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Censurare, pardon, regolamentare il web

Se dico che ti odio e che, quindi, ti sparerò – certo, è una minaccia, che va perseguita e repressa. Ma se invece dico che ti odio e che ti meriteresti di esser ucciso? Questa è una minaccia, no, ma probabilmente potrebbe essere un incitamento alla violenza… ma ne siamo certi, in certi casi potrebbe esserlo, in altri no. E se dico che ti odio… questa frase cosa è: una minaccia? Un incitamento? O semplicemente una legittima espressione dei miei convincimenti?

La questione è molto semplice. In questi giorni si legge a destra e a manca di ipotesi di “regolamentazione” della circolazione delle idee on line – ma “regolamentazione”, ben lo sappiamo, è un termine ambiguo, che, a prescindere dalle intenzioni, può significare molte cose. Regolamentare può creare conseguenze, fenomeni, epifenomeni, ed eterogenesi dei fini con i quali bisogna fare i conti, da subito, senza, poi, nascondersi dietro alibi ubiqui.

Regolamentare il web significa inserire nuove norme che possano discriminare tra idee “giuste” e idee “sbagliate”, tra pensieri ed espressioni “ammissibili” e pensieri ed espressioni “inammissibili”. Si dice in giro che al momento non vi siano regole – il web senza regole viene descritto come un Far West. Ci si sente minacciati dal web, lo si considera come un potenziale catalizzatore di energie violente, una sorta di trasformatore che raccoglie energie per poi tramutarle in atti sociali. Tutto questo è vero, o meglio potrebbe essere vero, ma allo stesso tempo queste considerazioni sono parziali, e, sottotraccia, pretestuose, quantomeno lacunose.

Nel web gira di tutto. Pensieri altissimi e straordinarie minchionerie, fonti affidabili e fonti inaffidabili, testate autorevoli e testate meritevoli di testate, grandi operazioni culturali e grandi operazioni di azzeramento delle potenzialità intellettuali di una società, verità e follie. Ma non facciamo confusione. Il web non rappresenta alcuna verità e non rappresenta alcun assioma, il web è solo ed esclusivamente l’autorappresentazione del proprio caos entropico, e in questo sì che rappresenta la società: la società contemporanea nel suo essere magma proteiforme.

Si può regolamentare questo magma? E allora un’altra specifica. Quando pensiamo al web dobbiamo cambiare mentalità. Prima di internet le cose funzionavano così: da un lato avevamo le istituzioni, grandi e piccole interessanti e fesse, della comunicazione (libri, cinema, televisioni, giornali, reti radiofoniche, ecc.). Da un altro avevamo i “partecipanti alla comunicazione”, coloro che leggono i libri, guardano i film, ascoltano le radio. Poi avevamo i luoghi sociali dove i partecipanti alla comunicazione (col giornale sottobraccio), discutevano con gli altri partecipanti alla comunicazione. Ora il web mischia tutto. Istituzioni della comunicazione e partecipanti sono ospiti della stessa piattaforma, sono nella stessa piazza digitale. E i partecipanti diventano a loro volta, in taluni casi, piccole istituzioni.

E quindi? E quindi se vent’anni fa qualcuno ad un tavolino di una piazza di paese avesse detto: “quanto odio quel tizio, spero che muoia!” sarebbe stato perseguibile? Se lo scrivo on line, certo, la mia piazza diventa potenzialmente infinita, ma è altrettanto certo che qui stiamo parlando di princìpi. Stiamo parlando di uno scontro tra forma mentis diverse: da un lato quella liberale che si fonde su di una libertà di espressione individuale e individualistica come diritto dell’essere, in una logica in cui “il giusto” debba prevalere su “il bene” come strumento più efficace per permettere agli individui di manifestare liberamente la propria identità, in uno spazio libero – dall’altro una forma mentis comunitarista in cui sono essenziali i doveri verso la comunità di appartenenza, e i diritti della comunità e la macro identità della comunità prendono il sopravvento sulle singole libertà individuali. Per risolvere la questione del web, bisogna creare una dialettica tra questi due punti di vista, inversi.

Io non sono un grillino, non amo Grillo, e sono molto scettico (a dir poco) nei confronti della demagogismo genetico del grillismo; ma questa volta vien facile mettersi dalla parte del comico, quando scrive: “i reati commessi attraverso il web, proprio in quanto reati, sono già punibili per legge. Perché questa attenzione morbosa per il web? Non bisogna invocare alcuna legge speciale né alcun controllo della rete, ma investire in innovazione e ricerca per favorire la banda larga, l’accesso alla conoscenza e la cultura di rete”.

Grillo spinge dalla sua, è ovvio. La conoscenza e la cultura di rete non sono un valore assoluto, sono fertili e sterili allo stesso tempo, arricchenti ed impoverenti in egual modo. La democrazia diretta, poi, è demagogia allo stato puro, assurda e inapplicabile. Ma la rete è l’incontrovertibile destino dell’umanità, tanto vale farne una potenzialità, senza ingenui entusiasmi, ma con forte consapevolezza. E per quanto riguarda la questione “reato non reato” Grillo ha perfettamente ragione.

Minaccia, diffamazione, ingiuria, on line come fuori dalla rete sono già reati e già perseguibili. La polizia postale deve essere rafforzata nei suoi mezzi di indagine e di coercizione. Bisogna vigilare. Osservare e pedinare le tracce di chi manifesta intenti pericolosi per l’ordine sociale. Tutto questo va bene, è giusto. Tutto ciò è già regolamentato – una ulteriore regolamentazione, invece, potrebbe spalancare le porte ad un altro tema, orribile, che smette di essere regola per farsi norma. Normativizzare il web vorrebbe dire irreggimentarlo, renderlo schiavo della logica binaria pensiero giusto/pensiero sbagliato. Una logica che applicata alle idee, anche a quelle stupide… ignobili… fesse, porta a quel mostro sociale che è “la gestione delle idee”.

Se minaccio qualcuno devo essere denunciato, ma se odio qualcuno ho tutto il diritto di poterlo esprimere, gridarlo e scriverlo ai quattro venti. Se sono così stupido da essere razzista, se sono così ignorante da essere omofobo, se sono così bestia da essere maschilista, se sono così cretino da essere cretino… ho tutto il diritto di manifestarlo. L’intelligenza non è normativizzabile – e attenzione: la rimozione forzata delle idee immonde e immorali, mediante censura travestita da iper-regolamentazione, non serve ad eliminare queste idee, ma serve solo a rafforzarle, per due motivi: a) gli si offre la patente, sempre utile e funzionale, di idee discriminate, e la discriminazione è psicologicamente interpretata come “ragione negata”, ergo “il discriminato ha sempre ragione”; b) la rimozione delle idee spinge le idee rimosse in circuiti “meno visibili” dove continueranno, comunque, a diffondersi – ma al riparo della sanzione della moralità sociale finiranno per rafforzarsi.

Se qualche imbecille scrive un parto della sua mente distorta on line, la migliore risposta non è il divieto per legge, ma il giudizio e la critica degli altri partecipanti della piazza digitale. Si lasci il web a se stesso (fatti salvi i reati che già esistono) e non lo si consideri una comunità puberale bisognosa di una figura genitoriale, che, d’altronde, le figure genitoriali che le nostre istituzioni hanno offerto fin ora, son ben fallite. Non abbiamo bisogno di uno Stato padre, ma di uno Stato fratello. Di nuovi reati non v’è mancanza, bastano quelli che già ci sono. E se poi qualche squilibrato non è in grado di intendere e di volere, lo si arresti pure, con piacere, ma solo se ha compiuto un reato o se sta per compierlo, e se indizi e prove son chiari, e non se le sue idee non ci piacciono.

Se non ci piacciono… basta e avanza in nostro disprezzo.

P.S. Una questione, un’altra, rimane insoluta. Una testata registrata, on line o di altro tipo, ricade sotto la giurisdizione della legge che regolamenta il reato di diffamazione a mezzo stampa. Ma un singolo utente on line, con il suo blog o con la sua wall in un social network, può essere considerato testata ed equiparato ad essa? Per adesso non lo è, e ancora tale deve restare, bisognerà ancora osservare, analizzare, interpretare le trasformazioni dinamiche del web e dei suoi usi e funzioni sociali, poi si vedrà. Ogni tentativo di facile risoluzione di questo interrogativo è destinato all’errore. Per adesso.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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