Categorized | Partiti e Stato

Per il ricambio generazionale, più che il Movimento 5 Stelle, poté Renzi (e Napolitano)

La politica è una strana dea, che chiede sacrifici molto gravi a chi si rivolge a lei per essere esaudito. Spesso consuma tutte le chances chi le chiede fama e fortuna, arrivando a distruggere (certe volte anche in maniera definitiva) la carriera politica tanto di chi chiede il “rinnovamento”, quanto di quegli esponenti che sono obbiettivo delle “pulizie di primavera”.

Un esempio di quanto appena detto è riscontrabile anche nella biografia della recentemente scomparsa Margaret Thatcher: nel 1989, la Lady di Ferro dovette affrontare la prima sfida dopo 14 anni per la leadership del Partito Conservatore. Il suo oppositore era il semi-sconosciuto Anthony Meyer, che fu ovviamente sconfitto. A far notizia fu, tuttavia, il fatto che ben 60 membri dell’assemblea non le rinnovarono la fiducia: fu la prima breccia nell’altrimenti incontestato dominio della Thatcher.

L’anno successivo, fu sfidata nuovamente, stavolta da Michael Heseltine, su cui riuscì ad avere la meglio solo dopo il ballottaggio. Di lì a poco, fu costretta alle dimissioni come Primo Ministro, sostituita da John Major. Ovviamente di Meyer non si seppe quasi più nulla: il partito non lo ricandidò più, lui ne fuoriuscì e terminò la sua carriera politica nei liberaldemocratici. Eppure, il suo “sacrificio” fu il primo passo verso una nuova fase tanto del suo (ex-)partito quanto del suo Paese.

La storia sembra essersi ripetuta più o meno con la disputa fra Renzi e Bersani: un giovanotto di 38 anni – con molte più chances di vittoria di Mayer, va detto – che sfida il candidato della generazione dei 50/60enni. Un giovanotto che viene contrastato in tutti i modi, perché per la prima volta le primarie rischiano di diventare una vera occasione di confronto e non di mera ratifica di equilibri decisi altrove. Si arriva al ballottaggio e il segretario uscente batte il giovane sfidante 60,9% a 39,1%. Renzi viene sconfitto, ma resta un dato: la leadership di Bersani è stata messa in discussione da circa 4 potenziali elettori su 10 della coalizione di centrosinistra.

Il resto è storia: la “non vittoria” del PD, la “mossa del cavallo” con cui sono stati eletti i due presidenti delle Camere, il tentativo di Bersani di formare una maggioranza PD-SEL-M5S andato a vuoto, il Movimento 5 Stelle che rifiuta razionalmente, ma stupidamente un’occasione storica di poter determinare l’agenda del prossimo governo, i saggi, l’allucinante spaccatura del PD e la rielezione di Napolitano. Fino a giungere al risultato che pochi si sarebbero aspettati: la nomina di un 46enne alla Presidenza del Consiglio e il contestuale accantonamento proprio di quella generazione di 50/60enni, che sperava finalmente di salire al potere.

Il motivo per cui, a questo giro, i dirigenti politici di quella generazione sono rimasti tutti a bocca asciutta è semplice: non hanno avuto il coraggio, più che la forza, di “uccidere il padre”, che si trattasse di Prodi per la sinistra o di Berlusconi per la destra. Più che altro, non hanno avuto il coraggio di farlo per tempo. Anziché lottare fino in fondo per conquistare il ruolo tanto desiderato, hanno commesso lo sciocco errore di attendere che si facessero da parte. La paura di perdere e di sparire ha avuto la meglio e la Dea Politica li ha puniti.

Certo, anche Renzi è rimasto a bocca asciutta ma, a differenza degli altri, lui almeno ci ha provato, riuscendo comunque a ottenere – per una fortunata combinazione di eventi – quella “rottamazione” che era diventata la cifra del suo messaggio politico. In questo, si può dire che è stato molto più efficace dello “tsunami” Movimento 5 Stelle, che di risultati dal canto suo ne ha raggiunto uno solo e a metà: l’aver costretto il PD a nominare Boldrini e Grasso presidenti delle Camere.

Il M5S doveva essere il movimento del cambiamento, del “mandiamoli tutti a casa”. E invece, l’uomo che ha “prepensionato” questa classe dirigente non è Grillo, ma l’88enne Napolitano, un uomo che giusto 60 anni fa varcava per la prima volta la soglia della Camera dei deputati. Un uomo che ha costretto i partiti a raggiungere un accordo politico di collaborazione e ad affidarne la realizzazione ai rampolli degli attuali dirigenti, messi senza troppi complimenti da parte. Uno smacco che solo una dea capricciosa (e fondamentalmente bastarda dentro) come la Politica poteva riservare a chi pensava di poterla distruggere.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

3 Responses to “Per il ricambio generazionale, più che il Movimento 5 Stelle, poté Renzi (e Napolitano)”

  1. creonte scrive:

    almeno col PD il M5S ha fatto una bella pulizia

  2. Giusy scrive:

    Lira, rimembri ancora
    quel tempo della tua vita normale,
    quando serenità splendea
    negli occhi ridenti degli Italiani,
    e tu, inesauribile e sovrana, il limitare
    di povertà impedivi?

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] Per il ricambio generazionale, più che il Movimento 5 Stelle, poté …Libertiamo.itIn questo, si può dire che è stato molto più efficace dello “tsunami” Movimento 5 Stelle, che di risultati dal canto suo ne ha raggiunto uno solo e a metà: l’aver costretto il PD a nominare Boldrini e Grasso presidenti delle Camere. Il M5S doveva … […]