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La situazione in Mali non migliora e la Francia resta impantanata

Dopo il colpo di Stato del 22 marzo 2012 il Mali si è ritrovato ad avere gruppi ed organizzazioni pro e contro il golpe. Si sono ritrovati a favore il COPAM (Convenzione patriottica per il Mali) ed il partito SADI di Oumar Mariko, mentre si è opposto il FDR (Fronte per la Repubblica e la democrazia) i cui capi sono Chiaka Diakité, Segretario Generale del Sindacato Nazionale dei Lavoratori del Mali (UNTM) e Iba N’Diaye, Vice Presidente dell’ADEMA (il partito di maggioranza). Tra tutti questi si sono poi aggiunti anche altri leader di tribù che sono rimasti neutrali.

Nel dibattito sulla sicurezza nel nord, i golpisti erano contrari ad un intervento militare, mentre gli anti-golpisti erano favorevoli all’intervento delle truppe degli stati dell’Africa occidentale in Mali. La guerra contro i contro i gruppi jihadisti non era un compito facile a causa di diversi fattori, tra cui l’estensione della zona in cui operare, la facilità di spostamento dei gruppi terroristici addestrati per quel tipo di guerriglia, le armi di cui erano dotati e la complicità di jihadisti nazionali che avrebbero permesso loro di confondersi con la popolazione civile. Tutto ciò ha favorito sacche di resistenza anche dopo il dispiegamento dell’esercito francese, dell’esercito del Mali e del Misma (missione di supporto in Mali), complicando ancora di più le cose.

L’intervento della Francia però è stato accolto favorevolmente dalla maggioranza della popolazione, che ha visto l’esistenza stessa del Mali minacciata dalla avanzata di Al Qaeda. La Francia, che non è l’unico paese occidentale investitore del Paese, in realtà con questo intervento si è assicurata la protezione dall’avanzata dei jihadisti sulla regione del Bamako, luogo dove si trovano i maggiori insediamenti commerciali gestiti dai francesi. L’intervento ha anche rafforzato la posizione della Francia come partner per l’esplorazione e lo sfruttamento del petrolio e delle risorse minerarie che si trovano nel sottosuolo. Queste ricchezze sono ancora in gran parte inesplorate e potrebbero diventare una fonte di sostentamento importante.

Inoltre il sottosuolo del Mali è ricco di uranio. Si è a conoscenza che la società canadese Rockgate ha presentato una licenza per lo sfruttamento di un deposito di uranio a Falea, a 350 chilometri a ovest di Bamako, al confine con il Senegal e la Guinea. Il deposito conterrebbe circa 12.000 tonnellate di uranio. Secondo alcune fonti il nord del Mali sarebbe pieno di grandi giacimenti di oro, uranio e gasolio. La Francia, grazie al supporto militare, potrebbe facilmente ottenere appalti nel settore minerario in zone non ancora esplorate. Se è vero che la Francia ha forse più a cuore i suoi interessi, che cosa poteva fare il Mali se non assecondare il loro intervento?

Nonostante i progressi militari ottenuti dai francesi la situazione per la popolazione del Mali però rimane critica. Secondo le autorità maliane la crisi ha provocato la perdita di 1 miliardo di euro causando una recessione economica del 2%. La crisi inoltre si è aggravata con la sospensione degli aiuti internazionali che da sempre rappresentano circa un terzo del bilancio della regione. Tutti i settori dell’economia sono stati colpiti ed i servizi sociali hanno visto bloccare completamente i loro bilanci. Solo nelle ultime settimane si sta intravedendo qualche spiraglio, ma le criticità permangono. Questa situazione non ha fatto altro che peggiorare le condizioni di vita della popolazione maliana con ripercussioni disastrose: tagli ai posti di lavoro nel settore privato e pubblico, insufficienti forniture di acqua e di energia elettrica e sussidi statali sulla benzina e il gas ridotti al lumicino. Senza contare l’impoverimento del settore agroalimentare che sta mettendo a dura prova le già esigue scorte del Paese.

Ora però le cose si complicano. È di pochi giorni fa infatti la notizia del ritiro dell’esercito del Ciad che lascerebbe da soli i francesi e circa 4.000 uomini provenienti da altri paesi dell’Africa occidentale (Burkina Faso, Ghana, Guinea, Niger, Nigeria, Senegal e Togo). Truppe però senza alcuna esperienza del territorio e del tipo di guerriglia visto nel nord del Mali, e la pianificazione dell’exit strategy francese quindi si sta complicando. La possibilità infatti di una nuova escalation e di un ritorno di Al Qaeda è dietro l’angolo e Hollande, che non vedrebbe l’ora di lasciare la regione per affidare alle Nazione Unite una missione di pace congiunta con altre forze africane ed occidentali, si ritrova fra l’impossibilità di perdere i propri interessi economici e la voglia di sparire il prima possibile, causa attriti con l’opinione pubblica e l’enorme costo della missione. In mezzo, c’è la popolazione di una regione allo stremo. Ma come sempre questo è l’ultimo dei problemi.


Autore: Cristoforo Zervos

Nato a Modena nel 1972, vive a Roma. Giornalista pubblicista, si occupa di notizie di Cooperazione internazionale e di foreign policy, con un'attenzione particolare per gli Stati Uniti, Africa e Medio Oriente. Ha collaborato con Liberal quotidiano e Formiche.net e ha un blog sull'Huffington Post. Gran collezionista di fumetti, ha anche la passione per la musica e suona la batteria. È sposato con Daniela e ha un figlio, Pietro.

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