di DANIELE VENANZI – Il governo (forse) c’è. Dopo due mesi esatti dal voto, è ormai questione di poche ore prima che il premier incaricato sciolga la riserva e renda pubblica la rosa dei probabili ministri. Restano alcuni nodi minori da sciogliere, come l’assegnazione del dicastero dell’economia, ma entro oggi stesso – al massimo domattina – Enrico Letta punta alla chiusura delle trattative con le forze politiche.

Sarà un governo ambiguo. Ambiguo perché strettamente supervisionato del primo Capo dello Stato della storia repubblicana ad essere riconfermato al Colle; ambiguo perché di larghe intese, ma allo stesso tempo politico e non più tecnico. È un’ambiguità tutta italiana, in un grande esperimento di maturità democratica e di evoluzione delle istituzioni e della forma governo. Ma è forse, al tempo stesso, l’ultima possibile exit strategy del paese dal baratro della spirale recessiva e dalla trappola dell’inconcludenza politica.

Enrico Letta – per quanto giovane, moderato e intraprendente – sarà in grado di governare l’ambiguità? Forse sì, forse no. Ma è davvero questo l’interrogativo che conta? Quanto di quel che accadrà – nel bene e nel male – nei prossimi mesi sarà direttamente imputabile al futuro Presidente del Consiglio? Quanto, al contrario, sarà il risultato dell’impegno delle forze politiche a collaborare per salvare la faccia e ipotecare quanto meno blandi segnali di riforma e di ripresa economica?

Oggi il rischio concreto – forse ancor più di un’eventuale sfiducia e di un rocambolesco ritorno alle urne – è la reiterazione da parte delle forze politiche degli atteggiamenti nocivi ed avvilenti tenuti durante tutta la parentesi montiana. Dare vita ad un’operazione simile ad un governo Monti bis – cioè una maggioranza di facciata e partiti che non sostengono, ma frenano l’esecutivo per scongiurare il “pericolo” di riforme strutturali profonde e impopolari– equivarrebbe a perdere mesi preziosi e a consegnare il paese in mano alle forze demagogiche e irresponsabili.

Se adesione dev’essere, che sia convinta. Che si dia indipendenza ed ampio margine di manovra a quei ministri attorno al cui nome si è manifestato il consenso unanime delle forze politiche, si evitino forme di ostruzionismo, ricatti elettorali e resistenze al cambiamento. Si assumano toni che allentino la tensione sociale, anziché sguazzare nel populismo e nel bieco gioco della pubblica gogna per colpire ideologicamente quei membri dell’esecutivo che tenteranno – almeno si spera – di dare uno scossone vero alla rigidità economica, burocratica e sociale del paese.

Il tempo dei mille emendamenti, del ricorso alla piazza riottosa come strumento di lotta per influenzare l’agenda di governo è finito. Il tempo per qualsiasi cosa, in realtà, è finito. Occorre mettersi in marcia, e in fretta.