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Noi che fummo Futuristi Liberali, a torto o a ragione – Prima puntata

– Una telefonata pomeridiana a Benedetto Della Vedova, un messaggio d’incoraggiamento. Gianfranco Fini lo chiamò appena letto il comunicato stampa con cui annunciavamo che in quattro gatti avremmo trascorso davanti a Palazzo a Chigi la notte tra il 5 e il 6 febbraio del 2009,  in protesta contro la decisione del governo Berlusconi di emanare un decreto-legge che impedisse a Beppino Englaro di procedere all’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale di sua figlia Eluana. Con quella telefonata, Fini incroció per la prima volta l’attivitá politica di quel parlamentare eterodosso, laico e liberale del PdL e del suo gruppo di amici. Da lí a poco noi avremmo creato Libertiamo, una “polarità liberale, liberista e libertaria” di quello che speravamo potesse diventare un centrodestra di stampo occidentale, aperto e plurale, capace di “istituzionalizzare” l’anomalia Berlusconi e di competere al rialzo con il neonato Partito Democratico. Il PdL era stato una lista alle elezioni del 2008, il partito sarebbe nato solo a marzo del 2009 e la speranza (simmetrica a quella che animava i democratici) era che in un recinto piú ampio rispetto ai singoli partiti della coalizione di centrodestra si potesse superare l’assetto leaderistico. Parlavamo di forma partito, di primarie, di competizione delle idee… ma le cose pian piano si deteriorarono.

La “crisi dei subprime” si stava evolvendo in una crisi globale, contagiando le economie europee, deboli per una loro strutturale anemia da bassa produttività ed elevato indebitamento pubblico. Ai primi inequivocabili segnali di deterioramento del sistema produttivo italiano, il governo aveva risposto nel modo peggiore possibile: spargendo sicumera e negando che la crisi stesse colpendo l’Italia. Giulio Tremonti nascondeva la polvere sotto il tappeto con operazioni di maquillage finanziario e fiscale: la “Robin Hood Tax”, il gioco delle tre carte sui fondi Fas, i tagli lineari. Questi ultimi, in particolare, erano la cifra del malcelato intento di tirare a campare: tagliando tutto in percentuale e per decreto, si colpivano indifferentemente settori diversi e di differente utilità pubblica, peraltro lasciando intatti i comportamenti reali di spesa delle pubbliche amministrazioni. Se io dico ad un Comune di spendere non più 100 ma 95, ma non incido sulla governance dell’ente, questo continuerà a spendere 100: 95 li pagherà e per altri 5 finirà per indebitarsi nei confronti dei suoi fornitori. É una semplificazione brutale, ma in soldoni é il lascito dei tagli lineari tremontiani all’economia italiana.

L’altro protagonista indiscusso del governo Berlusconi era il ministro del Welfare Maurizio Sacconi. La sua difesa retorica dello status quo del mercato del lavoro e del sistema degli ammortizzatori sociali sembrava luciferina. Rivendicava la superiorità di meccanismi discrezionali, iniqui e corporativi di tutela economica – la cassa integrazione straordinaria e la cassa in deroga – e giustificava quasi come un valore il dualismo delle formule contrattuali, mentre nel “paese reale” pian piano centinaia di migliaia di giovani lavoratori venivano espulsi senza alcuna rete di protezione dal mercato. Quando non fu più possibile negare la crisi, il governo conió il suo mantra: “Ma comunque siamo messi meglio degli altri“. Non era vero e se pure lo fosse stato non avrebbe avuto alcun senso: se stai male, non ti aiuta sapere che altri stanno peggio; mal comune in economia non é mezzo gaudio.

Di tutto ciò – dalla primavera del 2009 – noi scrivevamo su Libertiamo.it e, di tanto in tanto, Della Vedova parlava a Fini, con il quale si sviluppava man mano un’intesa e un’amicizia. L’ex delfino di Almirante non ha mai avuto particolare dimestichezza con i fatti e le logiche dell’economia, ma si fidava di Mario Baldassarri e in quelle settimane iniziò a fidarsi di Benedetto. Intorno a lui, peraltro, era da tempo emersa una schiera di politici a loro agio con le idee “fiscal conservative” e pro-mercato: Adolfo Urso ed Enzo Raisi, per citare i piú noti. Successivamente, avremmo poi avuto modo di scoprire come proprio la debolezza di Fini sui temi economici fosse la piú marcata ambiguità del gruppo di parlamentari e di associazioni cultural-politiche che si andava raccogliendo intorno a lui. In quella fase, in cui a prevalere era la contestazione alle politiche del governo della “nostra” parte politica, tali distonie erano coperte dalla comune matrice “oppositiva”. In fondo – e quando non é così nella politica italiana? – era Berlusconi ad unire, per antitesi. Su questo tornerò nei prossimi articoli.

Dal 2009, Benedetto prima e Carmelo Palma poi, insieme al rappresentante di GayLib Daniele Priori, iniziarono a curare una rubrica settimanale sul Secolo d’Italia: “Noi libertari”. Fu la direttrice Flavia Perina, credo d’accordo con Luciano Lanna (un passato ad Ideazione per quest’ultimo) a cercare l’ibridazione del suo quotidiano con le idee liberali. Il Secolo divenne in pochi mesi lo strumento per comunicare all’opinione pubblica, anche tramite l’attenzione che gli altri giornali riservavano alle provocazioni dei “finiani”, che anche nel centrodestra c’era chi si opponeva ad un’agenda di governo piena di becere armi di distrazione di massa (dal reato di clandestinitá, con la proposta di obbligare medici e insegnanti a denunciare gli immigrati irregolari, alla deriva eticista e clericale). Dove avrebbe mai potuto scrivere Priori di amore omosessuale o delle battaglie di Harvey Milk, se non sul Secolo periniano? Della Vedova scrisse di legalizzazione delle droghe leggere, Palma recensìLaicità. Le sue radici, le sue ragioni” di Dario Antiseri. Per quegli articoli Perina riceveva telefonate infuocate di La Russa e Gasparri, che vedevano come una violenza che froci e radicali (termini per loro quasi equipollenti) imbrattassero le pagine del “loro” quotidiano.

E poi c’era Farefuturo, con le attività della fondazione finiana diretta da Adolfo Urso e da Alessandro Campi e con il webmagazine di Filippo Rossi. Ma questo sará oggetto del prossimo articolo.

– Il link alla seconda puntata


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

5 Responses to “Noi che fummo Futuristi Liberali, a torto o a ragione – Prima puntata”

  1. Lorenzo scrive:

    Interessante. Attendo prossima puntata

  2. lodovico scrive:

    “Da lí a poco noi avremmo creato Libertiamo, una “polarità liberale, liberista e libertaria” di quello che speravamo potesse diventare un centrodestra di stampo occidentale, aperto e plurale, capace di “istituzionalizzare” l’anomalia Berlusconi e di competere al rialzo con il neonato Partito Democratico.” Questo è il punto: le capacità di giudizio di un liberale, come ricorda Leoni, nascono nel confronto collaborativo dei vari punti di vista espressi delle esigenze di diritti delle varie persone o associazioni ben definite con cui si viene a contatto non dall’individuare un nemico migliore o di competere al rialzo. Avete espresso troppe idee avulse dalla realtà e spesso contraddittorie o confuse.

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  1. […] Il caso Eluana certo, come ha raccontato Piercamillo Falasca. Ma noi, noi del “Secolo” delle sintonie tra Benedetto della Vedova e […]