di DANIELE VENANZI – Dopo mille traversie e un processo dai tempi biblici, per il Cavaliere è arrivata la condanna in secondo grado nell’ambito del processo Mediaset. È un premio di consolazione per l’antiberlusconismo militante – fortemente ridimensionato dal risultato elettorale e culturalmente in declino – ed un nuovo espediente, utile tanto a Berlusconi quanto ai suoi oppositori politici, per rigettare il dibattito pubblico italiano in pasto alle dispute tra Montecchi e Capuleti circa le disavventure giudiziarie del Giaguaro.

È un alibi, l’ennesimo, per replicare quella contrapposizione politica che ha dominato la scena sui teleschermi della Seconda Repubblica, oggi che è così di moda – un po’ per strategia comunicativa, un po’ per vezzo intellettuale – sostenere di essere all’alba della Terza. Di fatti, si potrebbe discutere – e in molti, a sproposito, lo faranno – del merito della sentenza, della sua imparzialità, del suo tempismo, delle carte processuali, dell’esultanza sguaiata del partito dei magistrati, delle reazioni di sdegno prestampate dei berluscones, della ferma condanna da parte del Capo dello Stato per i toni adoperati dalle forze politiche. Si potrebbe farlo e, dato il livello di morbosità raggiunto in materia dal giornalismo italiano, si finirebbe certamente per amplificare la voce delle tante illustri firme, che hanno fatto dell’anomalia mediatico-giudiziaria italiana il proprio core business.

Tuttavia, quel che veramente importa del processo Mediaset agli effetti dell’attuale e delicata congiuntura politica è la strumentalizzazione uguale e contraria che ne faranno a partire da oggi stesso quei partiti che, poco più di una settimana fa, sembravano aver giurato a se stessi e al paese di essersi lasciati una lunga e fallimentare fase politica alle spalle. Esattamente come per l’elezione del Capo dello Stato e la formazione di un nuovo governo di larghe intese (e per metà tecnico), tutto è cambiato per tornare uguale a se stesso. È la trappola della ciclicità temporale delle vicende politiche dello stivale, dove la contrapposizione volgare e chiassosa su questioni da camera da letto e aula di tribunale serve, da vent’anni a questa parte, a entrambi gli schieramenti come alibi per spostare lo scontro elettorale verso campi altri rispetto al confronto politico.

È un meccanismo perverso che ha indotto la sinistra a federarsi in nome dell’odio politico nei confronti del rivale piuttosto che unirsi per sondare un terreno d’incontro ideologico. È lo stesso perverso meccanismo, d’altro canto, che ha ridotto il centrodestra alla stregua di un conglomerato sterile e padronale, capitanato dal campione dell’anticomunismo di facciata, che nulla di concreto ha mai combinato per porre fine all’egemonia culturale della falce e del martello all’amatriciana.

A questo giro di giostra – ancor più che in passato – c’è in gioco l’ormai improcrastinabile riforma della giustizia. Con un esecutivo bipartisan determinato, per lo meno nelle dichiarazioni d’intenti, a dare il via ad una lunga stagione di riforme e la competenza di un ministro come Anna Maria Cancellieri si profilava una ghiotta occasione per chiudere i conti con il ventennio mediatico-giudiziario, per giunta risparmiandoci la soluzione con salvacondotto o con Piazzale Loreto, e guardare davvero ad un futuro – a partire dalla giustizia – meno anomalo, magari più europeo, sicuramente più civile.

La bagarre polemica a cui molto probabilmente assisteremo a partire da stamattina rischia di mandare in fumo uno scenario ottimale che sarà estremamente difficile ricreare nell’immediato futuro. Continueremo, così, ad abusare del ricorso alla carcerazione preventiva, a scoraggiare gli investimenti esteri in Italia per le lungaggini processuali e l’incertezza della pena, a mortificare per le stesse ragioni l’operato delle nostre aziende, a mandare in prescrizione processi con capi d’imputazione piuttosto gravi. E a dividerci tra innocentisti e colpevolisti per le sentenze del Cav.