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In Germania la battaglia sui salari è anche una battaglia sull’Europa

Il caos aereo generato lunedì scorso dallo sciopero generale del personale di Lufthansa pare aver riacceso il dibattito nell’establishment politico ed economico tedesco sulla politica salariale di breve-medio periodo. La questione non riguarda solo la Germania e la sua competitività, ma, in un’area valutaria, tocca da vicino anche i paesi concorrenti.

Secondo alcuni osservatori, tra cui si annoverano anche gli economisti del Fmi, una delle ricette per consentire agli Stati membri in crisi di rifiatare sarebbe di convincere la Germania ad abbandonare la tradizionale moderazione salariale per attuare una politica salariale accomodante, ovvero legata all’andamento dell’inflazione più che alla produttività. Così facendo, Berlino darebbe una spinta alla propria domanda interna, da decenni ristagnante e, perdendo competitività, contrarrebbe il suo export, lasciando maggiori quote di mercato ad imprese facenti capo ad altri Stati membri. In ultima istanza, così facendo, anche i disequilibri macroeconomici tra centro e periferia si risolverebbero.

Il dibattito è in realtà esploso lo scorso anno, quando, in un discorso tenuto di fronte alla commissione finanze del Bundestag, il capo del dipartimento affari economici della Bundesbank, Jens Ulbrich, sembrò spezzare una lancia in favore di un tasso di inflazione moderatamente più elevato rispetto alla tradizionale soglia del 2%. Qualche giorno prima era stato il Ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble (CDU), a dirsi favorevole a un aumento dei salari tedeschi non necessariamente legato alla produttività. In altre parole, si disse un po’ troppo ottimisticamente in Europa, il tabù era rotto. Non venivano più accampate scuse relative alla autonomia assoluta delle parti sociali nella negoziazione salariale. Una nuova fase poteva finalmente aprirsi.

Un anno dopo, la Bundesbank, ma anche il “consiglio dei saggi economici (ufficialmente il Sachverständigenrat zur Begutachtung der gesamtwirtschaftlichen Entwicklung) sembravano invece voler frenare, tornando a paventare scenari di forte perdita di competitività e alta disoccupazione. In realtà, il freno è in buona parte apparenza. La Germania sta già alzando i salari ed attraverso misure alquanto mirate di politica sociale (si pensi al Betreuungsgeld, il sussidio per le madri che vogliano allevare i propri figli senza mandarli all’asilo o agli aumenti pensionistici deliberati la scorsa settimana dal gabinetto) fa di tutto per non deprimere la domanda interna.

Vediamo perché è così. In un’intervista rilasciata alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha negato di condividere la visione del Fmi, spiegando che “l’Euroarea non è un’isola. Deve diventare competitiva nel suo insieme. Non dobbiamo ignorare il contesto globale. Viste le modeste relazioni commerciali con i paesi della periferia, questi non beneficerebbero di una competitività ridotta e di un maggiore consumo in Germania. E alla fine, l’Euroarea nel suo insieme starebbe peggio“. Fin qui la chiusura. In realtà, anche il nuovo capo dei saggi economici del governo tedesco, Christoph Schmidt, a margine di una recente intervista con Il Foglio, ha ribadito l’affermazione di Ulbrich: “La politica monetaria, essendo unica per tutta l’Eurozona, è troppo espansiva per la Germania attualmente. Ciò significa che prima o dopo avremo un’inflazione poco sopra la media dell’Euroarea“.

Ma dove sta allora la verità? Dove sta andando la Germania? Accetteranno le imprese tedesche questi benedetti aumenti salariali? Come ha detto Weidmann, “i salari stanno sostanzialmente crescendo. Ciò è dovuto alla buona situazione del mercato del lavoro ed è in buona parte in linea con l’aumento della produttività. In questo senso non si tratta affatto di un eccesso“. In altre parole, Berlino non può accettare che la scarsa competitività dell’Europa del Sud sia risolta interamente da politiche “tafazziane” che distruggano quanto faticosamente raggiunto in Germania nell’ultimo decennio. D’altro canto, sembra che l’establishment economico e politico sia pronto a dare una mano, ammettendo un’inflazione leggermente più elevata del normale. Sempre con molta prudenza e a piccoli passi, nella speranza che gli sforzi riformatori negli Stati membri della periferia non si interrompano bruscamente.

Dai dati resi disponibili dall’Ufficio federale di statistica di Wiesbaden, nel 2012 i salari tedeschi sono già cresciuti del 2,6 per cento, ossia più dell’inflazione. Il trend pare destinato a continuare.


Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

One Response to “In Germania la battaglia sui salari è anche una battaglia sull’Europa”

  1. marcello scrive:

    A me pare che nella Germania la moderazione salariale non abbia impedito di avere degli stipendi molto più alti che in Italia, con un orario di lavoro inferiore. Ad avercela una moderazione così.

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