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Dopo scempi urbanistici e ambientali, inizia una nuova storia?

Il nuovo Governo insediato. Dopo i ministri, scelti anche i vice e i sottosegretari. Finalmente si può iniziare a parlare delle cose da fare. Di come farle. A partire dall’ecosistema nel quale ci muoviamo, del rispetto e della tutela del territorio. Temi sui quali bisognerebbe avere le idee chiare. Procedendo con misure condivise tra i diversi ministeri che per ambiti diversi si occupano della questione. Da quello all’Ambiente, a quello delle Politiche agricole, alle Infrastrutture, passando per i Beni e le Attività culturali. L’ambito nel quale muoversi pericolosamente minato da decenni e decenni di impalpabili politiche.

Nel 54 a. C. Cicerone ricorda l’attività da lui spesa ad acquistare, per conto di Cesare, il terreno necessario per la costruzione di un nuovo foro, che avrebbe assunto più tardi il nome del dittatore. La nuova piazza che venne a costare 60 milioni di sesterzi solo per l’acquisto del terreno, scomparve nel corso dei lavori per la costruzione del Foro di Traiano. Con il PRG del 1962 Tor Bella Monaca, il quartiere sul lato nord della via Casilina, all’esterno del GRA, venne dichiarato zona di espansione. In seguito è stato redatto il piano particolareggiato, mentre alcune delle aree soggette a tutela ambientale hanno subito interventi di abusivismo edilizio, regolarizzati nel 1978 dal Comune con una apposita variante urbanistica. Nonostante sull’area fosse documentata la presenza di rilevantissime presenze archeologiche.

Esempi differenti di consumo di suolo. Per tipologia di intervento. Soprattutto, per conseguenze. Per approccio. Il caso di Tor Bella Monaca è uno dei capitoli del disinteresse per le testimonianze del passato. In nome di una presunta modernizzazione, di uno sviluppo urbanistico necessario preceduto dal vandalismo degli anni Cinquanta, attraversato dallo sviluppo “miracolistico” e seguito dalle illusioni degli anni Settanta. Il tempo in cui si alza la voce di Antonio Cederna che richiama la coscienza nazionale sui misfatti di un cemento senza freni. Che registra poche eccezioni: Matera con i suoi “Sassi” salvati, l’Appia antica fortunosamente protetta dalla speculazione, il “progetto Fori” poi colpevolmente abbandonato. E poi la breve stagione in cui si afferma la scelta per l’edilizia pubblica. E ancora, di seguito, negli anni Ottanta, la disfatta. Decenni nei quali l’urbanistica dissennata, privi di scrupoli, ridisegna le città, fagocitando nuove fette di territori. Nel frattempo creando i presupposti per il dispiegarsi di fenomeni naturali in grado di mietere vittime umane e di portare distruzione. Creare danni ingentissimi.

In almeno cinquant’anni sono stati sfigurati cinquemila anni di civiltà insediativa. Non si può rimediare. Ma si può dire basta. Un filo neppure tanto sottile lega la nascita di nuovi quartieri ai margini dei grandi centri urbani e lo straripamento dei corsi d’acqua, il verificarsi di smottamenti e frane. Investire nella prevenzione significa impegnare risorse nella manutenzione di quelle aree del Paese segnalate come critiche. Aree molto più estese di quanto si possa immaginare. Un esempio? Quello ligure, dove il rischio idrogeologico è altissimo. Da quanto riporta l’indagine “Ecosistema a rischio” di Legambiente e del Dipartimento della Protezione civile, circa il 98%. Con il caso-limite della provincia di La Spezia, teatro dell’alluvione e della distruzione dell’ottobre del 2011, che presenta 32 comuni su 32 a rischio.

Tra i motivi di questo status più che precario spesso anche la costruzione selvaggia. Disattenta, anzi, disinteressata al “dove” posizionarsi. Si direbbe, ogni area libera adatta ad accogliere nuove costruzioni. Anche se in prossimità di alvei e di aree golenali. I territori italiani sono anch’essi parte dell’invidiato patrimonio ammirato da ogni parte del mondo. Lo sono proprio perché in esso si sovrappongono tanti elementi differenti, naturali e antropici. Continuare deliberatamente ad obliterarne parti significative per rispondere agli interessi particolari è un nonsense. Un’operazione autolesionistica. Pianificare con maggiore responsabilità gli sviluppi, se necessari, è molto più che importante. È vitale. E non è questione di smart city oppure di edifici ecosostenibili, ma di applicare correttamente gli strumenti urbanistici. Nel rispetto dell’ambiente e del patrimonio storico-archeologico.

Il rischio di contribuire a realizzare un ponte sospeso tra due sponde franate è concreto. Tra un passato che non c’è più, almeno in parte, e un futuro che non c’è ancora. Insomma tra pezzi di archeologia quasi in abbandono e parti di territori trasformati in nuove conurbazioni. Riparte la scommessa di sempre. Riusciranno i nostri ministri a fare quel che anche il buon senso suggerisce?


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

2 Responses to “Dopo scempi urbanistici e ambientali, inizia una nuova storia?”

  1. lodovico scrive:

    Non so se a Bologna, per esempio, siano stati usati in maniera corretta gli strumenti urbanistici, nel rispetto dell’ambiente e del patrimonio storico-archeologico. Pur illuminati da una “sinistra mai banale” i risultati sono deludenti: è impossibile gestire il nucleo storico della città troppo ampio e vecchio in molte sue parti e la periferia è davvero brutta. Le uniche zone vivibili della città sono quelle collinari dove i vincoli imposti dal comune erano meno vincolanti. L’Italia del dopoguerra era un paese povero e le abitazioni di conseguenza erano povere nei contenuti e nelle tipologie costruttive. Difficile porre rimedio quando si è scelto il restauro conservativo al posto della demolizione. Sono nato a Littoria e i miei genitori si sono sposati a Sabaudia.: la “destra stupida” dopo , certamente, non ha operato al massimo. Le città sono organismi con una forte spinta a crescere e questa crescita comporta nel tempo un cambio di abito: attualmente si rappezzano gli strappi ma molte delle parti che definiscono il vestire sarebbe da buttare e da sostituire con costruzioni che una volta furono chiamatte rinascimentali, gotiche, barocche, romaniche ma definite nella loro tipologia.

  2. traslocare scrive:

    Posso solo dire con sollievo che ho trovato qualcuno che sa realmente di cosa sta parlando! Lei sicuramente sa come portare un problema alla luce e renderlo importante. Altre persone hanno bisogno di leggere questo e capire questo lato della storia.

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