di DANIELE VENANZI – Giulio Andreotti non era John Kennedy. Non era nemmeno Winston Churchill, o Charles De Gaulle, o Michail Gorbaciov, o Ronald Reagan. Però non era neppure Belzebù o un genio del male. Piuttosto un rappresentante del genio italiano e della sua caratteristica antropologia politica.

È stato un cardinale della Repubblica educato al realismo cinico della Roma papalina, un fine stratega, un protagonista – al contempo volpe e leone – della vita delle istituzioni dell’Italia del ventesimo secolo. Al netto di queste virtù, è difficile riconoscergli meriti politici “patriottici”. È stato l’ombra istituzionale di De Gasperi (sottosegretario alla Presidenza di tutti i suoi governi), ma non ne ha rappresentato l’alter ego, piuttosto l’alternativa politicamente “normalizzata” nella routine del potere.

Il Divo non merita trionfanti agiografie e neppure la damnatio memoriae. I giudizi sommari e le esultanze sguaiate di tanti moralisti alle vongole alla notizia della sua morte rappresentano l’ennesima pagina autobiografica dell’Italia di cui Andreotti è stato protagonista e degli italiani, di cui l’ex senatore a vita è stato un interprete indulgente e sottile. L’Italia non è un Paese per statisti, semmai per anti-statisti.

Andreotti è stato un insuperabile conoscitore dell’Italia profonda, dei suoi drammi, dei suoi bisogni, dei suoi miti, delle sue tradizioni e delle sue abitudini. È stato l’imbattibile intercettatore e manovratore di una domanda elettorale diffusa, che ha prodotto debito, immobilismo, rigidità sociale e dirigismo economico. Di quell’Italia, il Divo è stato l’interprete e il confessore, l’eroe e il miserabile, il santo e il diavolo. È quell’Italia che ha plasmato Giulio Andreotti a sua immagine e somiglianza, con buona pace di quanti si sono convinti che, al contrario, sia stato il compianto democristiano a corrompere e degradare un’Italia che – nel loro immaginario – prima di Andreotti e della DC doveva essere un locus amoenus, un paradiso in Terra abitato da uomini interamente retti e integerrimi, dal primo all’ultimo.

È la grillizzazione del paese e del suo dibattito pubblico. Ne è sintomo più grave l’incapacità di osservare realisticamente i fenomeni politici per trarne conclusioni che vadano oltre la vulgata demagogica, le sparate a zero e le neoprimitive manifestazioni di giubilo alla notizia della morte di un “nemico” politico o più semplicemente di un potente. È l’atteggiamento di personaggi piccoli piccoli, di cui la storia – contrariamente a quanto farà con Giulio Andreotti – non serberà ricordo nei suoi annali. Sono i benpensanti che vaneggiano di voler cambiare questa povera Italia, convinti sia sufficiente vomitare odio e giudicare, piuttosto che compiere azioni per le quali si dovrà essere giudicati.

Si tratta in definitiva della concezione manichea della realtà che oggi sembra andare per la maggiore: da un lato i buoni – la gente – e dall’altro il male assoluto – la casta. In quest’ottica, per liberarsi del male non è necessario cambiare la cultura civica e politica dei primi, ma è sufficiente chiedere il pensionamento dell’attuale classe dirigente, come se questa non fosse l’espressione della volontà del paese, ma si fosse impossessata del potere con la forza o con l’inganno.

Di questo atteggiamento, che sembra connaturato al nostro rapporto con gli uomini di potere e le istituzioni, il Divo era perfettamente consapevole. Non è un caso che, da Andreotti a Berlusconi, siano proprio gli uomini più popolari e forti del consenso democratico a divenire, presto o tardi, i più odiati e dannati.