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Israele attacca la Siria perchè Hezbollah intenda

– Il 3 e 4 maggio scorsi l’aeronautica israeliana ha, secondo fonti non smentite, improvvisamente intrapreso una serie di raid aerei all’interno del territorio siriano, colpendo degli obiettivi militari. In particolare, nell’attacco di sabato, sarebbe stato colpito il centro di ricerca di Jamraya, coinvolto, secondo gli esperti, nella ricerca sulle armi chimiche. Quest’ultimo raid sarebbe il terzo considerato anche quello avvenuto a gennaio scorso e confermato dal Ministro della Difesa Israeliano Moshe Yaalon. Tali attacchi da parte di Israele rappresentano i primi interventi diretti da parte di Forze Armate regolari di un Paese straniero dall’inizio della guerra civile siriana.

Nel suo statement, il Ministro Yaalon ha anche dichiarato che i raid aerei sono stati motivati dal rischio che il regime di Assad stesse passando delle «armi sofisticate» a milizie islamiche radicali, in particolare a Hezbollah. L’accusa rivolta a Damasco è da ritenere piuttosto fondata, dal momento che, nell’ambito del conflitto interno che dilania la Siria da due anni, il gruppo sciita libanese guidato da Hassan Nasrallah rappresenta un valido alleato di Beshar al-Assad, utile a contenere le milizie sunnite che combattono il regime alauita. Il rischio di un massiccio passaggio di armi in termini di qualità e quantità nelle mani di Hezbollah, che è per giunta una proxy del regime iraniano degli ayatollah, la rafforzerebbe enormemente e rappresenterebbe sia un pericolo per la già fragile stabilità del vicino, Libano che un evidente rischio per Israele.

In generale, comunque, è doveroso dire che gli strike aerei non dovrebbero portare a un’ulteriore escalation della tensione tra Israele e la Siria. Sì, è vero che nelle alture del Golan sono state sistemate le batterie del sofisticatissimo sistema di difesa anti-missile Iron Dome, ma ciò è stato fatto più per il timore di una rappresaglia immediata. Peraltro, le operazioni militari in corso non hanno impedito al premier Benjamin Nethanyau di recarsi in missione diplomatica in Cina, cosa impensabile durante una situazione di guerra. Israele ha perlopiù compiuto un’operazione “chirurgica” per impedire il rafforzamento di avversari concreti e non una manovra per indebolire Damasco anche perché, nel calcolo strategico, per lo Stato ebraico sarebbe tutt’ora più gestibile lo status quo piuttosto che una caduta del regime di Assad. La frammentazione del fronte anti-governativo, con la presenza tra i ribelli anche di gruppi vicini alla costola irachena di Al-Qaida, in particolare al confine con Israele, nonché l’esperienza della frammentazione libica, porta senz’altro a osservare le vicende siriane con estrema attenzione.

Lo scoperchiamento di un altro vaso di Pandora dopo quello avvenuto con la caduta di Gheddafi è tutt’altro che fantascienza, dal momento che le accuse nei confronti dei ribelli di utilizzare armi chimiche sono ad ora più concrete di quelle fatte al governo siriano. La stessa Carla Del Ponte, ex procuratore capo del Tribunale penale internazionale, ha dichiarato esplicitamente – seppure risultando una voce un po’ fuori dal coro – che per ora le prove di utilizzo di armi proibite sarebbero esclusivamente a carico dei ribelli e non di Assad, smentendo addirittura le recenti dichiarazioni dello stesso Barack Obama. Occorre dire, in tal senso, che secondo la Commissione ONU d’inchiesta sui crimini di guerra in Siria non vi sarebbero prove a carico di nessuna delle parti in conflitto, anche se dalla rete sono giunte diverse immagini video che testimonierebbero l’uso di gas nervino.

Dunque, Israele, non ha al momento (e forse non lo avrà mai) interesse ad entrare come attore principale nella guerra civile siriana e, secondo il  Yedioth Ahronothv avrebbe fatto pervenire questo intendimento anche allo stesso Assad tramite una comunicazione segreta giunta attraverso canali diplomatici. La soluzione del conflitto, come è ormai chiaro, può avvenire solamente attraverso una soluzione di compromesso che accontenti sia gli attori interni che quelli internazionali. Che poi questa soluzione sia un avvicendamento al potere o una divisione della Siria in più Stati, sulla base di criteri etnico-religiosi, è ancora presto per dirlo, ma le diplomazie di Mosca con Lavrov e quella di Washington dopo l’avvicendamento di John Kerry, cominciano a trovare punti di intesa. Si partirà, secondo le intenzioni, da una conferenza di pace che riparta dalla Bozza di Ginevra del 30 giugno 2012 e, quindi, dalla proposta di creazione di un governo di pacificazione nazionale che includa tutte le parti in causa. Una soluzione che per Israele sarebbe molto più auspicabile rispetto a un appoggio incondizionato degli Stati Uniti ai ribelli.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

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