Categorized | Capitale umano

Poca arte, troppe istituzioni. Una politica culturale sbagliata

– Più di un anno fa i direttori di alcuni dei più importanti musei d’Italia hanno scritto una lettera, pubblicata dal Corriere della Sera, al Ministro dei Beni Culturali Ornaghi per chiedergli se fosse giusto che chi si prende cura dei massimi tesori italiani guadagni un quarto di un commesso di Palazzo Madama. Lettera senza risposta.

A febbraio del 2012, giunge la notizia che la necropoli della Banditaccia, a Cerveteri, una delle zone archeologiche più importanti della Terra, era invasa dalle sterpaglie e dai rifiuti. Al punto che si temeva che l’Unesco potesse escluderla dalla lista dei siti nei quali era entrata nel 2004. I provvedimenti? Lasciati a dei volontari locali. Allo stesso tempo i writers, i graffiti, collage e stencils quasi sempre colorati campeggiano su parti del tessuto urbano, sui mezzi pubblici e edifici di interesse storico e artistico, in molte città italiane. Lungamente negletti, al punto da costringere gli artisti a realizzarli nel buio della notte. Solo recentemente assurti a forme d’arte.

In estrema sintesi, conserviamo generalmente assai male il nostro passato. Ma spendiamo anche assai poco per alimentare la produzione artistica contemporanea. Basti pensare che negli States, così come nel resto del mondo, la conoscenza dell’arte italiana contemporanea si ferma quasi sempre a Cattelan. Provocatoriamente, sempre più spesso, qualcuno suggerisce di aprire gli immensi depositi in cui è custodito il patrimonio storico in eccedenza, venderne il contenuto e destinare il ricavato alla promozione degli artisti viventi. Quel che è certo è che sarebbe opportuno intervenire su questa stortura.

Il mondo culturale è molto cambiato. Anni fa in Italia avevamo tanti artisti e poche istituzioni. Il mondo per così dire artistico esplicitava la sua inesauribile vitalità sprigionando energie di ogni tipo. Manifesti, rivoluzioni, correnti e molto altro. Da tempo si sono accresciute in maniera quasi incontrollata le istituzioni che dovrebbero garantire quell’effervescenza. Dalle fondazioni ai Musei, fino agli assessorati. Ma in compenso sembra essersi ridotto il numero degli artisti. Se il mercato dell’arte e della cultura non mostra di essere in sofferenza per quanto riguarda il consumo, almeno osservando le cifre del recente passato, ben altro è lo status quo per quanto riguarda l’offerta e la sua capacità produttiva. Qualcosa esiste, si è fatto. Ma si tratta di episodi.

Continuano a non essere conosciuti all’estero molti artisti italiani, a causa della mancanza di un mercato consolidato. Al punto che molti di loro hanno deciso di emigrare. Né hanno spazio i nuovi artisti qui da noi. Pochissime le Gallerie che investono su di loro. Assai stretti gli spazi per sperimentare, come dimostra il caso di Napoli, dove Terrae Motus, il progetto espositivo in cui Lucio Aniello aveva coinvolto il giovane Nino Longobardi, è naufragato. Un panorama quello italiano desolante, anche se non in maniera uniforme. Al Nord le cose vanno un po’ meglio. A Torino ci sono due grandi musei dedicati all’arte contemporanea. Milano, poi, con la sua industria della moda e dell’arredo internazionale, le sue gallerie e i suoi collezionisti è divenuta a tutti gli effetti il trampolino di lancio per molti artisti.

Come spesso accade in Italia molti sono quelli che si dilungano nel descrivere la malattia. Pochi quelli che cercano di trovare l’antidoto. Il problema, forse, è che la situazione attuale dipende da una specie di vizio di origine, quasi strutturale, delle nostre politiche culturali. Dal fatto che nei mondi dell’arte e della cultura si confrontano due politiche di segno opposto. Da un lato quella della conservazione. Dall’altro quella della produzione di nuove opere. Un dualismo che nascerebbe addirittura dall’articolo 9 della Costituzione italiana. Dal prevalere di una parte sull’altra. Se conservazione vuol dire tutela di un patrimonio storico, la sua rappresentazione più immediata è la museificazione dell’arte. D’altra parte la produzione è una politica che si articola in maniera più complessa. Comunque con dei passaggi principali, quali la selezione degli artisti, la concezione delle opere d’arte, la loro realizzazione, la loro distribuzione e, infine, il loro consumo. Insomma mentre la conservazione è una politica backward looking, che si esercita su un passato da preservare, la produzione è una politica forward looking, interessata allo sviluppo di nuove opere d’arte.

In Italia quell’equilibrio armonioso tra le due parti dell’articolo 9 da alcuni decenni sembra essersi smarrito. In un’errata interpretazione. Così da privilegiare, almeno nei programmi della politica, è l’aspetto conservativo, trascurando quello della produzione artistica. Fenomeno questo che ha ingenerato una contrapposizione, senza fondamento, tra due anelli di una medesima catena. Con il risultato che Pompei continua a crollare e la Domus Aurea a rimanere chiusa. Ma anche che tanti giovani artisti rimangono esclusi dal circuito degli spazi espositivi che potrebbero proporli al pubblico.

Servirebbe una differente politica culturale per le città e il loro sviluppo economico. Tra le molte cose da fare si potrebbe iniziare da quelle che sembrano essere le più essenziali. Anche in considerazione delle mutate condizioni socio-economiche. Partendo da una ridefinizione delle priorità del Paese. Interrogandosi se è possibile far fronte alle necessità (in molti casi alla sopravvivenza) dei circa tremilacinquecento musei d’arte esistenti. Chiedendosi come attrarre nuovi talenti creativi, ma anche quale cultura produrre. Decidendo se si deve puntare sulle industrie culturali e creative.

Un punto altrettanto cruciale è connotare il “patrimonio culturale”. Soprattutto capire quale sia la sua mission. Un bene economico che arricchisce il nostro benessere materiale, oppure un fenomeno che migliora la qualità sociale? Terzo punto. Oggi la produzione di cultura è una delle più importanti industrie nazionali. Un imperativo categorico delle nostre politiche di sviluppo. Senza contare che la nuova cultura di oggi, diventerà l’oggetto della conservazione domani.

La realizzazione di questa agenda è naturale, è vincolata alla capacità della politica di mostrarsi sensibile a certi temi. Di promuovere la produzione artistica. Di salvaguardare quei talenti che con la loro presenza possano assicurare il mantenimento di un ruolo riconosciuto al Paese. Aprendosi ad una visione più ampia, anche geograficamente. Osservando ad esempio quali siano le forme di cultura che eccellono nel mondo. Verificando così come a riscuotere successo siano le industrie della cultura materiale. Insomma il design industriale, la moda e la gastronomia. Non servono alchimie. Gli “oggetti” già ci sono. È sufficiente metterli in relazione tra loro e farli “funzionare”.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

Comments are closed.