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Il regime siriano potrebbe aver usato armi chimiche, ma l’Occidente non vorrebbe intervenire

Vera o falsa che sia, la notizia dell’uso delle armi chimiche in Siria sta già mettendo a durissima prova la credibilità delle democrazie occidentali. Washington, Londra e Parigi sono sempre state chiare: il lancio di gas tossici da parte del regime segnerebbe il sorpasso della “linea rossa”, dopo la quale si deve intervenire militarmente.

Già questo impegno, a ben vedere, ha dell’incredibile. Perché la guerra civile siriana, stando alle stime delle Nazioni Unite, avrebbe già provocato 70mila morti. Quando le cifre sono così enormi, c’è ben poca differenza fra un regime che stermina il suo popolo, sistematicamente, usando solo armi convenzionali “consentite” ed uno che usa anche le armi chimiche “proibite”. Il fatto importante, che probabilmente non vogliamo riconoscere, è che siamo di fronte a un regime che sta realmente sterminando il suo popolo. La linea rossa dell’escalation, fissata sulle armi chimiche, è arbitraria e suona come un alibi per non intervenire.

In Libia, nel 2011, questo limite era stato fissato nell’uso degli aerei. Finché Gheddafi sparava sulla folla con le mitragliatrici e i cannoni, andava tutto bene. Ma quando ha iniziato a bombardarli dall’aria… eh no, allora in quel caso si è reso necessario un intervento. Lo stesso limite (uso dell’arma aerea) era stato fissato nel 1991 in Iraq, durante la repressione delle ribellioni etniche da parte di Saddam Hussein. L’ex dittatore di Baghdad, più furbamente di Gheddafi, capì che si poteva sterminare in lungo e in largo gli sciiti e i curdi: bastava usare solo forze di terra. Senza far volare un solo aereo, ne uccise circa 100mila in pochi mesi.

Perché, alla fine, gli occidentali mantengono la parola data. Fissano pubblicamente dei divieti chiari (non usare aerei, non usare gas) e rispettano solo quelli. Se Washington, o Londra, o Parigi, credono che, in questo modo, venga lanciato un segnale di avvertimento, si sbagliano: hanno a che fare con dittatori testardi come muli, pronti ad aggirare i divieti con ogni cavillo possibile. Ma non lo credono. Usano queste linee rosse come test e come alibi. Come test: “vuoi vedere che il dittatore arriva fino a questo punto?”. Come alibi: “beh, solo se supera quel limite, siamo proprio costretti a intervenire, ma siamo certi che non sia pazzo fino a quel punto”.

E se poi lo fa? La domanda se la stanno ponendo Usa, Francia e Gran Bretagna. Le tre potenze hanno già dimostrato un margine di tolleranza molto più ampio nei confronti di Assad, rispetto a Gheddafi e a Saddam. Se questi ultimi non potevano far volare i loro aerei, il dittatore di Damasco bombarda dall’aria, impunemente, tutte le settimane. L’asticella è stata portata più in su, al livello dell’uso di armi di distruzione di massa. È una soglia psicologica importante, perché quando si passa quel limite nessuno garantisce più nulla. Soprattutto: nessuno sarebbe più in grado di trattenere una reazione militare israeliana, che teme di veder arrivare i gas tossici siriani sulle sue città.

A questo punto, pare proprio che Assad abbia usato veramente le armi chimiche. Che le abbia lanciate a più riprese sui ribelli, a fine marzo e inizio aprile, ad Aleppo e a Damasco. Il regime nega e rimpalla l’accusa agli insorti. Il capo degli insorti, Salim Idris, intervistato da Foreign Policy sulle accuse lanciate da Assad, chiede se sia una scherzo: “già ci mancano le armi convenzionali, dove le avremmo prese quelle chimiche?” chiede ironicamente. Se qualcuno ha usato i gas, non possono certo essere gli insorti, perché sono lontani dai depositi.

Ma sono stati usati veramente? Le immagini mostrano persone intossicate. Potrebbero essere, però, feriti da lacrimogeni particolarmente urticanti. O avvelenati da pesticidi (basta che sia esplosa una fabbrica, per diffonderne una nube). Oppure sono dei falsi. Tutto sommato, a quanti falsi ci hanno abituati le Tv satellitari arabe, in Libia, Palestina e in tutte le “primavere”? Le agenzie di intelligence statunitensi, nel loro rapporto emesso la settimana scorsa, parlano di “prove” dell’uso delle armi chimiche. Avrebbero trovato tracce di gas nervino sarin su tessuti di pelle e campioni di terreno. Ma, dalla Casa Bianca, Barack Obama ha negato che vi siano prove “sufficienti” ad affermare che la linea rossa delle armi di distruzione di massa è stata passata. Così facendo, però, ha screditato le sue organizzazioni di intelligence.

Il giudizio sull’uso delle armi chimiche è dunque affidato all’unico arbitro “neutrale”, l’Onu, che ha già messo in piedi un team di esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Quindi dobbiamo attendere che Assad lasci entrare degli ispettori dell’Oms nelle aree in cui potrebbe aver lanciato il sarin, permettendo loro di prelevare zolle di terra e campioni di pelle dai cadaveri e dagli feriti, per lasciare alla comunità internazionale la decisione di intervenire militarmente contro di lui. Indubbiamente non è uno scenario realistico. E non a caso l’Oms mette già le mani avanti, affermando che “non vi siano prove sufficienti” sull’uso delle armi chimiche.

Messe di fronte alla linea rossa, da loro stesse tracciata, le potenze occidentali tentennano e arretrano. Gli Usa per primi. Un intervento in Siria sarebbe troppo rischioso. Non se lo possono permettere. Non ora, in un momento di difficoltà economiche e tagli alla spesa militare. Non contro il regime di Damasco, sostenuto dalla Russia. Si dovrebbe ricorrere a metodi di intervento più indiretto: una “No Fly Zone” anche per la Siria (come propongono i Democratici statunitensi), o armare i ribelli (come sostiene il senatore repubblicano John McCain). O, altrimenti, si dovrà spostare la linea rossa ancora più in là. Ma dove, a questo punto? Cosa c’è di peggio delle armi chimiche? L’uso delle armi nucleari, che Assad non ha? In ogni caso si perderebbe gran parte della propria credibilità. Meglio, a questo punto, attendere il responso negativo, quasi scontato, del prossimo rapporto Onu, dirsi che le armi chimiche non sono mai state usate, che non ci sono prove per dimostrarlo. E sperare che il dittatore siriano non le usi in modo troppo plateale.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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