di GIACOMO CANALE – Come è noto, il “nuovo” Presidente della Repubblica è Napolitano! Si tratta del primo caso di rielezione della nostra storia repubblicana, che matura in una situazione paradossale perché come ha acutamente osservato un brillante giovane studioso (Cosmelli): “la regola del “semestre bianco” doveva servire ad evitare che il Capo dello Stato, sciogliendo le Camere, favorisse la sua rielezione. Mi pare che il risultato sia stato raggiunto lo stesso, proprio in conseguenza del divieto di scioglimento. E non per una macchinazione presidenziale, ma nel goffo tentativo di procurare un accordo tra i partiti in crisi. Evidentemente i Padri Costituenti avevano previsto la malizia, ma non l’insipienza”.

La precedente affermazione consente di distinguere due distinti piani di valutazione della scelta.
Il primo è quello propriamente costituzionale, dove può affermarsi con assoluta nettezza che la rielezione è legittima e va salutata con favore, nella misura in cui ha consentito di scongiurare il rischio di un “Presidente di minoranza”, che sembrava palesarsi con la candidatura di Prodi, sostenuta dal solo centro sinistra: la rielezione è, infatti, avvenuta con un larghissimo consenso parlamentare, che dà una forte legittimazione democratica al Capo dello Stato, assai utile in questa burrascosa fase della nostra vita pubblica, e consente di avviare con successo la formazione di un Governo del Presidente,  come ha evidenziato il Sen. Della Vedova, definendo l’elezione di Napolitano come una fiducia preventiva all’esecutivo che questi vorrà proporre.

Ciò premesso, va anche detto che l’istituto della rielezione è stato generalmente visto con sfavore sul piano dell’opportunità, poiché “il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato” (Ciampi).  Inoltre, va onestamente detto che qualche profilo problematico si pone in questo specifico caso per l’avanzata età del Capo dello Stato. D’altronde, lo stesso Presidente aveva espressamente riconosciuto: “Non credo che sarebbe onesto dire “state tranquilli io posso fare il capo dello Stato fino a 95 anni”. Sia perché sono convinto che i padri costituenti concepirono il ruolo del presidente della Repubblica sulla misura dei sette anni, infatti non è un caso che nessun presidente della Repubblica abbia fatto un secondo mandato, e sia perché ci sono fattori di età e limitazioni dal punto di vista funzionale crescenti (1 marzo 2013)”.

Quindi, questo problematico aspetto meriterebbe un approfondimento, in quanto, in generale, “qualsiasi ipotesi di mandato vincolato temporalmente (e non) è palesemente contrario alla Carta costituzionale” (Siclari).  E se è vero che il nuovo mandato del Capo dello Stato non sembra avere un vincolo temporale espressamente predeterminato (almeno non ufficialmente), è anche vero che molto probabilmente ve ne è già uno naturale implicito.

Vi è poi il piano del merito politico della scelta. Al riguardo, la valutazione più acuta è dello stesso Napolitano: “La mia rielezione sarebbe una non soluzione perché ora ci vuole il coraggio di fare delle scelte, di guardare avanti, sarebbe sbagliato fare marcia indietro, sarebbe ai limiti del ridicolo. Tutto quello che avevo da dare ho dato. Niente soluzioni pasticciate e all’italiana” (14 aprile 2013). Si badi bene, non si vuole esprimere un polemico giudizio sulla scelta del Presidente di  acconsentire alla sua rielezione, magari con l’argomento di avere cambiato opinione in poco tempo. Siamo pienamente consapevoli, anzi, che egli con molta probabilità non abbia affatto cambiato idea, ma si sia vista, a torto o a ragione, costretto a dovere accettare per un superiore bene. Quindi, nessuna critica personale al Presidente Napolitano, il quale, suo malgrado, si deve essere trovato in queste ultime settimane a dovere prendere scelte, che mai avrebbe verosimilmente voluto compiere.

Da questa surreale vicenda esce a pezzi, ovviamente, il PD, che ha trasformato l’elezione del Capo dello Stato in una nichilistica resa dei conti. Ma anche le altre forze politiche ne escono con qualche ammaccatura per avere comunque perso un’occasione importante per un loro forte segnale di cambiamento. In questo senso, un eventuale Governo Amato sarebbe il suggello perfetto, perché rappresenterebbe idealmente l’incapacità di rinnovamento della classe politica durante la lunga stagione della c.d. seconda repubblica, iniziata nel lontano 1992, per l’appunto, con Amato Presidente del Consiglio e Napolitano Presidente della Camera dei Deputati.

È in questa prospettiva che va onestamente inquadrata la protesta di Grillo, cui come è noto non vanno le mie simpatie politiche, che a parte le assurde iniziali sparate sul golpe, poi ridimensionate, coglie con lucidità l’aspetto gattopardesco di questa rielezione: infatti, dovere solo confidare nell’ineluttabile destino dell’uomo per avere un parziale ricambio della classe dirigente è il più sintomatico segno di una gravissima crisi morale prima ancora che politica.