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A non volere la tregua in Siria, stavolta, potrebbero essere gli insorti

L’ultimo sviluppo in Siria è l’accordo formale fra John Kerry e Sergej Lavrov, i titolari degli Esteri di Usa e Russia, su una soluzione politica. Di pratico c’è poco. Di fatto i due ministri auspicano che sia i ribelli che il regime di Bashar al Assad possano sedersi attorno a un tavolo per concordare una transizione verso un nuovo sistema di governo.

Una soluzione analoga ha un precedente nello Yemen, dove si è posto fine al grosso delle violenze nel 2012 con una transizione tutta interna al regime, accettata da gran parte delle opposizioni armate. Gli yemeniti hanno qualcosa da ridire (la guerra non è mai realmente finita e il regime mai realmente cambiato), ma almeno non si registra quel bagno di sangue quotidiano. In Siria sarebbe possibile? Dopo due anni di guerra pare di no. Tentativi di soluzioni politiche sono stati effettuati a più riprese, a partire dal referendum per la riforma costituzionale promosso dal regime il 26 febbraio 2012, fino al tentativo di mediazione promosso dagli Usa lo scorso febbraio 2013. I tentativi di far sedere regime e insorti attorno allo stesso tavolo sono fin qui falliti. Perché mai quest’ultimo approccio dovrebbe funzionare?

La spinta internazionale è più forte che in passato ed è l’unico fattore che fa ben sperare. Usa e Russia sono accomunate, per la prima volta dall’interesse di fermare il conflitto prima che dilaghi. Gli Usa temono una deriva verso un intervento dopo che le agenzie di intelligence hanno sospettato (con prove) l’uso delle armi chimiche, la “linea rossa” dopo la quale il regime di Assad dovrebbe subire “conseguenze”. Benché il lancio dei gas sia tutt’altro che una notizia confermata (anzi, il procuratore Carla del Ponte, per conto dell’Onu, sospetta, in base agli indizi che ha esaminato, che ad usarle siano state gli insorti), il dibattito negli Usa fra interventisti e non-interventisti si è fatto molto più serrato.

Un buon nucleo di senatori repubblicani e democratici, capitanati da John McCain (ex candidato alla presidenza, contro Obama), vuole un intervento, se non altro per non dare una prova di passività internazionale. La situazione è diventata ancora più urgente nel corso del fine settimana, a causa di due raid israeliani, in rapida successione, in territorio siriano. Come già avvenuto lo scorso gennaio, Israele vuole prevenire, con l’uso della forza, il passaggio di armamenti siriani (missili e testate chimiche, in particolare) agli Hezbollah in Libano. Cosa che, se dovesse avvenire, minaccerebbe la sopravvivenza stessa degli abitanti del piccolo Stato ebraico, tutti a tiro di missile, da Nord a Sud.

Con un alleato che deve partire all’attacco da solo e una “linea rossa” (l’escalation chimica) già quasi passata, l’amministrazione Obama, pur di non intervenire, gioca la carta dell’accordo con la Russia. È bene notare che non è la Russia ad aver cambiato linea, ma proprio gli Usa. Mosca, dal canto suo, ha sempre proposto la soluzione politica, il dialogo fra oppositori e regime. Sono gli Usa che, finora, hanno sempre premuto sulla cacciata di Bashar al Assad prima di avviare qualunque dialogo.Step down or step aside” sono sempre state le parole chiave per comprendere l’atteggiamento dell’ex segretaria di Stato Hillary Clinton nei confronti del regime siriano. L’accordo proposto è basato sul Cominicato del “Gruppo d’azione per la Siria” del 30 giugno 2012, concordato dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, dalla Turchia e dai membri della Lega Araba. Prevede un cessate-il-fuoco, l’accettazione sul territorio siriano di ispettori internazionali, libertà di movimento per i giornalisti, libertà di protestare pacificamente, garanzia di libero accesso e sicurezza per gli operatori umanitari. Questo nell’immediato. Successivamente, l’accordo prevede tappe per una transizione graduale dalla dittatura alla democrazia.

A prescindere dalla buona volontà delle grandi potenze, però, non ci sono maggiori speranze che questo accordo vada in porto e non ripeta tutti i precedenti fallimenti. Dopo due anni e due mesi di guerra, 70mila morti e 1 milione di rifugiati, è difficile tornare indietro. Fino ad ora gli accordi erano saltati, così come le tregue (fra cui quella mediata dall’Onu nell’aprile 2012) erano state sistematicamente violate, perché non conveniva al regime. Militarmente più forte, sino all’estate del 2012 Assad era convinto di poter domare la situazione con la forza. A un anno di distanza, invece, non conviene più alle forze degli insorti. Che ormai sono un esercito numericamente imponente (circa 120mila uomini) sempre meglio armato e in possesso di buona parte del territorio.

Secondo le dichiarazioni del generale Salem Idris, comandante in capo dell’Esercito di Liberazione Siriano, le sue truppe hanno il controllo del 65% del Paese, minacciano Damasco e potrebbero vincere la guerra entro due mesi, se solo fossero dotate di più armi pesanti. Oltre alla scarsa propensione degli insorti ad una trattativa, proprio ad un passo dalla loro vittoria (e vendetta, per tutti i crimini subiti), si aggiunge un fattore di complicazione in più: le milizie islamiste. Sono sempre più forti (circa 8-10mila uomini), ricevono volontari da tutto il mondo e hanno dimostrato di sapersi radicare meglio degli altri nelle regioni che conquistano. La loro presenza sempre più massiccia è uno dei motivi principali per cui gli Usa, adesso, vogliono porre fine al conflitto il prima possibile, anche con un compromesso. Ma è proprio il loro rafforzamento che renderà difficile qualsiasi tregua, perché gli jihadisti non si fermano di fronte a un negoziato. Specie quando stanno vincendo.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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