Agenda Letta, astenersi demagoghi. Serve un falò delle menzogne elettorali

di GIULIANO CAZZOLA – L’elezione di Giorgio Napolitano con una larga maggioranza, il discorso di insediamento, l’incarico conferito a Enrico Letta costituiscono, nel loro insieme e nella loro successione, pietre miliari fondamentali lungo il cammino, impervio e pieno di insidie, della ricostruzione di un modello di vita civile e di reciproco rispetto tra le forze politiche (il passaggio di Napolitano sull’orrore che suscitano le intese è assolutamente condivisibile). È qualcosa di cui il Paese non può più fare a meno, se non vogliamo che il clima da guerra civile disarmata, che dura da un ventennio, degeneri rapidamente in qualche cosa di peggio.

L’aria che tira, comunque, non è buona. La constatazione non riguarda solo il Pd, che è rimasto prigioniero di un incomprensibile cupio dissolvi, da cui non è capace di liberarsi. Anche dal versante del Pdl giungono segnali inquietanti. Per quanto riguarda il Partito democratico è in atto una reazione di rigetto, come se gli organi che gli stanno trapiantando fossero incompatibili con il suo dna.  Fuor di metafora, un partito tenuto insieme soltanto dall’antiberlusconismo si rivolta all’idea di dover governare col Cavaliere. E sbaglia perché in questo modo finisce per non riconoscere il valore e i risultati dell’esperienza del ‘’governo dei tecnici’’, che il Pd ha sostenuto con lealtà e coerenza e che può essere considerata – per la natura della sua compagine – un primo passo verso una maggioranza ed un esecutivo in grado di affrontare e risolvere la crisi di governabilità, di cui il Paese soffre proprio in conseguenza di un bipolarismo bastardo, che si è andato esaurendo nel peggiore dei modi.

A pensarci bene, l’attuale fase somiglia molto ad un’altra, ai tempi gloriosi della Prima Repubblica, quando si preparava (o gran bontà dei cavalieri antichi!) lo storico incontro tra democristiani e socialisti. Le coalizioni di centro non erano più in condizione di esprimere una solida maggioranza e soprattutto non erano più capaci di interpretare l’esigenza di cambiamento che proveniva dal Paese e dal suo improvviso sviluppo; ma la svolta a sinistra fu contrastata nella Dc e l’ingresso del Psi nel governo determinò la scissione del Psiup e un duro contrasto con il Pci. Addirittura, la Dc si infilò nell’avventura del governo Tambroni (sorretto dal voto determinate del Msi) prima che prevalessero gli orientamenti favorevoli all’apertura verso il Psi. Ci vollero però ancora quattro anni perché iniziasse la fase dei governi “organici”, a lungo contestati dalla minoranza lombardiana.

Verrebbe quasi da dire che il tentativo – per fortuna sventato – del Pd di aprire al M5s costituisce, in termini opposti, un nuovo caso di governo Tambroni: il partito di maggioranza relativa di oggi prova di allearsi con i fascisti di oggi (ben più pericolosi di quelli in doppiopetto del Msi) pur di evitare o ritardare l’apertura verso il centro destra, ormai necessaria visti i rapporti di forza. Sappiamo bene che la storia non si ripete, ma ci sarebbero molte analogie tra le vicende  dei primi anni ’60 e quelle del decennio in corso. Allora, vi furono personalità in grado di capire e gestire il cambiamento; adesso rimangono soltanto delle brutte copie e delle controfigure. Ma queste considerazioni finiscono per lasciare – come si suol dire – il tempo che trovano.

Passando oltre, noi speriamo che Enrico Letta ce la faccia. Ma le difficoltà non vengono solo dal suo partito. È evidente che il Pdl gioca ad alzare la posta, nella convinzione di poter ottenere vantaggi politici nella composizione dell’esecutivo e nel programma, che amplifichino le difficoltà del Pd oppure di marciare rapidamente –  e con vantaggio – verso le elezioni anticipate da cui uscire vittorioso. La linea di condotta del Pdl  è tanto più insidiosa perché le sue richieste programmatiche sono in continuità con le proposte sostenute in campagna elettorale (ecco perché si ha l’impressione che il partito del Cav. si muova ancora in quella prospettiva), nel momento in cui le forze politiche dovrebbero trovare il coraggio di prendere le promesse fatte in quelle circostanze e bruciarle in un grande falò delle menzogne.

Emblematica è la vicenda dell’Imu: il Pdl insiste per la soppressione e la restituzione del maltolto mentre il governo dimissionario è stato obbligato a stabilizzarne il gettito nel Def. Diciamoci la verità: in materia economica tanto i punti di Bersani quanto quelli di Berlusconi sono soltanto indecorosi esercizi demagogici. Anche i dieci facilitatori di Napolitano non si sono fatti mancare nulla. Si insiste, nel documento, sulla questione degli esodati come emergenza nazionale, dimenticando quanto è già stato fatto a salvaguardia di 130mila soggetti per il 2013 e 2014 nell’ultima legislatura.  Si reclama il rifinanziamento della Cig in deroga dimenticando che a pagare sarebbe lo Stato e che questa prospettiva non può durare all’infinito;  le parti interessate dovrebbero cominciare ad attivarsi per l’istituzione di quei fondi interprofessionali indicati, nella riforma Fornero, quale soluzione a regime nei settori in cui non è operante la normale disciplina degli ammortizzatori sociali.

Insomma, durante la campagna elettorale e nei primi tempi dell’attuale legislatura, tutte le forze politiche hanno abbassato la guardia del rigore. Anzi è sembrato, spesso, che la vigilanza sui conti pubblici  fosse un pallino dell’asse Merkel-Monti e che bastasse cambiare linea per far tornare tutto a posto. Invece, non funziona così. In questi giorni la Ue si appresta a chiudere la procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. Il governo è riuscito ad ottenere uno spiraglio per destinare risorse importanti al pagamento parziale dei debiti della PA verso le imprese e all’allentamento del patto di stabilità interno. Ma in questo modo il Paese si è giocato (ha fatto bene a farlo) anche gli spiccioli; ovvero quel margine limitato che residuava dal livello virtuoso del 3% nel deficit di bilancio.

Per recuperare altre risorse occorrerebbe compiere un’altra manovra non di scarsa entità. Con tagli alla spesa? Si faccia avanti chi ha proposte socialmente sostenibili e finanziariamente adeguate a tal proposito. Con nuove tasse? Si accomodino, pure. Così anche in materia fiscale potremmo avvalerci della pubblicità di una marca di acqua minerale (“l’acqua che elimina l’acqua”). Noi  avremmo le tasse che eliminano le tasse.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

2 Responses to “Agenda Letta, astenersi demagoghi. Serve un falò delle menzogne elettorali”

  1. marina scrive:

    No a Brunetta al Welfare!! Un cretino come o peggio della Fornero farebbe ulteriori danni al paese e a tutti i lavoratori!!!

  2. Alessandro scrive:

    no, signori miei. Il popolo è stremato gli imprenditori al suicidio, folli compiono atti inconsulti. La Germania ha rifiutato il Fiscal Compact ora si dica: o rinegoziazione del debito o l’Europa salta.

    Firmato: un NON elettore di Berlusconi

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