Il solito 1° Maggio. Non ancora uscito dal Novecento

di FEDERICA COLONNA – «Sì ai diritti, no ai ricatti». Ecco lo slogan retrò-operaio del grande evento celebrativo del primo Maggio 2013: il concertone di Taranto. Anzi, il controconcertone, perché più alternativo, più di lotta, più antagonista dell’ormai paludato e classico concerto di Piazza San Giovanni. Una roba da tivvì. L’intellighenzia più sensibile, politically correct e più intonata che c’è si incontra qui, nella patria delle polveri inquinanti. Dove David Riondino, figlio di un operaio dell’Ilva, ha organizzato la manifestazione e dove a votare per il referendum consultivo utile a decidere se chiudere la grande fabbrica o meno non c’è andato quasi nessuno – poco più del 19% degli aventi diritto. A cantare contro il mostro, invece, ci vanno in parecchi, i soliti. Tutti detentori del grande merito della retorica, la più incisiva e consolidata su cui l’Italia è fondata: la chiacchiera del lavoro.

È il primo maggio, infatti, la vera celebrazione dell’unità nazionale, non c’è due giugno che tenga, non esiste commemorazione civile di altrettanta portata emotiva. La comunità Italia si regge sulla retorica del lavoro. Dal favore chiesto al politico per trovare una occupazione, dalla Costituzione fino al ritornello del “tengo famiglia” e alle più recenti puntate di Servizio Pubblico, è la ricerca e la richiesta dell’impiego, del posto fisso, della remunerazione, a tenere insieme gli italiani, a trasformarli in una vera e riconoscibile comunità. E se un problema vero ovviamente c’è – secondo l’Istat, per esempio, a marzo il 38,4% dei giovani attivi tra i 15 e i 24 anni era senza lavoro e il tasso di disoccupazione complessivo era all’11,5%, in aumento di 1,1 punti percentuali nei dodici mesi – mancano le parole e le idee per costruire soluzioni vere e prospettive nuove ed uscire dal labirinto dei vincoli e delle previsioni casuistiche che non creano, né difendono il lavoro, ma lo mortificano e alla fine lo discriminano.

Così mentre Enrico Letta da Parigi individua nel lavoro il terreno scivoloso su cui testare il valore e il peso della Grande Coalizione all’italiana – «Il lavoro è il cuore di tutto. Se noi riusciamo sul lavoro a dare dei segnali positivi ce la faremo. Se sul lavoro non ci riusciamo, sono sicuro che non ce la faremo» – il neo ministro Enrico Giovannini, annuncia la parziale riscrittura della legge Fornero “disegnata per una economia in crescita. Quale soluzione per una economia in declino? Probabilmente, non un passo avanti in direzione di regole generali e universalistiche, ma uno indietro nella giungla delle regole e delle deroghe particolaristiche. Come se la precarietà/stabilità del lavoro dipendesse dalle leggi e fosse possibile riacchiappare per via normativa il lavoro che economicamente si perde dalle falle di una economia in declino.

Se la politica, insomma, si mostra in difficoltà a pensare il lavoro, confusa e pronta a continui passi indietro, anche il vocabolario che usa – e che l’intellighenzia mutua – è rispetto al tema inconsistente. Il primo maggio, così, da simbolo pieno, pesante, denso, diventa una celebrazione senza contesto: non c’è una storia da narrare, non c’è nessuno ad ascoltarla per davvero. Solo rumore di fondo. Perché insieme all’elegia dell’operaio – figura mitologica a cui sono dedicati tanghi ad hoc – e del precario – che ha persino un santo tutto suo – dovrebbe esserci quella dell’imprenditore, del lavoratore autonomo, di chi si inventa una start up. Pena la parcellizzazione della festa, che non è più di tutti ma solo di qualcuno – sicuri, poi, che quel qualcuno si senta rappresentato da un simbolo così? Sicuri che l’operaio vada a sentire quei frikkettoni degli Africa Unite a San Giovanni?

E allora via le bandiere in piazza, via il Quarto Stato, via la parola diritto, via i simboli di partito, via tutto quello che divide, che rappresenta il lavoro come scontro, da una parte chi comanda, dall’altra chi fatica. Il primo maggio deve diventare festa di unità e coesione, non più il grido dello sfruttato contro lo sfruttatore – e poi, chi sono? – ma il coro di un paese intero. Pena: restare nel Novecento – il tempo in cui, spesso, i sindacati vivono – mentre il mondo, intorno, è cambiato. La retorica della Festa dei Lavoratori, insomma, è come la musica balcanica per Elio: «è bella e tutto quanto ma alla lunga rompe i coglioni!»


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

One Response to “Il solito 1° Maggio. Non ancora uscito dal Novecento”

  1. traslochi scrive:

    Ho trovato il vostro blog su google e sto leggendo alcuni dei tuoi post iniziali. Il tuo blog e’ semplicemente fantastico.

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