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Dialettica del pregiudizio. L’ignoranza al potere

Le distanze genetiche fanno parte della cultura umana, passino. Tutto il resto è intollerabile. Siamo negli anni del pregiudizio. Il pregiudizio, lo si confonde con la saggezza. Chi attacca in nome del proprio pregiudizio ha ragione, dicono, perché il suo è un pensiero forte. Chi si fa forte del pregiudizio in qualsiasi aula di filosofia o di psicologia sarebbe considerato un culturalmente inabile, ma in politica no, nei nostri anni orribili il giudizio a priori e,  in nome di esso, la sentenza – e quindi – l’inappellabilità del proprio giudizio è la ragione stessa della pervasività, quindi del successo.

La dialettica, in uno dei suoi sensi costitutivi, è stata uccisa. Ma non lo si è fatto in nome della “dialettica dell’illuminismo” di Adorno e Horkheimer  (il che sarebbe stato, almeno, valido motivo), ma in nome di una indiscussa ignoranza sociale, che si è autocertificata come diritto all’essere ignoranti e a fare dell’ignoranza sostanza e proiezione politica. Il pregiudizio (come ricorda Pierfranco Malizia) può considerarsi come l’altra faccia della medaglia della nostra cultura politica, una cultura logora e in ritardo e alla ricerca di una propria identità (in forma di certezza), da contrapporre alle altre istanze culturali in campo e in gioco. Una identità che nasce dalla riduzione della cultura politica alla sola componente economica, agli emozionalismi, ai settarismi, con i quali si cerca di ridare vita alla solidarietà di gruppo e a forme di identità psicosociali.

In queste condizioni di debolezza culturale riappare il razzismo del pregiudizio, malattia regressiva delle società rallentate. E riappaiono il localismo e il riduzionismo culturale e l’autoritarismo come istinti animali di difesa del proprio spazio fisico, sociale, simbolico. Il pregiudizio e il razzismo politico sono fatti che considerano le differenze come una colpa, traducendole in ineguaglianze e definendo il loro status attraverso il dominio, l’esclusione e la violenza dialettica.
Il pregiudizio è definizione e rafforzamento dell’identità, è allontanamento dall’altro, è azione discriminante, è autogratificazione psicologica, è rimozione della colpa (o della correità) e autogiustificazione, è illusorietà di essere i depositari dei valori assoluti e spesso è la rimozione della percezione della propria reale impotenza.

Il pregiudizio è una valutazione di segno negativo, una valutazione pre-concettuale negativa su gruppi che non vengono identificati nella logica di somme di persone diverse, ma come elementi compatti, nei quali tutti sono eguali agli altri, tutti sono equivalenti. Il pregiudizio politico nega il concetto di individuo e si concentra solo sull’idea di gruppo come impasto indifferenziato. Il pregiudizio politico, che non si basa sull’effettiva conoscenza  delle realtà, delle persone e dei gruppi, mira sostanzialmente alla discriminazione.

Il pregiudizio si fonda sulla relazione antagonista noi versus l’altro, si regge su di una costruzione ideologica giustificante e giustificativa. Il pregiudizio politico e sociale attribuisce a strati socio-economici-culturali egemoni, o che aspirano a diventare egemoni, la capacità e la possibilità di valutare e sanzionare il resto delle identità politiche, il resto della società. Chi si fa forte del pregiudizio è sempre colui che si sente rappresentante della maggioranza. Di una maggioranza reale o di una maggioranza  potenziale, che quindi sarebbe reale se le istituzioni e i gruppi di potere, veri o presunti, levassero il bavaglio alle istanze di libertà e consentissero l’espressione della “vera” volontà sociale. In poche parole il pregiudizio, che tu lo sia o meno, ti fa sempre sentire maggioranza. Se hai i numeri lo sei, se non hai i numeri lo saresti se la società fosse “libera”.

Il pregiudizio corteggia e stupra, sempre, l’ideale di libertà, che viene ridotto a concetto strumentale. Il pregiudizio è sempre reazionario, anche se spesso è il propellente della rivoluzione – esso serve a considerare gli altri inabili, a delegittimarli, a ricattarli. Ovunque c’è pregiudizio politico il sotto testo è sempre lo stesso: raggiungimento, detenzione e mantenimento del potere mediante l’espropriazione dei diritti altrui e con il più risoluto rifiuto di dialettizzare la conoscenza e la comprensione delle ragioni dell’altro. Per mantenersi e svilupparsi il pregiudizio ha bisogno di fattori quali  una struttura sociale fortemente etero-composita, una mobilità sociale ad alta competizione, rapidi cambiamenti socio culturali, forti dislivelli culturali, scarsa condanna socioculturale del pregiudizio. Tutti fattori, tranne l’alta competizione, ben disponibili nella nostra società.

Siamo quindi predestinati e destinati a rimanere, sempre e per sempre come negli ultimi vent’anni, il paese del pregiudizio?


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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