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La sparatoria di Palazzo Chigi diventa un reality show, come il giornalismo che l’ha raccontata

– “Chiedi un autografo all’assassino, guarda il colpevole da vicino e approfitta finché resta dov’è. Toccagli la gamba, fagli una domanda cattiva, spietata, con il foro di entrata, senza visto di uscita”. Sono sufficienti i versi di “Cattiva” di Samuele Bersani a riassumere quanto trasmesso dalle TV italiane domenica 28 aprile. Sangue, terrore e follia hanno accompagnato un pomeriggio all’insegna del gusto macabro della tragedia in diretta, dell’intervista al fratello del carnefice e alla figlia della vittima.

È il giornalismo che racconta tutto come in un reality show, che fiuta l’odore di sangue fresco, che si precipita per avere in esclusiva l’immagine del corpo in fin di vita di un carabiniere prima ancora che i parenti abbiano ricevuto notizia della disgrazia, che si avvinghia su testimoni, familiari e conoscenti per mandare in onda la TV che lucra sulle emozioni e la paure più recondite delle persone, che abbatte barbaramente qualsiasi diritto all’intimità, alla riservatezza, al silenzio, al tatto, alla decenza.

Quella dei cronisti che braccano per ore il fratello di Preiti – l’uomo che domenica scorsa ha attentato alla vita di due carabinieri di fronte a Palazzo Chigi – è la TV del Barry William Show cantato da Peter Gabriel. È la TV di Salvo Sottile, la TV che piace a quell’Italia che ha reso lo “zio Michele” – lo zio di tutti noi, come nella grande famiglia di Fahreneit 451 – e Annamaria Franzoni delle celebrità. È il giornalismo che vende violenza come intrattenimento, che confeziona snuff movies degni dei migliori Videodrome e Cannibal Holocaust come copertina dei TG.

È il giornalismo di cui Oscar Carogna – personaggio ideato per la serie TV “Mario” dal comico Marcello Macchia, in arte Maccio Capatonda – è il sommo esponente, con la sua caricaturale rubrica sul “morto del giorno in HD”, con il suo macabro augurio che vi siano cadaveri sempre freschi da dare in pasto ai telespettatori. Il fantomatico inviato Oscar Carogna, con la sua insistenza nel tentare di carpire informazioni sullo stato d’animo di chi ha da poco perso in circostanze tragiche un padre, una madre, un figlio, un marito, un fratello, è la quintessenza del metodo criminogeno di fare informazione che è divenuto egemone nella cultura popolare italiana degli ultimi vent’anni.

Quella della “morte in HD” – così come amaramente dipinta dall’estro di Maccio Capatonda – è la nuova frontiera della TV del dolore, la rivisitazione in chiave spettacolarmente esasperata del caso umano che volta le spalle alla telecamera nei talk show degli anni 80. È la TV che è lì con il suo occhio a raccontare minuto per minuto e a trasformare il momento del trapasso in un grande show, come la morte di Joe Gideon che in All That Jazz di Bob Fosse diventa un musical di Broadway. È la deriva che Federico Fellini aveva preconizzato in Ginger e Fred, di una società neoprimitiva che ride, piange, si deprime e si eccita con il tabù della fine della vita. Tre, due, uno e siamo in onda.

Chiedi un autografo all’assassino, chiedigli il poster e l’adesivo e approfitta finché resta dov’è. Toccagli la gamba, fagli una domanda cattiva, spietata. È la mia curiosità impregnata di pioggia televisiva, comincia un’altra partita”.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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