di CARMELO PALMA – Quello che (probabilmente) Letta sarà chiamato tra qualche ora a formare è un esecutivo necessitato dalla – si sarebbe detto, in gergo moroteo –parallela e convergente debolezza di partiti (il Pd e il PdL) entrati nella XVII legislatura perdendo svariati milioni di voti rispetto alla precedente e di un anti-partito sbarcato invece trionfalmente in Parlamento, forte del consenso di un italiano su quattro, ma ideologicamente refrattario all’idea del compromesso e più ancora a quella del governo, come pratica che fa di conto con la realtà, e non si limita ad agitare ed usare il subconscio psico-politico del Paese, per farne esplodere una “volontà generale” imprecisa e forsennata.

Che le sorti della legislatura fossero indissolubilmente legate ad una formula che il “bipolarismo antropologico” dell’era berlusconiana – o con il Cav. o contro – in teoria non avrebbe consentito era chiaro dalla sera del 25 febbraio. Ma mentre Berlusconi ha capito subito dove stesse lo spazio possibile per il suo utile, il Pd ha continuato per più di un mese a ragionare su di un’ipotesi impossibile – un’inedita alleanza a sinistra, con il M5S – e per il mese restante a sragionare su possibilità terze – il governo della non sfiducia, il governo di minoranza… – destinate a incasinare anche la gestione del dossier Quirinale.

La riabilitazione orgogliosa da parte del Capo dello Stato delle larghe intese come “eccezione normale” alla regola dell’alternanza e al funzionamento fisiologico della democrazia competitiva legittima la forma del nuovo esecutivo, ma non ne prefigura la sostanza, né serve a garantirne l’effettiva praticabilità politica. La verità è che inconsciamente o forse pure consciamente la grande maggioranza degli elettori PD avrebbe preferito al governo il voto anticipato, non solo per vincere, ma anche per perdere le elezioni e tornare più comodamente a lottare contro Berlusconi. Per il popolo democratico l’identità di partito è residuale e seconda rispetto a quella anti-berlusconiana. In un PD polverizzato, di cui è difficile immaginare pure una scissione (non c’è una sola, ma molteplici linee di divisione), l’unica cosa solida rimane l’indisponibilità politica, culturale, morale e psicologica a condividere con il Caimano una responsabilità di governo e mischiare l’Italia giusta, con l’altra Italia di cui l’impresentabilità di Berlusconi politicizza non solo l’interesse, ma perfino lo stile.

A partire da queste premesse è difficile che il PD possa sedersi al tavolo del governo pensando ad una road map per affrontare l’emergenza politica e non invece ad una exit strategy  per svegliarsi dall’incubo di una insostenibile coabitazione. Berlusconi che è un tattico cinico e politicamente agnostico, sopravvissuto per culo e talento alla bancarotta della sua stagione di governo e riabilitato dalla disponibilità “patriottica” al voto prima per Marini e poi per Napolitano, saprà giocare alla grande – c’è da giurarlo – questa partita psicologica con un Pd ben oltre l’orlo della crisi di nervi.