Né chiusura né buonismo. Serve una “terza via” liberale sull’immigrazione

La costituzione di un Ministero per l’Integrazione e la nomina di Cécile Kyenge, congolese naturalizzata italiana, ha riportato al centro dell’attenzione i temi dell’immigrazione e del diritto di cittadinanza e, come prevedibile, destra e sinistra si sono affrettate a recuperare le rispettive parole d’ordine tradizionali.

Da una parte la Lega e sezioni del PDL si sono lanciati in un attacco preventivo contro il nuovo ministro e le sue posizioni lassiste, dall’altro a sinistra si è subito movimentato il solito armamentario “antirazzista”. Eppure la sensazione è che tanto tra i primi quanto tra i secondi manchi una visione che vada oltre gli slogan e soprattutto manchi la capacità di adattare il proprio ragionamento a realtà economico-sociali che mutano rapidamente.

Il tema del contrasto all’immigrazione era stato abbastanza centrale nella campagna del 2008, che aveva visto tra l’altro il grosso successo della Lega Nord; poi con il tempo è diventato meno ricorrente nel dibattito pubblico. Ciò dipende, in qualche modo, dal fatto che la crisi di questi ultimi anni ha indebolito l’illusione che la società italiana sia destinata di per sé ad un futuro di prosperità e di sicurezza e che quindi la priorità sia rappresentata dalla difesa del nostro “perimetro del benessere” contro intrusioni esogene.

Non si può francamente affermare che siano gli immigrati a mettere a rischio le prospettive di tenuta economica, sociale e culturale del nostro paese. Il trend politico-economico che da tempo si è delineato dimostra che gli italiani sono perfettamente in grado di rovinarsi con le proprie stesse mani, senza bisogno di aiuti “esterni”. D’altronde la pressione migratoria si è anche un po’ ridotta ultimamente, tanto che per la prima volta dopo decenni nell’ultimo anno l’Italia ha visto più emigrati che immigrati. Insomma uno scenario complesso e in evoluzione.

Il centro-destra, in particolare, deve decidere se immagina che l’Italia debba restare un “sistema chiuso”, nel quale la posizione dell’immigrato sia solo quella del “lavoratore temporaneo”, senza possibilità di entrare a far parte a tutti gli effetti del tessuto nazionale; oppure se, al contrario, prefigura la possibilità per gli immigrati di “diventare italiani” attraverso percorsi chiari per l’integrazione e l’ottenimento della cittadinanza. Se la posizione è la seconda – così come dovrebbe essere se non per la Lega, almeno per il PDL – allora chiaramente non è sensato declinare il messaggio nei confronti dell’immigrazione solamente in termini negativi.

Fatto salvo il rigore nei confronti di comportamenti illeciti o prevaricazioni, il PDL deve essere in grado di parlare in termini di attenzione e di rispetto agli immigrati che lavorano, pagano le tasse e rispettano le regole e di conseguenza anche di valorizzare adeguatamente “modelli positivi” di impegno e di integrazione. Ora, tanti amministratori di centro-destra si muovono sul territorio con concretezza e pragmatismo quando affrontano queste questioni; eppure, quando ci si sposta sul piano della comunicazione, il messaggio politico-culturale che si preferisce mandare pubblicamente è un messaggio “cattivista” e ciò è spesso ingiusto nei confronti dei residenti stranieri.

Si badi bene. Smetterla di fare la “faccia cattiva” non vuol dire diventare di sinistra, anche perché a sinistra permangono incrostazioni culturali altrettanto perniciose. Le ricette giuste con cui affrontare le problematiche dell’immigrazione non possono essere quelle del multiculturalismo, del buonismo e dell’accoglienza incondizionata; non è possibile limitarsi a regalare diritti ai quali non corrisponde un’adeguata presa di coscienza dei doveri.

Da questo punto di vista, bisogna anche riflettere sul fatto se la miglior forma di “progresso” in questa fase sia davvero la soluzione dello jus soli, anche perché potrebbe innescare scelte strategiche e deliberate di far nascere bambini in Italia per usarli come teste di ponte per la più facile acquisizione di “diritti sociali” da parte dei genitori. Chi scrive è, più in generale, scettico su qualsiasi forma di “automatismo” nell’ottenimento della cittadinanza, anche perché la “cittadinanza facile” può essere in molti casi più un disincentivo che un incentivo all’integrazione. In questo senso, bisognerebbe guardare con attenzione cosa non ha funzionato in paesi come la Svezia, dove un approccio puramente lassista ha generato enclave etniche completamente autoreferenziali composte da persone che essendo “cittadini” non hanno più bisogno di lavorare e quindi di confrontarsi con il resto della società.

In questo contesto serve forse immaginare un approccio diverso a quello che finora ha contraddistinto le maggiori forze politiche. Serve una terza via che coniughi la severità contro l’illegalità ed il pieno riconoscimento culturale e sociale degli immigrati onesti e del contributo che danno al nostro paese. Serve temperare lo jus sanguinis con percorsi meritocratici per la naturalizzazione che tengano conto degli anni di residenza legale, della contribuzione fiscale versata e del livello di integrazione culturale e sociale. In quest’ottica, per chi nasca e studi in Italia dovrebbe essere ragionevolmente possibile conseguire la cittadinanza anche prima dei 18 anni.

Più in generale, stante l’attuale modello sociale italiano, fatto di burocrazia, assistenzialismo, rendite di posizione e scarsa attitudine alla competizione, la vera questione è quella di fare in modo che l’immigrazione entri in gioco in chiave positiva, iniettando nuove energie produttive ed evitando lo stallo – e non invece in chiave negativa, cioè creando nuovi accaparratori di risorse pubbliche.

Per ultimo, sarebbe utile anche inaugurare una riflessione su come selezionare la nostra immigrazione, argomento che da noi non è stato mai realmente affrontato. Da un lato andrebbero studiati meccanismi che favoriscano i flussi dai paesi più culturalmente compatibili, dall’altro occorrerebbe un maggiore sforzo nell’attrarre immigrazione qualificata e non solo manovalanza. Insomma serve una visione di lungo periodo che superi le comode semplificazioni su cui i partiti si sono adagiati per troppo tempo.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “Né chiusura né buonismo. Serve una “terza via” liberale sull’immigrazione”

  1. lodovico scrive:

    La terza via potrebbe esser una soluzione ma una quarta via che tenga conto delle attuali condizioni mi sembra migliore. La quinta via potrebbe esser quella di dare la cittadinanza a tutti i rifugiati o a tutti coloro che chiedono la cittadinanza italiana:potrebbero emigrare negli altri paesi europei dove troverebbero condizioni di lavoro migliori.

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