Era un governo necessario, non sembra un governo sufficiente

di CARMELO PALMA – Che non ci fosse alternativa a un governo di grande coalizione era chiaro dalla sera del 25 febbraio, quando il pareggio inaspettato aveva resuscitato il Cav. e inabissato il PD, costringendo Bersani a rincorrere inutilmente  l’appoggio esterno grillino e a rassegnarsi, quasi fuori tempo massimo, al nulla di fatto. Poi è venuta la riconferma di Napolitano e un governo eccezionale, cui l’anomalia italiana restituiva paradossalmente il crisma della normalità o se non altro della necessità, aprendo il corso di un legislatura congelata, per oltre due mesi, dalla tripolarizzazione del sistema politico e dall’inefficienza di un sistema elettorale ritagliato sulle misure dell’Italia bipolare.

La compagine dell’esecutivo, ieri completata con la nomina di dieci viceministri e trenta sottosegretari, appare inedita e, a suo modo, straordinaria.  Non solo nel senso positivo del termine. Un governo in cui siedono insieme Stefano Fassina e Micaela Biancofiore, e in cui il Cencelli gran-coalizionista ha diviso accuratamente le parti, suscita ovviamente ironia e scetticismo in quanti vedono risolti in una sorta di grande ammucchiata gli amori e gli odi coltivati nel ventennio berlusconiano. L’ossessione dell’inciucio, che ha trascinato il bipolarismo italiano ben oltre le soglie dell’incomunicabilità e la retorica dell’unità, che lo stallo del sistema politico ha riabilitato e reso nuovamente popolare, rende, a seconda della prospettiva, questo governo intollerabile o inevitabile, “affaristico” o patriottico. E secondo questo schema – che rimanda sempre allo “scandalo Berlusconi” – si finirà per giudicarne le azioni e le omissioni.

È abbastanza evidente che il governo Letta rischia di avere tre opposizioni – due interne, di destra e di sinistra e una esterna, il M5S – ma nessuna vera maggioranza. Ed è chiaro che Berlusconi colpirà duro al corpo del PD per fiaccare la resistenza di un partito che si presenta a questo appuntamento riluttante e impreparato. Per far cadere il governo, come molti temono, non gli servirà neppure sfiduciarlo. Gli basterà persuadere un PD sfiduciato dell’insostenibilità dell’accordo col nemico di sempre. Berlusconi ha del resto interessi molto personali, ma molto razionali e un mestiere politico raffinato da vent’anni di cabotaggio parlamentare. Il PD non sa invece né cosa fare, né come farlo e ha una classe dirigente divisa da tenacissime inimicizie e stupidissime vanità.

I problemi del governo non sono insomma finiti, ma solo iniziati ieri. E se si guarda a quella che idealmente dovrebbe essere la sostanza del suo impegno – cercare un consenso possibile alle riforme necessarie e non viceversa – la struttura e la natura dell’accordo di governo non sembra né sufficiente, né adeguata alla scopo.  Le strategie di consenso dei partiti e la strategia di governo dell’esecutivo oggi non combaciano affatto e nulla fa pensare che siano destinate ad avvicinarsi, anziché allontanarsi. Dove destra e sinistra hanno fallito negli ultimi vent’anni, rassegnandosi nella sostanza all’impossibilità del governo, rischia di fallire anche l’esecutivo che, anziché superare, oggi somma e forse pure moltiplica i non pòssumus dei partiti.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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