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Buona politica e Rete, avere un tablet non basta

– «Il Pd ha deciso:è tutta colpa vostra. Dei vostri tweet e dei vostri commenti. Siete il “popolo della rete”, quello che fa sbagliare i parlamentari con le sue indicazioni. Non ci interessa sapere se abbiate una vita o un lavoro (o non l’abbiate). Ci interessa solo poter dire che i vostri tweet (e anche gli sms) sono eversivi». Così Pippo Civati – @civati – nel suo blog, fa ironia su un brutto difetto, tra i tanti, del Partito Democratico. L’autoassoluzione. Il tic per cui la colpa è sempre degli altri: di Berlusconi, se si perde ormai da lustri, degli elettori che non capiscono, e di Twitter, reo di portare il verbo della piazza dentro il palazzo, scompigliando così tutte le dinamiche democratiche fino ad oggi conosciute.

Il rapporto tra politica e tecnologia non è stato mai così dibattuto, enfatizzato, sviscerato come adesso, nel momento in cui anche la Ravetto ha sventolato il carrè biondo con un tablet in mano. La politica ha trovato, così, un altro totem per sostituire il più vecchiotto sondaggio: il social network. Lo consulta compulsivamente come se da solo bastasse a legittimare una contemporaneità politicamente rilevante, ma non ha capito bene come funziona. Perché ha ragione Civati: il popolo della rete non esiste, esistono i cittadini. Con le proprie idee, rabbie, speranze, mai banalizzabili, sempre – e da sempre – riferimento ultimo della politica – non solo online. Eppure il modo in cui molti politici – Grillo in primis – hanno discusso del peso della Rete nell’elezione del Presidente della Repubblica rivela una convinzione diffusa per la quale i fan della propria pagina Facebook diventano l’elettorato di riferimento e la quantità di like a uno status certifica la bontà di una proposta politica.

«Questa vita in connessione continua – ha scritto Cesare Martinetti su La Stampa  – costituisce ormai per i parlamentari una sorta di “vincolo di mandato”, è come se ognuno di loro fosse in assemblea permanente con una parte del proprio elettorato e decidesse i propri comportamenti per compiacere i propri fans sul “web” di cui si ignora la vera rappresentatività … Non è detto sia necessariamente un male, ma cosa resta, allora – si domanda – della democrazia rappresentativa?». Tutto, in realtà. Perché «on line e off line operano le stesse dinamiche sociali», spiega Barry Wellman, autore dell’articolo The First Age of Internet in The Handbook of Internet Studies (2012; Burnett, Consalvo, Ess).

«I primi studiosi della rete – continua – credevano che solo quello che accadeva in Internet era rilevante per capire Internet», e così, sbagliavano. Restituivano una visione parziale della realtà, come chi, per esempio, oggi cita il famigerato “popolo della rete”.

La politica, quindi, non è online o offline, è piuttosto, per usare le parole di Luciano Floridi costantemente onlife: immersa nella vita delle persone. Conta, quindi, la qualità della relazione tra eletto e elettorato, un rapporto che trova una prolifica via di espressione in Internet ma che si costruisce, rafforza, determina in tante maniere diverse, dalle più alle meno tradizionali. «Quando in tempi più cartacei i politici ricevevano sacchi di lettere di protesta – spiega Juan Carlos De Martin, sempre su La Stampa – se la prendevano forse con le Poste Italiane? Non mi risulta. E neanche mi risulta che vent’anni fa Telecom Italia fosse stata biasimata per aver permesso al popolo dei fax di esprimersi. Separiamo i due problemi: una cosa, infatti, è il mezzo, un’altra l’impatto che può avere sulla politica».

Il primato, insomma, tocca sempre alla politica. Non è sufficiente agitare un tablet come il libretto rosso di Mao o, come ha fatto qualche tempo fa Maurizio Gasparri, vantarsi del numero dei propri followers, per mostrare un contatto con gli elettori, per sottolineare una certa propensione all’ascolto e al dialogo. Il tema di fondo riguarda sempre il rapporto tra eletto e elettorato, in Italia, purtroppo, pessimo, a causa di una diffusa retorica della casta, di una mortifera legge elettorale, e della faccia stupita di Anna Finocchiaro che davanti a una manifestazione in piazza si chiede, incredula: «Cosa vogliono questi signori?».

Buona politica, Anna, sono elettori. Magari twittano, scrivono post, condividono status. Ma, soprattutto, votano.

 


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

One Response to “Buona politica e Rete, avere un tablet non basta”

  1. Luigi Di Liberto scrive:

    Lo so che questo articolo il mio post e OT ma come può il sito di libertiamo mettere la rubrica youtube con il video Anonymous Movimento 5 Stelle Leaks quando c’è la smentita http://anonitaly.blogspot.it/2013/04/falsi-ideali-falsi-anonymous-non-siamo.html

    Federica, mi spiace che tu posti dei articoli, che apprezzo molto, su questo sito dopo che il direttore mette la bufala su youtube…

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