Gli italiani tornano a emigrare in Germania – + 40% in un anno – e noi “togliamo l’Imu” (alla faccia della Merkel), sostituendo una tassa trasparente sul patrimonio con qualche tassa occulta sul lavoro o con nuove entrate o nuovi tagli di carta, sulla carta destinati a restare.

L’Italia divorzia politicamente dal rigore e gli italiani che possono divorziano dall’Italia e salutano un Paese la cui costituzione economica non sembra più fondata sul lavoro, ma sulla prima casa e sulla retorica verghiana e immobilistica della “roba”. In un Paese a corto di investimenti e fiducia, occorrerebbe incentivare l’offerta di lavoro e di capitali e contendere il risparmio al suo destino segnato: finire trasformato in mattoni, radicato nel perimetro della famiglia, sottratto agli usi che potrebbero farne non casa, ma bottega.

Il successo strepitoso della campagna berlusconiana contro l’Imu non dipende dall’insostenibilità fiscale, ma ideologica di un’imposta che sfonda la porta di quello che si considera un bene rifugio, ma che è sempre meno un bene e sempre più un rifugio. La casa non è il confine del privato contro le pretese dello Stato, è la barriera del particolare contro l’irruzione del generale. La casa non è risparmio, né investimento, ma feticcio della stabilità perduta, guscio della lumaca-Italia, che vuole chiudersi fuori dal mondo.

La discussione delle misure oggi più popolari – non solo l’Imu, il reddito di cittadinanza, il ripescaggio di tutti gli esodati… – prescinde da qualunque considerazione razionale di efficienza e di equità fiscale, perché secondo la logica tradizionale i tributi sono il mezzo di “conciliazione” degli interessi particolari, una sorta di pizzo che il più debole (politicamente) paga al più forte.

Riportare la questione fiscale su di un piano generale – le tasse sono tutte brutte, ma non sono tutte uguali, quanto agli effetti, appunto, generali – significa infrangere un tabù. Lo sa bene Monti che è uscito massacrato da un’esperienza di governo tutto sommato efficiente e lo sa bene anche Berlusconi, che è resuscitato da una bancarotta di governo catastrofica, continuando a vendere allo stesso pubblico (meno numeroso, ma sempre entusiasta) la patacca di un Paese che in fondo sta bene, ma a cui tutti vogliono male.