A rigor di logica, in un paese messo in ginocchio dall’insostenibilità del debito pubblico e da politiche fiscali e occupazionali che mortificano il lavoro e l’impresa, il dibattito pubblico dovrebbe promuovere una naturale competizione tra proposte alternative per la ristrutturazione del debito, la riduzione della spesa pubblica e dell’aggravio fiscale e l’attuazione delle riforme strutturali più urgenti.

Al contrario, per lungo tempo in Italia – con la complicità di una stampa che ne ha fatto il suo core businessa farla da padrone sono state le vicende private e le disavventure giudiziarie del protagonista della Seconda Repubblica, mentre la crisi del debito mordeva e il paese si avviava inesorabilmente verso quella condizione endemica di cui la recessione economica in corso è soltanto punta dell’iceberg.

Tutt’ora, in presenza di un esecutivo di unità nazionale, la concretezza non sembra trovare posto in un dibattito pubblico sempre più influenzato dalla massiccia presenza mediatica e politica del Movimento 5 Stelle. Così, la competizione elettorale si gioca in campionati altri rispetto a quelli dell’impegno riformatore e lo stesso Enrico Letta – per conquistare la stima elettorale necessaria a legittimare il suo esecutivo – si vede costretto a rincorrere quella fetta di mercato elettorale che alla classe politica non chiede le riforme, ma la riduzione dei suoi emolumenti e dei suoi costi di rappresentanza.

Per una sorta di effetto di grillizzazione della politica e del dibattito pubblico del paese, il Presidente del Consiglio – come dimostra il suo botta e risposta di ieri con lo stesso Beppe Grillo – è caduto nella tentazione di individuare nella questione socialmente più percepita anche quella di più urgente necessità d’intervento. La riduzione degli stipendi dei ministri risulterà certamente in un significativo ritorno d’immagine e di legittimazione popolare dell’esecutivo di larghe intese ma, d’altro canto, non dà risposta ai quesiti che ci vengono posti dall’Europa, dai mercati e dagli investitori esteri, sempre più intenzionati ad abbandonare lo stivale.

La fascinazione per la demagogia e le soluzioni naif dei grillini non si sconfigge giocando su quel terreno di scontro dove l’avversario ha ampiamente dimostrato di essere il campione indiscusso, ma riportando la disputa su un piano di azione politica concreta – su cui i grillini sembrano lasciare il fianco scoperto – per dimostrare agli italiani che, seppur sia giusto pretendere che la classe politica non viva nel lusso e nel privilegio mentre il paese raschia il fondo, non è con il taglio dei costi della politica che ci si libera della zavorra fiscale, del debito pubblico e di un tasso di disoccupazione giunto a livelli di emergenza sociale, ma con un programma di rientro del debito, di riduzione delle imposte sul reddito, di liberalizzazione di settori in cui la mano pubblica frena lo sviluppo e di riforma del mercato del lavoro.