– Cécile Kyenge si è trovata in pochi giorni, e suo malgrado, a passare dall’essere la “sorpresa” del nuovo governo di grande coalizione guidato da Enrico Letta (“ma chi è?”, ci si chiedeva durante la lettura della lista dei ministri; “come si pronuncia?”, si chiedeva il segretario alla presidenza della Repubblica Donato Marra durante il giuramento al Quirinale) a protagonista della vita pubblica italiana. E non – come avrebbe forse sperato la neo-ministra – in virtù di un ampio e articolato dibattito sulle nuove frontiere dell’integrazione, ma per le posizioni da “guerra preventiva” adottate nei confronti della sua agenda da un Pdl ogni giorno più galvanizzato dai propri sondaggi e dalle altrui debolezze, oltre che per le accuse di Magdi Allam, per i soliti, scontati (ma non per questo meno indegni) insulti leghisti, e per le ben più inquietanti minacce fasciste apparse su alcuni muri in giro per l’Italia.

Banalizzazioni, folklore razzista e strumentalizzazioni politiche che rischiano di soffocare la discussione di un tema tutt’altro che marginale nella riflessione più generale sull’Italia dei prossimi decenni. L’introduzione, anche in Italia, di una qualche forma di ius soli temperato, infatti non è solo “giusta”, non risponde a logiche umanitarie o compassionevoli, né deve necessariamente apparire il frutto della battaglia “di sinistra” per l’universalismo dei diritti tout court. Un nuovo modello di integrazione è innanzitutto utile.

Utile alla tenuta e unità del Paese, perché allargare la sfera dei diritti di cittadinanza a chi ha già costruito qui una rete di relazioni economiche, culturali e umane (e a maggior ragione a chi ci è nato, e ci ha studiato) non indebolisce il tessuto sociale, ma lo rafforza, rendendo più difficili le infiltrazioni di riferimenti identitari “forti”, e per questo potenzialmente pericolosi, nelle pieghe del mondo degli esclusi: una lezione che avevano ben assimilato i grandi imperi della storia, a partire da quello romano (e sarebbe utile ricordarlo proprio a quella destra che sui riferimenti sguaiati e maccheronici alla latinitas imperiale costruisce gran parte del proprio repertorio estetico e valoriale).

Utile alla ripresa economica, perché la legalizzazione di nuovi cittadini e delle loro attività, spesso più floride di quelle di molti “già cittadini”, non “ruba lavoro agli italiani” ma crea anzi nuove opportunità e nuovi spazi di crescita individuale e collettiva. Utile alla crescita demografica, in un paese che attraversa da decenni un preoccupante declino e che rischia per questo di soccombere nella giungla globale.

Argomentazioni non nuove, peraltro: di tutto questo si era già parlato nella scorsa legislatura, in particolar modo nella stagione in cui Gianfranco Fini tentò di sfidare, prima come avversario interno e poi come nemico esterno il berlusconismo trionfante in nome dei valori del centrodestra europeo. Fu proprio sullo ius soli temperato che si combatté parte consistente di quella battaglia culturale e politica; fu lì che si consumò anche uno dei tanti strappi tra i neonati futuristi e gli alfieri della destra nostalgica e tradizionale incarnata dagli ex colonnelli di Alleanza nazionale. La sconfitta della scommessa finiana, subita per la verità più per colpe interne che per colpi esterni, ha infine trascinato con sé anche il tema della cittadinanza ai nuovi italiani, coprendolo con la damnatio memoriae del finismo.

Ora – fallito anche il tentativo tecnico del ministro ad hoc Andrea Riccardi – Cécile Kyenge rischia, paradossalmente, di ripercorrere, su uno scenario diverso, il copione finiano. Ora come allora il confronto sull’integrazione sembra segnare la linea di frattura meglio identificabile (e per questo più facilmente sfruttabile dal punto di vista elettorale) tra le due anime del governo: i “due centrodestra” nel caso del governo Berlusconi, il centrodestra e il centrosinistra nel caso del governo Letta. Complice anche – a onor del vero – la retorica buonista e salvifica della narrazione vendolian-boldriniana, che continua a essere la migliore alleata del nazionalismo all’amatriciana di certa destra italiana.

Se poi il razzismo di Borghezio e il nazionalismo da operetta di La Russa si ritrovano in compagnia di Beppe Grillo e della sua proposta, costituzionalmente e politicamente sbilenca, di indire un referendum sullo ius soli perché è “una questione che non può essere lasciata a un gruppetto di parlamentari”, si capisce che sul viale delle grandi riforme promesse dal nuovo governo, il percorso verso un nuovo modello di cittadinanza (così come quello dei diritti civili, purtroppo), sarà per lo meno accidentato. Se mai – insulti e retoriche incrociate a parte – inizierà per davvero.