Il Partito Democratico, malgrado la boccata d’ossigeno arrivata dal Friuli-Venezia Giulia, si sta trovando in una fase politica difficilissima, dopo il clamoroso sfaldamento del suo gruppo parlamentare in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica. Pierluigi Bersani è stato costretto a dimettersi, insieme a tutti i vertici del partito e solo il “provvidenziale” ritorno in campo di Giorgio Napolitano ha evitato al PD ulteriori imbarazzi.

Come è stato notato, da un certo punto di vista è triste che a saltare in aria sia l’unico partito politico “vero” del nostro paese – l’unico partito politico che si sia dotato di meccanismi decorosamente trasparenti di democrazia interna e di selezione della classe dirigente. E mentre frana il PD, tengono invece partiti leaderistici ed autocratici come il Popolo della Libertà ed il Movimento 5 Stelle. Così qualcuno può essere tentato di chiedersi se il modello berlusconiano di partito, di cui tante volte su queste pagine abbiamo discusso l’inefficienza, non sia invece alla lunga quello più resiliente.

In realtà, sarebbe un errore ricercare la ragione dello sfaldamento del Partito Democratico nell’eccessiva pluralità, nella troppa democrazia interna o nel fatto che non ci sia una sufficiente “paura del capo”.  Il fallimento del PD non ha niente a che fare con la sua infrastruttura di partito, ma in modo semplice e lineare è da attribuirsi nella sostanza alla devastante strategia messa in atto dal segretario Pierluigi Bersani. Bersani già aveva un certo numero di responsabilità per aver condotto una campagna elettorale “vecchia”, nella quale si è fondamentalmente accontentato di parassitare la dinamica di alternanza tra berlusconiani ed antiberlusconiani, senza proporre risposte convincenti alle problematiche di ordine economico e sociale che il paese si trova ad affronatre. Insomma, ha pensato che sarebbe bastato passare all’incasso del malcontento e della disaffezione nei confronti di Berlusconi e del PDL – un po’ fisiologici per chiunque governi, un po’ legati alle particolari vicende che hanno interessato il cavaliere. Invece non è bastato.

“Non vincere” le elezioni è però qualcosa che nel gioco della politica ci può stare; basta però riconoscere onestamente che non si è vinto che non si è ricevuto dal paese il mandato per il tipo di governo che si era prefigurato. Bersani avrebbe potuto prendere atto dello hung parliament e prendere l’iniziativa di una grande coalizione, nello spirito in cui la Merkel la fece con Schröder ed in cui potrebbe farla ancora una volta con il nuovo leader socialdemocratico dopo le elezioni del prossimo autunno. Ci sarebbero stati mugugni? Forse qualche singola defezione? Probabilmente sì, ma esercitare una leadership vuol dire anche essere in grado di rappresentare al proprio partito ed ai propri elettori il senso di una scelta impopolare, difendendone la giustezza.

Bersani, forte della maggioranza relativa, avrebbe potuto anche legittimamente rivendicare la premiership di un tale governo, che includesse anche il PDL, od indicare comunque lui il nome del presidente del consiglio. Se, poi avesse voluto evitare la possibile accusa di avere svenduto per interesse personale le promesse elettorali, avrebbe potuto slegare le proprie sorti da quelle del nuovo esecutivo di larga coalizione, dimettendosi all’indomani del voto e lasciando il compito di guidare la nuova fase ad un numero 2 con pieni poteri.

In tutti i casi il PD sarebbe entrato nell’esecutivo di larghe intese da una posizione di forza. Invece il segretario ha preferito ignorare in modo surreale l’esito elettorale, ritenendo di poter formare il governo a prescindere da numeri certi, affidandosi solamente alla speranza di trovare con il Movimento 5 Stelle un comune denominatore antiberlusconiano. L’inseguimento a Grillo è stato abbastanza patetico, visto il tenore delle risposte del presunto interlocutore. Per di più, nel tentativo di legittimare il populismo confuso e “cattivo” dei grillini, Bersani ha compromesso seriamente quel profilo di affidabilità che il PD aveva cercato di costruire nel tempo nei confronti delle istituzioni politiche ed economiche.

Il pasticciaccio sul Quirinale, con il brusco cambio di strategia tra la prima e la quarta votazione e con la maldestra prova di forza nei confronti del centro-destra ha aggravato la situazione, dando al paese la sensazione che il PD giocasse con le istituzioni come se fossero un proprio ed esclusivo terreno. Le ragioni dello sbando sono qui e la colpa non è dei processi di democrazia interna del PD. Come hanno dimostrato le polemiche sulle regole delle primarie, tali processi non sono ottimali, devo essere affinati e resi più stabili – ma vanno nella direzione giusta perché assicurano condizioni di agibilità e di contendibilità che ad oggi nessuno tra i partiti maggiori è stato in grado di realizzare.

Alla fine proprio la presenza di una cornice di norme sostanzialmente condivise, che contempla precisi passi congressuali e la selezione del segretario e dei candidati attraverso le elezioni primarie, può consentire di limitare i danni e di ricomporre in breve tempo le fratture che si sono determinate. Una forma di partito meno democratica, che non attribuisse alle minoranze diritto di cittadinanza, costituirebbe evidente un incentivo molto maggiore alle scissioni, mentre va ricordato che il PD ha saputo passare già indenne un importante “passaggio di maggioranza interna”, quando Bersani è subentrato alla linea Veltroni-Franceschini.

Se il Partito Democratico uscirà dal guado – e magari se vi uscirà con un candidato premier assolutamente competitivo, come può essere Matteo Renzi – sarà anche perché non si impiccherà alla difesa perinde ac cadaver della classe dirigente in carica, ma saprà mettere su un’infrastruttura in grado di far crescere e di legittimare nuove leadership.