Il nuovo governo, la solita Italia. Letta dice a tutti quel che volevano sentirsi dire

DANIELE VENANZI – L’Italia di Enrico Letta non è la Germania di Angela Merkel e non è nemmeno l’Inghilterra di David Cameron. È, piuttosto, una rivisitazione dell’Italia di Mario Monti, e da quella stessa Italia ha ereditato molte caratteristiche e pressoché ogni difetto. Uno su tutti, non è l’Italia della coalizione ma della consociazione. È l’Italia del governo non che incassa, ma che subisce la fiducia dei partiti. Dal discorso di investitura pronunciato ieri dal Presidente del Consiglio alla Camera se ne è avuta una piena e purtroppo prevedibile conferma.

È sempre l’Italia di una classe politica capace di causare – per sua manifesta inferiorità – lo tsunami di idiocrazia da cui è investito il paese e che finisce per esserne vittima, costretta per stare al passo con la concorrenza a 5 stelle a fregiarsi come fiore all’occhiello del taglio degli emolumenti dei ministri: una misera goccia nel mare magno della sua spesa pubblica.

È l’Italia di un nuovo governo tecnico sotto mentite spoglie, sostenuto dagli stessi partiti che fino a pochi mesi fa erano concordi nell’esprimere parere favorevole all’operato dell’esecutivo Monti, che pure ha svolto una mansione provvidenziale come gestore dell’emergenza del Paese, ma che non ha mai goduto del sostegno necessario a scongiurare l’inevitabile declino, piuttosto che limitarsi a procrastinarlo, per via dei tanti, troppi veti incrociati.

È l’Italia della responsabilità di facciata, dietro cui si nasconde la malcelata volontà di tenere in piedi una große koalition all’amatriciana, che non sia altra rispetto ai partiti, ma che ne sia anzi la sintesi contingente e d’occasione.  È l’Italia cerchiobottista con un “programma di governo”, che è dato in sostanza dalla somma algebrica delle promesse elettorali più basse e demagogiche dei partiti che la animano, a partite dalle posizioni espresse su IMU, cassa integrazione e green economy, dalla colpevole tendenza a non badare alla copertura finanziaria e alla sostenibilità delle manovre annunciate e dalla riluttanza ad affrontare le ragioni strutturali del declino con soluzioni efficienti, su cui occorrerebbe costruire e non solo raccogliere consenso. È l’Italia che preferisce dire agli italiani quel che sono abituati a sentirsi dire, non quello che non sopportano che si ricordi loro.

È, probabilmente, l’Italia governata dal miglior esecutivo che potesse esprimere nell’attuale condizione del paese. Il migliore perché l’unico possibile, ma non per questo in grado di tracciare scenari di ripresa economica e sociale del paese, piuttosto che limitarsi semplicemente ad accompagnarlo all’ora fatale dell’eutanasia con una terapia del dolore più dolce. È l’Italia così diseducata al sacrificio da essersi convinta che con l’austerity montiana avesse raggiunto il picco massimo della penitenza, e che ora con l’insediamento del governo Letta – che manifesta chiari sintomi della grillizzazione della politica italiana – torna a credere che una nuova via facile e indolore alla ripresa sia possibile, ora che il ministro guadagna quanto un parlamentare semplice e che una plurimedagliata campionessa olimpica è stata posta a capo del ministero dello sport.

È l’Italia che, oggi come ieri, percepisce come più urgente la soluzione a problemi – in primis i costi della politica e la legge elettorale – che sono in realtà lontani anni luce dalle questioni che davvero necessitano immediata attenzione da parte della classe politica, a partire da una drastica riduzione dell’imposizione fiscale sul reddito e del costo del lavoro, dall’inserimento in costituzione del vincolo di bilancio e del tetto massimo raggiungibile dalla pressione fiscale, dalla deburocratizzazione dei rapporti tra pubblica amministrazione e aziende, dall’avvio di una stagione di liberalizzazioni e privatizzazioni e da una drastica riforma della giustizia e del sistema pensionistico; il tutto coadiuvato da un piano di abbattimento fermo e deciso, numeri alla mano, del mastodontico debito pubblico che ci costringe a pagare interessi pari al doppio rispetto all’eurozona.

Come il piano di investimenti per la green economy ed il made in Italy, il progetto per ridurre il digital divide e il superamento del bicameralismo perfetto possano in qualche modo concorrere a raggiungere il suddetto obiettivo è cosa che il presidente Letta dovrebbe aiutarci a comprendere. Ecco, il solo fatto di aver scampato lo scenario in cui Vendola e Fassina si litigano il ministero dell’economia non ci consente di essere eccessivamente fiduciosi nel futuro di questo paese.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

One Response to “Il nuovo governo, la solita Italia. Letta dice a tutti quel che volevano sentirsi dire”

  1. Alessandro scrive:

    Lasciate lavorare!SANT’IDDIO!

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