di PIERCAMILLO FALASCA – Una riduzione di tasse e imposte è una riduzione di tasse e imposte. Come tale, è sempre una buona notizia. Ma è interessante notare come la “ribellione” ad un dibattito ormai schiacciato populisticamente sulla riduzione o l’abolizione dell’IMU prima casa arrivi proprio da alcuni tra i più convinti e credibili sostenitori dello Stato leggero: Carlo Stagnaro giovedì sul Foglio ed oggi Pietrò Monsurrò su Libertiamo.it. (si legga anche l’articolo di Marco Faraci per un arricchimento del dibattito). Tra “costi della politica” ed “IMU prima casa”, abbiamo ormai un dibattito pubblico e un’agenda di misure completamente avulsa dai problemi maggiori di cui soffre l’Italia. Il salasso dell’IMU riguarda soprattutto i beni immobili strumentali delle imprese, più che l’imposta gravante sulle famiglie, così come la riduzione dei costi degli apparati politici è tanto simbolicamente ed eticamente necessaria, quanto insufficiente perché l’Italia ritrovi il sentiero della crescita.

Ciò che sembra importare ad una quota troppo elevata di cittadini italiani, e soprattutto a quelle parti politiche che alimentano il fuoco del risentimento sull’IMU e sui costi della politica, è in realtà l’assoluzione dalle proprie corresponsabilità. I colpevoli sono sempre gli altri. Tolta l’IMU sulla prima casa per i ceti medio-bassi e ridotte all’osso le spese per la politica, il governo Letta e la maggioranza che lo sostiene avrà davanti a sé la montagna da scalare delle cose da fare sul serio. Ma ai piedi di quella montagna, non c’è solo il premier, l’esecutivo e i partiti. Ci sono decine di milioni di persone conniventi con la spesa pubblica e con il groviglio di rendite di posizione garantite da una legislazione che in ogni settore della vita economica e sociale italiana favorisce gli insider ai danni degli outsider. Per non parlare di quel che accade ogni qual volta si prova a ragionare di piani infrastrutturali o di innovazione energetica.

Come scrive oggi Francesco Giavazzi nell’editoriale del Corriere della Sera, la priorità italiana sarebbe la riduzione della asfissiante tassazione sul lavoro, peraltro per un importo molto superiore a quello necessario per l’operazione sulla prima casa. E accanto a questo giacciono nel cassetto dei palazzi del governo innumerevoli proposte di liberalizzazione e di riforma del sistema del credito. Se a togliere l’IMU sulla prima casa si fa in fretta, per riformare in profondità il welfare e il mercato del lavoro, per ridurre robustamente la tassazione sul lavoro o per modernizzare il sistema bancario e creditizio italiano, ci vuole molto più coraggio e capacità di resistere agli assalti di chi difende lo status quo. 

Tolta l’IMU sulla prima casa, s’inizi a governare davvero, cioè a riformare in profondità il funzionamento dello Stato e il sistema regolatorio dell’economia italiana. In caso contrario, tra pochi mesi ci troveremo senza sapere nemmeno perché a pagare meno IMU, ma molte più tasse, subdole e striscianti.