmagazine quasi si mangiò la fondazione, ad un certo punto. Nei mesi di massima tensione intra-PdL tra Berlusconi e Fini, persino un articolo sui cartoni animati rischiava di finire sulle agenzie stampa come messaggio di chissà quale significato politico e strategico. A volte Rossi e i suoi redattori (tra cui i miei amici Federico Brusadelli, Domenico Naso, Cecilia Moretti e Rosalinda Cappello) sparavano nel mucchio, più spesso dalle pagine del webmagazine si produceva autentica azione politica.

Con un articolo di Sofia Ventura contro il “velinismo”, nelle settimane di compilazione delle liste elettorali per le Europee del 2009,  l’opinione pubblica italiana si accorse che Fini faceva sul serio: non era tollerabile che il grande partito di centrodestra appena nato offrisse agli italiani delle candidature più consone per una sfilata di moda o di un quiz televisivo che per le istituzioni comunitarie. La polemica rimbalzò sulla stampa e arrivò direttamente in casa del Cavaliere, dove il clima era già turbolento per la vicenda Noemi Letizia: sua moglie Veronica Lario parló in una lettera aperta di “ciarpame senza pudore” e più di una velina (non tutte per la verità) perse il posto in lista. Il Re non era nudo, ma i finiani avevano mostrato agli italiani che quanto meno era in mutande.

Grazie al Secolo d’Italia, a Farefuturo e in piccolo anche alla nostra Libertiamo, migliaia di italiani in giro per il Paese provavano il gusto di partecipare alla costruzione di un’opzione diversa di centrodestra. Come diceva Benedetto Della Vedova in quei mesi, se l’interpretazione della dialettica interna al PdL fosse stata quella competitiva e inclusiva proposta dal Foglio di Ferrara (con il finianologo Salvatore Merlo) e non quella divisiva e dietrologica de Il Giornale e di Libero, non si sarebbe mai giunti alla famigerata Direzione Nazionale del 22 aprile 2010 – quella del “che fai, mi cacci?” – e in luglio alla espulsione de facto di Fini.

Il primo aprile 2010 era nata Generazione Italia, annunciata da Italo Bocchino già all’inizio di gennaio. Il nome si ispirava a Generation France (promossa da Jean-Francois Copé, esponente dell’UMP) e voleva essere uno strumento associativo capace di raccogliere quelle migliaia di italiani che condividevano le “rotture” finiane. Bocchino, all’epoca vicecapogruppo del PdL, aveva trascorso la primavera e l’estate del 2009 a barcamenarsi tra le diatribe del partito. Ricordo perfettamente la violenza verbale che usó nell’estate del 2009 a Gubbio, durante la scuola di formazione politica promossa da Sandro Bondi, a proposito delle posizioni pro-choice sul fine vita, salvo riconoscere a Fini una sorta di diritto ad un pensiero di minoranza. Ma l’ex collaboratore di Pinuccio Tatarella é sempre stato astuto e tatticamente rapido e già a fine anno aveva fiutato l’opportunità di entrare a pieno titolo nel finismo – ormai in auge – fornendo ciò che al momento mancava a Farefuturo, l’organizzazione territoriale.

L’annuncio di gennaio non era stato né anticipato a Fini né condiviso con gli altri parlamentari. Della Vedova mi raccontò quanto Urso da un lato e la Perina dall’altro fossero contrariati: da settimane si stava ragionando alla “territorializzazione” di Farefuturo. Fini come sempre lasciò correre. Uno dei suoi problemi – che infettó poi FLI – é sempre stato quello.
L’entusiasmo per Generazione Italia fu immediato e il “dito alzato” rappresentò un vero propellente. La gente aderiva all’iniziativa politica di Fini, ma Bocchino fu bravo a raccontarsi come il fautore o comunque il facilitatore di quel successo. Ma di quel che fu in bene e in male Generazione Italia e soprattutto di quel che avvenne nella restante parte del 2010 e poi nel 2011  parleremo nel prossimo articolo.

Qui concludiamo con quel che avvenne il 9 aprile del 2010. Da un lato, un’iniziativa pubblica organizzata dall’allora assessore alla Cultura del Comune di Roma, Umberto Croppi, con la quale l’ideatore dei famosi Campi Hobbit riconosceva a Gianfranco Fini una maturazione sui temi etici e civili che, a distanza di anni, lo faceva ormai riconciliare con la vecchia “sinistra” rautiana dell’Msi, da sempre alla ricerca di nuovi tracciati di interpretazione della realtà. Il secondo avvenimento fu un pranzo tra Gianfranco Fini e Giuliano Ferrara, propiziato da Benedetto allo scopo di favorire la “civilizzazione” della crisi tra il presidente della Camera e il Cavaliere. Al pranzo parteciparono sia Della Vedova che Bocchino. L’auspicio di quella colazione di lavoro cadde nel vuoto, e non per colpa di Ferrara. Tra Bocchino e Della Vedova cominciava in quel momento una diarchia conflittuale che sarebbe durata fino alla fine della legislatura.

Il link alla terza puntata


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

7 Responses to “Noi che fummo Futuristi Liberali, a torto o a ragione – Seconda puntata”

  1. Andrea B. scrive:

    Attendendo con interesse le prossime puntate ( della serie: come rovinare appena nato, in seno alla “destra” italiana, un afflato di idee liberali, liberiste e libertarie mettendosi nelle mani sbagliate), butto i miei “due cents”: a Fini delle idee economiche non è mai importato un granché e poi, forse soggiogato psicologicamente dall’appartenenza ad un partito “anti froci e anti radicali”, ha solo balbettato sui temi etici.

    Spero poi che si parlerà anche dell’abbraccio di FLI con Monti e di come certe sue politiche pro elites finanziarie e burocratiche mal si concilino con la sopravvivenza del ceto medio, vero serbatoio “di classe” delle idee liberali e liberiste.

  2. lodovico scrive:

    I temi etici e civili: sembrava che questi fossero i compiti della politica- come una volta le leggi razziali a salvaguardia della nazione – mai in difesa dei diritti di ogni singolo uomo. Il diritto si forma attraverso l’intrecciarsi delle pretese di ogni singolo individuo non attraverso le proprie convinzioni o riferimenti astratti alla società.

  3. creonte scrive:

    andava fatto un partito con FARE e mollare i sedicenti radicati e/o con soldi

  4. cristina scrive:

    …si può FARE adesso…

  5. marco scrive:

    da semplice lettore di LIBERTIAMO: concordo con il commento di Cristina: si può fare adesso. Certo si dovrebbero tradurre le discussioni che si sviluppano nelle varie fondazioni in proposte e programmi definiti e ci vorrebbe qualcuno che se ne faccia carico veramente e le sostenga con convinzione in una compagine politica nuova (?), pseudo-nuova (scelta civica ?). Altrimenti si rischia, a mio modesto parere, di rimanere confinati in un meccanismo autoreferenziale in grado di generare sempre minori consensi.

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