L’Italia è ancora senza una destra normale. Intanto Fini entra nei libri di storia

Gianfranco Fini esce ufficialmente di scena. La sua storia politica si chiude e la sua esperienza può cominciare a diventare materia di riflessione. Il presidente della Camera, l’unico che ha osato sfidare il dispotismo del Capo indiscusso, suscitando il raccapriccio della corte e l’ostilità dei colonnelli si fa da parte, ufficializzando nel primo incontro del partito dopo la debacle elettorale del passato febbraio un’intenzione confidata ad alcuni suoi fidi.

Una delusione acuta e dolorosa per i tanti che hanno condiviso un sogno iniziato con il celebre grido di battaglia “Che fai, mi cacci?”. Il tramonto di una speranza di reale cambiamento per i tantissimi simpatizzanti della prima ora. I primi passi? Naturalmente, difficilissimi. Un’estate di fuoco, con i giornali di famiglia del suo ex alleato intenti a raccogliere firme per la questione della casa di Montecarlo e a redigere una sorta di lista di proscrizione nella quale erano compresi lui e la sua truppa. Non era servito quel manganellamento quotidiano. Fini l’aveva superato. Insieme alla pattuglia, inizialmente ragguardevole, di parlamentari di Futuro e Libertà, che aveva accettato la competizione. Davide contro Golia. La destra moderata, repubblicana, legalitaria, europea, insomma quella “pulita” e “normale”, contro quella che votava compatta la mozione in cui si definiva Ruby “nipote di Mubarak”. Ma poi, nel momento in cui l’ambizioso progetto si sarebbe dovuto concretizzare, una catena di errori. Fino alla non elezione sua e dei suoi sodali alle ultime elezioni. La fine simbolica di una parabola nata tra le lacrime di Fiuggi. E così va in soffitta non soltanto un partito, ma la possibilità per il Paese di dotarsi finalmente di una destra. Una necessità tutt’altro che recente.

Agli inizi degli anni Settanta Giuseppe Prezzolini, dopo aver trascorso circa trent’anni negli Stati Uniti, definiva la formula della “destra che non c’è”, per indicare un’anomalia della politica italiana. Lo fece con due saggi, Intervista sulla Destra e il Manifesto dei conservatori, nei quali sottolineava un vuoto del sistema del Paese che stava riscoprendo. Molto più recentemente, sul “Mulino”, Ernesto Galli Della Loggia si è soffermato ad analizzare la questione nella sua genesi, dalla Prima alla Seconda Repubblica e oltre Berlusconi. L’ultima consultazione elettorale, con la diaspora degli ex AN frammentati in quattro diverse formazioni (Pdl, Fratelli d’Italia, la Destra e Fli) e lo scarso risultato che ha ridotto la rappresentanza di parlamentari con una matrice di destra, da 150 ad appena 20, certifica la fine di una presenza politica in Italia ascrivibile a quest’area. Dal dopoguerra ad oggi non era mai accaduto. Almeno in dimensioni così drastiche. Ma di quella destra Fini non era più da tempo un vero rappresentante. La sua sconfitta non è “quella” sconfitta. Fini non fallisce nel tentativo di custodire il recinto simbolico della destra post-missina, ma di trascinarla nel perimetro politico della destra europea. E su questo vince Berlusconi. La destra italiana rimane “anomala”.

L’assenza di una destra conservatrice “normale” rischia di diventare un vero difetto di sistema della democrazia italiana. Una destra democratica esiste in tutte le grandi democrazie occidentali e ne costituisce un fattore di stabilizzazione. Dopo un lungo dopoguerra, anche l’Italia sembrava aver conquistato la presenza di una destra democratica. Una destra che si richiamasse a quella storica post-unitaria, quella che aveva regalato al Paese statisti del calibro Di Bettino Ricasoli e Quintino Sella. In AN confluirono non soltanto i post-missini, ma personalità provenienti da diverse esperienze come Domenico Fisichella, Gustavo Selva, Publio Fiori e Pietro Armani. Forse non molti ricordano che alle elezioni del 1996 AN ottenne il 15,7%, quasi sei milioni di voti. In pochi anni quel consenso è stato perso. Impoverendo non soltanto i protagonisti di quel mondo ma, probabilmente, anche il fragile sistema bipolare.

La scommessa di Fini, a partire da Fiuggi, era infatti quella di dare all’Italia la destra che non c’era, non di adattare alle geometrie della Seconda Repubblica la destra post-fascista. Un tentativo, molti hanno notato, analogo a quello di Aznar, che provenendo dalla storia post-franchista aveva conquistato il campo conservatrice soppiantando anche i partiti moderati di tradizione democratica. Un’operazione, quella di Fini, del tutto diversa, anzi per certi versi capovolta, da quella del ricompattamento dell’esperienza politica e culturale post-missina. Lungo quella linea Fini arriva alla rottura con il MSI e sostanzialmente per le stesse ragioni, seguendo una proiezione decisamente mainstream (e forse troppo “normale” per la destra italiana), anche alla rottura con Berlusconi. Con un Berlusconi molto diverso – forse non negli interessi, ma nella loro rappresentazione – da quello che alle origini della Seconda Repubblica aveva offerto una sponda e una legittimazione politica decisiva alla destra tradizionalmente esclusa dall’arco costituzionale.

L’occasione del 1994 è stata decisamente persa. Da un lato, il crollo del sistema politico della cosiddetta Prima Repubblica, con la scomparsa della Dc e della legge elettorale proporzionale e, dall’altra, la comparsa sulla scena di Silvio Berlusconi, crearono le premesse per la nascita di una nuova destra. Che ha fallito per molte ragioni. Non ultima quella di non essere riuscita a darsi una vera identità. Di non essere cresciuta. Ancora oggi la sua unica vera ragion d’essere resta quella del 1994, l’anno della sua prima vittoria elettorale: impedire alla sinistra di vincere e di governare. L’obiettivo della “rivoluzione liberale” con il quale essa si presentò venti anni fa è stato totalmente mancato. Manifesta l’incapacità, se non il disinteresse, che la destra ha dimostrato nell’affermare e organizzare una propria presenza culturale e intellettuale nella società italiana. Essa continua a essere esclusa dal discorso pubblico, ma anche in qualche modo ad auto-escludersi.

Non solo. Alle politiche berlusconiane va ascritto altro: hanno più o meno direttamente alimentato un duplice pregiudizio che ha nociuto gravemente al sistema politico italiano e alla vita pubblica del Paese. Il pregiudizio secondo il quale la destra non può che essere qualcosa di radicalmente negativo, naturalmente estranea o ostile all’ordine costituzionale democratico. Ancora, l’idea che di conseguenza il sistema politico italiano debba e possa fare stabilmente a meno di un polo politico di destra. Niente di più errato e di più dannoso per il Paese.

Fini ha tentato di opporsi al leader plebiscitario per antonomasia e teorizzatore convinto di un tale tipo di leadership, Silvio Berlusconi. Ma ha fallito. È naufragato miseramente il suo tentativo di costruire una destra nuova, anzi una destra che non c’era mai stata. A decretare la sconfitta proprio l’ex alleato, lo stesso che aveva provato a ridurre al silenzio Indro Montanelli, a disinnescarne la potenza di fuoco. È così che le colpe dell’ex Presidente della Camera, seppure evidenti e decisive nel ridurre Fli ad un “partitino” e la sua idea di Destra ad un “sogno passato” (una vera eterogenesi dei fini) si mescolano con quelle di altri. All’interno e all’esterno del suo progetto. Di Berlusconi, certo. Il despota che è ben lontano (e sempre lo è stato) da qualsiasi idea riconducibile al conservatorismo liberale, alla Destra che doveva essere. Ma anche di non pochi dei suoi dirigenti, rivelatisi quanto meno inadeguati, oltre che concretamente disinteressati ad un progetto condiviso, e legati ad un’idea di destra magari antiberlusconiana (fino ad oggi) ma altrettanto anacronistica e distante dai riferimenti europei.

Questi i motivi che hanno contribuito a causare una crescente marginalità. Una irrilevanza sempre più acuta che ha avuto come preventivato esito lo zero virgola ottenuto alle Politiche. Fli spazzato via, (quasi) tutti fuori. Le ambizioni riposte. L’albero che spesso Fini ha richiamato riferendosi al suo partito, scosso tanto violentemente, da non lasciare alcun frutto attaccato. Anzi neppure una foglia. Difficile credere che quello stesso albero, che non ha mai regalato prodotti di qualità e che comunque è ormai completamente spoglio, possa trasformarsi per diventare quel che non è mai stato. Neppure se si ha in mente di innestarlo con un’essenza più solida. Quel che sembra certo è che ci vorrà molto tempo e grande pazienza. Intanto continua a mancare una destra.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

11 Responses to “L’Italia è ancora senza una destra normale. Intanto Fini entra nei libri di storia”

  1. elenasofia scrive:

    Quanto mi è dispiaciuto che voi radicali, di cui condivido buona parte delle idee (non tutte!) abbiate riposto la vostra fiducia in un individuo assolutamente privo di ideali, opportunista, incapace di rendersi conto, prima, che brillava della luce riflessa di Berlusconi e poi, che era usato come portatore d’acqua per far cadere il governo del suo Pigmalione in modo che potessero prendere il potere i soliti comunisti, che non riuscendo in quanto tali ad avere la maggioranza alle elezioni, hanno bisogno di mascherarsi, di volta in volta, da Prodi, da tecnici, ecc.

  2. aristark scrive:

    Entra nella storia della stupidità umana.

  3. enzo51 scrive:

    Da buon archeologo,Dott.Lilli:”Alla ricerca della destra(quella vera) perduta”:Perduta! Ma quanto mai,inesistente ,forse, atteso che il capobranco Fini ha bruciato un capitale ideale della vecchia guardia e ha seminato illusorie prospettive nei giovani che hanno creduto nella sua creatura – FLI – sgonfiatosi come un soufflè appena si è aperto il “forno” delle urne recenti! Del resto ,cosa aspettarsi da un tizio che ha dimostrato tutta la sua pochezza di uomo avendosi fatto incastrare dalla”premiata ditta Zuliani &Co.” trascinando nel gorgo delle dannose dicerie,per altro vere,sui fatti di Montecarlo.Doveva avere l’ultima parola su tutto e tutti,invece il pollo è risultato uguale ai Bossi,ai Berlusconi,ai Di Pietro e compagnia di giro cantante! L’algido politico poteva veramente contare sulla stima di un vasto elettorato che lo vedeva come un leader al di sopra delle parti quindi credibile!Peccato che per un pelo di f…il nostro”eroe” s’è intronato!

  4. enzo51 scrive:

    P.s. “trscinando nel gorgo della dannose dicerie,per altro vere,sui fatti di Montecarlo, tutti coloro che avevano accettato da parte del grande Giorgio Almirante il delfinato di Fini,uomo politico che doveva ancora crescere ma che il grande Giorgio nella sua lucida saggezza, avendolo indicato come suo successore credette di dare un giusto viatico ad una destra giovane e moderna.I fatti nel tempo hanno dimostrato che basta un attimo di disattenzione e anni di correta “manutenzione” politica vanno a pallino.

  5. aristark scrive:

    Non ho mai capito che ci stava a fare il Della Vedova con questa gente, e soprattutto con l’uomo di fumo. Gli ultimi interventi pubblici del quale mi hanno dato l’impressione di un intronato irricuperabile, incapace persino di mettere insieme un concetto che non fosse fuffa e semplice forfora e inadatto ad intrattenere una scolaresca di ripetenti, come se il cervello si fosse lentamente polverizzato. Per la verità, anche il povero Casini ha fatto una fine altrettanto penosa, sebbene – essendo di scuola pretesca – potesse contare su residui cascami di perfide arti clericali… Requiescant in pace et semper!

  6. Alex scrive:

    Il Presidente Fini rimane l’unico VERO politico e Leader di una vera destra, l’unico che ha avuto il coraggio di opporsi al tiranno e ha rifiutato di vendersi alla corte di Arcore, per questo spero torni presto in campo perché l’Italia ha bisogno di lui! Alla faccia di quei servi venduti alla corte di quel delinquente di Berlusconi, Presidente Fini abbiamo bisogno di Lei!!! Tutta la mia stima!

  7. lodovico scrive:

    Non è facile essere di destra e per essere conservatori si deve avere un buon rapporto con la realtà. Un conservatore, ad esempio, avanza pretese sul comportamento altrui (non vuole essere aggredito e quando prega, in chiesa, non gradisce persone in costume da bagno) poiché sa che da questo intrecciarsi di pretese si avranno in seguito leggi e norme di comportamento che devono difendere nel primo caso la sua libertà di esistere e nel secondo il rispetto delle sue opinioni o credenze)
    Per un conservatore sono quindi gli individui con i loro comportamenti, i loro valori, le loro pratiche e credenze a definire il quadro giuridico del paese dove vivono, non la società.
    Certo, nel corso del tempo gli individui cambiano i loro comportamenti con nuove pretese e questo comporta degli aggiustamenti delle leggi o del diritto. Definire la sfera privata e le libertà a difesa dell’individuo è sempre difficile perché muta il quadro dei comportamenti degli individui o perché chi detiene il potere( lo Stato da cui ci si deve difendere) per comodità o ideologia modifica improvvisamente criteri in precedenza adottati.
    Dove ha fallito, per un conservatore, il FLI ed il suo fondatore Fini?
    Non ha difeso i valori individuali ma si è limitato ad appoggiare o farsi interprete dei valori di una società che avrebbe voluto “ più progressiva e giusta” dimenticandosi che anche il “fascismo” voleva una società più progressiva e giusta ma si dimenticò di difendere i diritti di ogni cittadino. (per questo fu il “male assoluto”).
    P.S. sulla questione” ius soli” che nei diversi paesi ha declinazioni diversi non si dovrebbe dimenticare che anche da noi già esiste e che la “ nuova” introduzione “erga omnes” nasceva da convenienze elettorali.

  8. Andrea B. scrive:

    Dotato di una buona dialettica, sfoggiata nei primi anni di notorietà politica (non ci voleva comunque tanto, avendo di fronte le mummie della prima repubblica), Fini ha però dimostrato di NON possedere le doti politiche, umane e morali per far nascere una destra “moderna”( sulla cui definizione bisognerebbe aprire un discorso a parte) e quanto sopra a prescindere dall’ingombrante presenza del tycoon Berlusconi.
    Tanto per dire, non mi ricordo una sua chiara e netta presa di posizione, di stampo liberista e liberale, sui temi economici o su quelli etici, ma ha solo creato un partitello nuovo, dando il fianco a chi lo accusava di essere un semplice voltagabbana e traditore, degli “ideali” missini prima e di Berlusconi poi.

  9. alex scrive:

    Articolo interessante e colgo l’occasione per complimentarmi per questo sito! veramente ben fatto e con tanti articoli utili!

  10. marcello scrive:

    “Un conservatore, ad esempio, avanza pretese sul comportamento altrui (non vuole essere aggredito e quando prega, in chiesa, non gradisce persone in costume da bagno) poiché sa che da questo intrecciarsi di pretese si avranno in seguito leggi e norme di comportamento che devono difendere nel primo caso la sua libertà di esistere e nel secondo il rispetto delle sue opinioni o credenze)”

    Una destra moderna liberale è per la limitazione dello stato nella sfera privata. L’Msi (diversamente dalla destra laica rappresentata nel partito liberale) è sempre stato clericale, così come poi i colonnelli di An.

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